FORT DETRICK / QUEL 1972: IL RACCONTO DI GIULIO TARRO

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La ‘Voce’, nelle sue inchieste, ha più volte puntato i riflettori sul super laboratorio militare – e segreto – di Fort Detrick, nel Maryland.

Ed abbiamo scoperto una delle piste – a nostro parere quella ‘cronologicamente’ più attendibile – sul fronte delle origini della pandemia da Covid-19.

Perché il ‘cuore’ di quel super laboratorio venne ‘fermato’, nel bollente luglio 2019, addirittura dai CDC, i ‘Centers for Desease Control and Prevention’, ossia le massime autorità statunitensi in tema di tutela della salute pubblica, che ne decretarono – per motivi di assoluta sicurezza nazionale – la temporanea chiusura. 

Luglio 2019, quindi sei mesi prima rispetto allo scoppio del giallo-Wuhan. E l’anno precedente, sempre nel Maryland, ma non solo, erano stati segnalati strani focolai influenzali.

Come mai la più che inquietante narrazione su Fort Detrick è stata totalmente censurata, oscurata, silenziata dai media occidentali?

Perché da noi giornali e tivvù hanno letteralmente cancellato dai loro radar il caso-Fort Detrick?

E perché in Europa e non ancor più a casa nostra nessuno osa parlare degli ingenti finanziamenti americani (attraverso il ‘National Institute for Allergy and Infectuos Deseases’ guidato a vita da Anthony Fauci) diretti ai laboratori di Wuhan per ricerche più che ‘border line’? Misteri.

E’ solo una premessa al testo che potete leggere di seguito.

Un vero racconto ante litteram (stra-ante litteram) su quei laboratori super segreti, animati dai militari a stelle e strisce.

Un racconto che sembra uscito dalla penna di Ray Bradbury, il mitico autore di ‘Fahrenheit 451’ e di tante storie che oggi chiamiamo ‘distopiche’ e danno il senso più autentico di quello che può succedere all’umanità, e sta forse succedendo già oggi.

A firmare le righe che seguono è invece Giulio Tarro, uno dei pochi virologi autentici che popolano il panorama scientifico italiano, infestato da tanti, troppi nani & ballerine, pronti ad ogni comparsata e/o sceneggiata nei salottini tivvù.

Il ricercatore che dall’avamposto del ‘Cotugno’ sconfisse il ‘male oscuro’ che mieteva centinaia di vittime tra i bambini napoletani negli anni ’70, è autore di centinaia e centinaia di pubblicazioni scientifiche. Ha firmato, nel 2018, un imperdibile “10 cose che tutti devono sapere sui vaccini” e pochi mesi dopo lo scoppio della pandemia, a giugno 2020, un altrettanto istruttivo (e profetico) “Covid 19 – Il virus della paura”.

Ci perdonerà, Tarro, se facciamo ‘violenza’ al testo che concerne una delle sue tante esperienze americane: ossia, proponendovi prima la lettura della parte dedicata al super laboratorio del Maryland, e poi la parte sul profondo legame scientifico con Albert Sabin, che scoprì il vaccino antipolio, e del quale Tarro era l’allievo prediletto, il ‘figlio scientifico’. 

 

 

Giulio Tarro in laboratorio con Albert Sabin.

 

 

Albert Bruce Sabin”: il ricordo del figlio scientifico

Nel 1972 vengo invitato, come Senior Scientist, dal Public Health Service National Institute of Health N.C.I. al Frederik Cancer Research Center (Maryland, USA) a svolgere ricerche fino al maggio 1973, sotto l’egida del Professore Albert Sabin che rientrava dopo tre anni di Presidenza dal Weizmann Institute da Rehovot Israele. Durante questo periodo le ricerche hanno riguardato la possibile implicazione di virus a DNA come causa di tumori nell’uomo, con particolare riguardo al virus dell’herpes simplex; la comparsa di antigeni non virionici in cellule infettate con virus dell’herpes simplex e la presenza di tali antigeni in cellule tumorali nonché quella di anticorpi specifici nel siero di pazienti affetti da determinate neoplasie; la realizzazione del primo marker tumorale etiologico (TAF test, USA patent 43919-11).

Furono quei due soldati davanti alla mia porta, alle sette di mattina del primo febbraio 1973, a farmi capire che qualcosa, a Fort Detrick, non andava per il verso giusto.

Cominciava quel giorno il mio incarico al Frederick Cancer Research Center (dopo un burrascoso rientro in Italia, avevo deciso di tornarmene negli States) e stavo ancora addentellando il toast ricoperto di marmellata della prima colazione quando sentii bussare alla porta. Sull’uscio, due militari con elmetto e una espressione assente: <<Dottor Tarro, abbiamo l’ordine di scortarla al suo laboratorio. La prego di prendere posto sulla nostra jeep.>> Una jeep militare? Per percorrere neanche cinquecento metri? (tanto distava il mio alloggio dai laboratori nei quali lavoravo). Perplesso, mi rassegnai a salire sulla jeep.

Lungo la strada e davanti l’ingresso di Fort Detrick gruppi di dimostranti agitavano cartelli e urlavano slogan. Si era, allora, in piena mobilitazione contro la Guerra in Vietnam e non era raro imbattersi in scene come quelle; non capivo, comunque perché mai quelle manifestazioni davanti ad una struttura di ricerca sul cancro, quale era Fort Detrick. In verità, qualcosa sapevo. Quella struttura aveva ospitato dal secondo dopoguerra, gli Army Biological Warfare Laboratories (ufficialmente, una struttura per la difesa da attacchi batteriologici), fino al 1969, quando a seguito di un decreto del presidente Nixon, era stato trasformato in una prestigiosa struttura scientifica: il Frederick Cancer Research Center, appunto. Ma le cose stavano proprio così? La curiosità mi rodeva, e perciò, decisi di saperne di più.

Oggi conoscere le strutture di Fort Detrick è facilissimo: basta digitarne il nome su un motore di ricerca e centinaia di siti internet illustrano con dovizia di particolari (addirittura con filmati, fino a qualche anno fa classificati Top-Secret) laboratori e programmi ma allora era (anche per me, che lì ci lavoravo) una impresa quasi impossibile. E, tra l’altro, andare in giro a fare domande o parlarne apertamente con i dimostranti avrebbe significato il mio allontanamento dai laboratori di Fort Detrick o, addirittura, dagli Stati Uniti. Comunque, con cautela cominciai le mie indagini e le “incursioni” nell’”area proibita” di Fort Detrick. Già, perché il Cancer Research Center occupava solo qualcuno dei ben 500 ettari sui quali si estendevano le strutture di Fort Detrick. Il resto dell’area era assolutamente interdetto a chi non avesse uno speciale Pass rilasciato dall’FBI o dai Servizi Segreti.

“Assolutamente interdetto” per modo di dire. Sono sempre stato orgoglioso della mia capacità di legare con le persone più disparate; una qualità che considero retaggio del mio essere siciliano: un popolo forgiato nel carattere da millenni di invasioni e dominazioni e, quindi, capace di relazionarsi con estrema facilità. Comunque, per farla breve, sfoderando sorrisi, chiacchiere e cordialità, nel giro di qualche mese ero diventato amico delle guardie e degli addetti alla sicurezza che mi permettevano di gironzolare senza tanti problemi. Fu così che mi imbattei in una costruzione stranissima: una colossale sfera di acciaio, alta decine di metri, costellata da oblò di vetro. A che poteva mai servire? Lì vicino un’altra enigmatica struttura: un palazzo, senza finestre, completamente nero, ricoperto da lucide lastre di catrame. Dopo un po’ di domande fatte qua e là, venni a sapere i nomi e le funzioni di quegli strani edifici: la sfera si chiamava “8-Ball” ed era destinata a valutare la disseminazione di spore di antrace e altri organismi patogeni nell’atmosfera; l’altro edificio era “Black Maria”: ospitava i laboratori e gli stabulari degli animali infettati con microorganismi quali peste, colera, febbre encefalitica, morva…. Impressionante. Comunque, pensavo allora, il tutto serviva a studiare sistemi di difesa da armi biologiche, non certo di offesa. Ma le mie certezze cominciarono a vacillare quando scoprii, in una zona ormai ricoperta da erbacce, un edificio che sembrava abbandonato da anni; scavalcando una staccionata con le assi marce, con circospezione, mi ero avvicinato e, con una mano, scrostato un velo di sporco dal vetro di una finestra. Nell’hangar, ricoperti di polvere, una serie di fermentatori, bombe di aereo e una infinità di sfere di vetro. In una vasca qualcosa che mi sembravano piume. Piume? E a cosa potevano servire quelle piume? Qualche tempo fa, navigando su internet, una fotografia mi ha confermato i sospetti di allora. Quello stabilimento produceva bombe aeree M115: ordigni per attacchi contro aree rurali. Le piume, prima di essere inserite nelle sfere di vetro, venivano intrise di spore di antrace o di pulci infettate con lo Yersinia pestis. Quelle bombe, quello stabilimento servivano a scatenare epidemie, malattie, morti… Infezioni attentamente pianificate da decine e decine di biologi, virologi, medici. Medici! Medici che studiavano come propagare le malattie, invece di debellarle! Ero ammaliato da tanta infamia. E l’idea che intorno a me potessero aggirarsi tali persone mi inquietava. Cominciai a raccogliere di soppiatto i volantini che i dimostranti distribuivano davanti la base per saperne qualcosa di più. E seppi così che una serie di ricercatori, che ritenevo miei stimati colleghi e che vedevo aggirarsi nei corridoi del Centro, non solo avevano, in passato, ideato e costruito armi biologiche ma che, nonostante la proclamata “riconversione” di Fort Detrick, continuavano, a ideare e costruirle.

Conoscevo molti di questi “colleghi”. E non erano certo, come qualcuno potrebbe immaginare, fanatici “patrioti” o “Dottor Frankenstein” divorati dall’ansia di assecondare la Scienza e, costi quel che costi, sfidare le leggi della Natura. No. Erano dei “normalissimi” ricercatori, quieti “padri di famiglia”, che svolgevano noiose routine di laboratorio. Dovevo assolutamente parlare con loro. Un giorno, a mensa lasciai con uno di questi cadere il discorso sulla questione armi biologiche. Non si sentiva a disagio, lui che era medico e che – per quanto può valere – aveva prestato il Giuramento di Ippocrate, a impegnare il suo talento per uccidere, invece che per guarire? Mi aspettavo quella che fu la sua risposta. <<Ma queste sono armi di deterrenza, come la bomba atomica. Servono per scongiurare un attacco. Servono alla pace.>>

Già. Si vis pacem para bellum. Se vuoi la pace preparati alla guerra. Un demenziale refrain che perseguita da sempre l’umanità. Ma per le armi biologiche c’è qualcosa di più e di peggio. Di certo non è possibile analizzare la logica della guerra e degli armamenti alla luce di principi etici ma se questo sistema d’arma è stato formalmente messo al bando dalle solitamente ipercaute convenzioni internazionali (è un caso più unico che raro), vuol dire che nella guerra biologica vi è qualcosa di profondamente inumano che scavalca le pur ciniche «prudenze» diplomatiche che regolano le convenzioni internazionali. E la circostanza che alla produzione di armi biologiche collaborassero (e continuano a collaborare) medici, come me, mi appariva davvero intollerabile.

Cominciarono così le prime confuse riflessioni sullo sradicamento del senso di autonomia dell’individuo, e in particolare del ricercatore, che mi hanno portato, decenni più tardi, ad occuparmi di Bioetica. Ma torniamo alla chiacchierata con il “collega” che creava armi biologiche. Una delle illusioni che lo animavano era la possibilità di potere “gestire” una epidemia scatenata dalle sue armi attraverso la somministrazione di antibiotici. E fu proprio la possibilità per quasi tutte le nazioni di disporre di antibiotici sempre più efficaci a determinare, con una Convenzione internazionale emanata nel 1972, la chiusura ufficiale del programma per la realizzazione di armi biologiche e, quindi dei laboratori di Fort Detrick. Che, comunque, continuavano, alla chetichella, a funzionare. Anche perché una nuova prospettiva si apriva per la realizzazione delle armi biologiche: l’utilizzo di microrganismi modificati geneticamente.

 

 

Fu all’aeroporto di Cincinnati che ebbi la percezione di essere capitato in un altro mondo. L’aereo aveva appena calato la scaletta e sbirciavo con curiosità dal finestrino. D’un tratto non credetti ai miei occhi: Sabin era là, sulla pista di atterraggio. “Certamente, non sarà qui per me”, pensai. Ma per chi poteva essere venuto? Scesi, con la mia valigetta in mano, e, timidamente, gli andai incontro. Lui mi vide, e si affrettò a togliermi la valigia di mano.

Ma è possibile?”, pensavo tra me. “Non solo è venuto a ricevermi all’aeroporto, ma ora, addirittura, mi porta anche la valigia”. Ero proprio arrivato in un altro mondo. Sensazione definitivamente confermata quando Sabin mi accompagnò in un appartamento, proprio di fronte l’università, che aveva fatto preparare per me.

Un appartamento con un enorme frigorifero, strapieno di provviste. Indicandomi la stanza da letto mi augurò una buona dormita che avrebbe dovuto rinfrancarmi dal lungo viaggio. Poi mi salutò e subito crollai in un lunghissimo sonno. Ovviamente, per lo scombussolamento dei fusi orari – il jet-Iag – e per l’emozione, mi svegliai alle dieci di sera. Mi giravo e rigiravo nel letto. Che fare fino alla mattina successiva? Tentai di far passare il tempo leggendo qualcosa. Niente da fare. Ero troppo sù di giri per starmene lì nel letto. Dovevo muovermi, fare qualcosa. Decisi per una passeggiata notturna per le strade di Cincinnati. Ancora oggi Cincinnati è un paesone (300.000 abitanti) perso nella sterminata pianura che costituisce lo stato dell’Ohio. Figuratevi cinquantacinque anni fa. Eppure quella notte, mentre passeggiavo per il centro mi sembrava il centro dell’universo. Guardavo con ammirata commozione edifici che troneggiano nella down-town quali il Carew Tower (un palazzotto di 49 piani che solo le guide turistiche più benevole arrivano a definire un “finissimo approccio Art Deco” o l’ancora più ineffabile Ingalls Building (“Il primo grattacielo realizzato negli Stati Uniti in calcestruzzo armato con il sistema di EL Ransome” riporta sconsolata Wikipedia) o il chiassoso Isaac M. Wise Tempie (un incredibile edificio, metà tempio massonico metà sinagoga). Per me, abituato alle bellezze architettoniche di Napoli (e anche di Messina, nonostante le devastazioni determinate nella mia città dal terremoto prima e dai bombardamenti poi) quel posto, dove avrei dovuto vivere per anni, avrebbe dovuto deprimermi, anche perché avevo letto cose abominevoli sul suo clima (fino a -18 gradi in inverno + 42 in estate). In realtà quella notte – solo, lontano migliaia di chilometri da casa, dai miei amici, dagli affetti – ero felice. Felice, come lo si può essere a 27 anni. E mi ritrovai a pensare a Sabin, a fianco del quale avrei lavorato per anni. Albert Sabin era nato il 26 agosto 1906 nel ghetto di Bialystoick, nella Polonia ancora sotto il dominio zarista, da una famiglia ebrea.

Dell’infanzia non conservava buoni ricordi: “Quando avevo cinque o sei anni – raccontò in un intervista – mentre passavo davanti ad una chiesa insieme ad un amico alcuni ragazzi urlando accusarono noi ebrei di avere ucciso il loro dio. E ci presero a sassate. Ero troppo piccino per capire, un sasso appuntito mi colpì a pochi millimetri dall’occhio sinistro. Poiché sono nato non vedente dall’occhio destro, ho sfiorato la cecità.” A 20 anni Sabin era uno studente modello di Odontoiatria alla New York University; ma, dopo aver letto il libro “Cacciatori di microbi” di Paul de Kruif, ne rimase affascinato, tanto da cambiare facoltà. Nel 1931 si laureò in medicina e andò a lavorare presso l’università di Cincinnati dove sarebbe rimasto 30 anni a studiare come debellare la poliomielite. “Perché scelsi di studiare la poliomielite? Iniziai quasi per caso. Avevo appena terminato gli studi di medicina a New York, nel 1931. Un mese dopo, scoppiò un’epidemia di polio. Avevo già fatto delle ricerche su questa malattia, che allora uccideva migliaia di persone … Fu il mio maestro, dottor Park, famoso per aver debellato la difterite, a consigliarmi di studiare la polio: quindi non fu una mia scelta. Fu l’unica volta che feci qualcosa dietro suggerimento di un altro”. Nel 1953, Sabin presentò alla Commissione per l’immunizzazione del NFIP i risultati delle esperienze condotte all’inizio su scimmie e, poi, su 242 persone, (incluse se stesso e le figlie, Debbyed Amy). Il vaccino da lui ideato, una sola dose e, per di più, assunta per bocca (la famosa zolletta intrisa di liquido amarognolo) si prestava più facilmente di quello di Salk ad essere somministrato e, per di più, c’era la possibilità di eliminare con le feci un virus vivo attenuato, con lo scopo di mettere in circolo una popolazione virale a bassa virulenza in modo da poter ottenere un’elevata copertura vaccinale di massa, anche nei confronti degli individui che per svariati motivi non erano stati vaccinati. Nonostante l’innegabile superiorità di questo vaccino su quello ideato da Salk, per tutta una serie di gelosie professionali e altre meschinità, Sabin negli Stati Uniti non venne creduto. Così il suo vaccino trionfò dapprima nei paesi dell’Est. La prima nazione a produrre il vaccino di Sabin su base industriale fu la Cecoslovacchia, poi la Polonia, l’Urss e la Germania Orientale. Dal 1959 al 1961 furono vaccinati milioni di bambini dei paesi dell’Est, dell’Asia e dell’Europa. Poiché nei suddetti paesi non si verificò più alcun caso di poliomielite, furono prodotti e immessi sul mercato notevoli quantitativi del vaccino Sabin “orale monovalente” contro il poliovirus tipo I, e poco dopo, anche il vaccino orale di tipo Il (OPV) e il vaccino orale trivalente (TOPV) valido contro tutti e tre i tipi di poliovirus. Il 1962 è l’anno del trionfo per Sabino La gloria e gli innumerevoli prestigiosi premi (tra cui 40 lauree honoris causa) non intaccano, comunque, il suo sottile humour: “Non mi hanno assegnato il Premio Nobel? Pazienza. Si vede che altri lo meritavano più di me.” E sul suo rifiuto di brevettare il vaccino si scherniva “Ma quale generosità! Era il solo modo di produrlo e somministrarlo su vasta scala, al costo di uno-due centesimi a dose e metterlo a diposizione di chiunque … ” Le luci dell’alba mi strapparono dai miei pensieri e dalla passeggiata. Guardai l’orologio. Le cinque! Tra tre ore avrei dovuto essere nei laboratori dell’Università di Cincinnati. Mi precipitai a casa: doccia, caffè, una scorsa ai pesantissimi dizionari che mi ero portato dall’Italia (temevo di non ricordare ricordavo neanche una frase in inglese) e via di corsa verso la Gloria. Sabin mi aspettava sulla porta del laboratorio, una rapida presentazione dei suoi collaboratori e subito il primo incarico: ripetere, in double blind, uno ad uno, tutti gli esperimenti che avevo compiuto a Napoli. Lo guardai stupefatto. Perchè mai quella richiesta? Mi sembrava una irritante mancanza di fiducia. Comunque, mi misi subito all’opera ed estrassi dalla borsa che avevo portato dall’Italia i flaconi contenenti cellule renali di cavia già infettate da virus erpetico, sieri estratti da pazienti affetti da tumori alla bocca o agli organi genitali, cellule ricavate da un carcinoma laringeo, necessarie per produrre virus. Per fare la verifica double blind o “doppio cieco” Sabin fece cifrare sotto codice segreto quei campioni. Gli stessi sieri ci furono restituiti senza alcuna indicazione e su di essi Sabin, io e i nove colleghi americani dell’équipe, ripetemmo le tecniche messe a punto in Italia. Ovviamente, una volta analizzati i sieri, si ebbero risultati positivi al cento per cento per i campioni prelevati a soggetti malati di tumore, e negativi, sempre al cento per cento, per quelli di pazienti sani: la nuova classificazione tra positivi e negativi corrispondeva perfettamente a quella registrata prima del lavoro e racchiusa in cassaforte. Tirai un sospiro di sollievo; poi il mio sguardo incrociò quello dei colleghi, giovani ricercatori come me venuti da varie parti del mondo. Tempo fa, rimettendo a posto le carte del mio studio, mi è capitata tra le mani una fotografia di quel gruppo di ricerca. In prima fila, Abraham Karpas: siamo ancora molto amici, grande amante della pizza (gliene ho visto divorarne una, enorme, in un minuto, in una pizzeria a Spaccanapoli), ora è direttore del dipartimento di ematologia all’Università di Cambridge e ha ideato uno dei più diffusi test per l’identificazione del virus HIV poi c’è Willy Foster: tecnico di laboratorio, nero come la pece, bravissimo; più volte è stato in Italia su mio invito per insegnare le tecniche di coltivazione dei tessuti; gran donnaiolo, due volte ha perso l’aereo che doveva riportarlo in patria: una per via di una tizia a Capri, l’altra per una studentessa a Napoli. E poi c’è la Principessa. Si, una vera principessa. Iraniana, eccezionale come virologa, mostrava per me un’attenzione che sembrava sconfinare nella passione. Ovviamente la cosa non  passava inosservata in laboratorio. E allora giù con i consigli degli amici: <Ma Giulio … Non è affatto brutta. E poi ci pensi… una principessa. Potresti diventare un principe, sposandola> Ora, a parte il fatto che non si diventa principi sposando le principesse, la stirpe della mia collega (mi sia consentito qui non fare il suo nome) era quella dei Cagiari, deposta nel 1921 da Reza Khan Pahlavi, il cui ultimo discendenti fu quel Mohammad Reza Pahlavi deposto nel 1978 dall’lmam Khomeini… ma perché mai mi sto attorcigliando in questo discorso? Ma torniamo a Cincinnati. Giorno dopo giorno, stavo diventando una specie di riferimento per i miei colleghi, (uno tra questi, favoleggiando sulla mia indole siciliana pensava di trovare in me addirittura un “Padrino”); uno dei motivi di ciò era il mio atteggiamento nei riguardi di Sabino Ad esempio, la faccenda dei foglietti. Sabin pretendeva di mettere per iscritto su foglietti (e, addirittura, in alcuni casi, far controfirmare per “accettazione”) ogni sua indicazione sulla conduzione degli esperimenti. Foglietti che gettava poi nel cestino della carta straccia. Foglietti che io, invece, raccoglievo e mettevo in tasca; e questo sia per ricostruire l’iter di tutti gli esperimenti ma, soprattutto, per rintuzzare le scenate di rabbia che avvincevano Sabin quando riteneva che un esperimento fosse stato condotto male per la dabbenaggine dei suoi collaboratori. Queste scenate erano almeno un paio a settimana; ne sarebbero bastate meno per farmi buttare fuori da un qualsiasi altro laboratorio. Nonostante queste Sabin riservava per me un affetto e un’attenzione senza pari: fuori del laboratorio mi trattava come uno di famiglia, (anzi, per usare un suoi termine, un “godchild”, termine che potrebbe tradursi come “figlioccio”). Spesso mi invitava a cena a casa sua e, ancora oggi, serbo nostalgia per quelle bellissime serate in compagnia sua, e delle figlie, della moglie del genero. Quei quattro anni passati a Cincinnati sono stati i più esaltanti della mia vita. E non solo per le ricerche costellate da pubblicazioni su prestigiose riviste accademiche o per le serate cominciate trascinando ragazze a cena nei ristoranti di Fountain square o di un altro quartiere della downtown, Mt. Adams (osannato dalle solite benevole guide turistiche come la “Montmatre di Cincinnati”). A rendere entusiasmante il mio primo soggiorno americano era stato soprattutto, la percezione di essere capitato in una meritocrazia, in un sistema che riusciva a gratificare chi come me non chiedeva altro che essere messo nelle condizioni di svolgere il suo ruolo di ricercatore. Meritocrazia! Un termine diventato, oggi in Italia, un mantra da salmodiare.

 

 

GIULIO TARRO

 

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