Idea: ri-vedi Napoli e poi… ri-cantala

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C’era una volta la festa di popolo ‘laico-religiosa’ della Piedigrotta, in un suo aspetto sorella della nolana Festa dei Gigli. Nella città di Giordano Bruno, i costruttori di spettacolari obelischi gareggiano ancora in creatività e audacia con ardite costruzioni, portate in processione da muscolosi ‘portantini’. Ai margini della gara per il giglio più audace, creativo, spettacolare, la festa concede ai nolani la trasgressione della promiscuità tra ceti sociali, rigidamente separati in tempi normali. Ne approfittano le ‘ragazze di buona famiglia’ per civettare con i coetanei, ragazzi ‘qualunque’, che conclusa la kermesse sono tenuti a distanza, socialmente discriminati. Accadeva anche nella bagarre generale della Piedigrotta, nel caotico anonimato dei cortei al seguito dei ‘carri carnevaleschi’, nel disordine festante dei napoletani: per una volta borghesi e popolani, uomini e donne, intellettuali e analfabeti non erano ‘separati in casa’, divisi da barriere e steccati discriminanti. C’era una volta il festival della canzone napoletana, di Sergio Bruni e Aurelio Fierro, sfida del sud al Sanremo di Nilla Pizzi e del maestro Angelini. Era una Napoli convalescente, che rattoppava le ferite della guerra, del suo antico disagio sociale. Era la città che buttando alle spalle un anno da dimenticare sfogava la rabbia lanciando da finestre e balconi il ‘vecchio’ di cui disfarsi, mobili e, perfino sanitari malandati nell’illusione di salutare il bello dell’anno ‘entrante’ con esplosioni di suoni e colori di botte a muro, tric-trac, razzi, bengala, incuranti del tragico bilancio di morti e feriti. Il tempo recente delle ‘bombe’, di veri e propri ordigni, ha evidenziato la crescente incoscienza dei napoletani. I bollettini sanitari hanno raccontato l’idiosincrasia popolare a rispettare gli inviti alla prudenza e neppure la pandemia, con il suo tragico carico di morte, sembra aver indotto i napoletani a rispettare senza eccezioni il divieto di ‘sparare’, di contenere l’euforia di fine anno, ingiustificata per l’aumento esponenziale di contagi e decessi da Covid. Certo i quattordici feriti di questo Capodanno sono meno del passato, ma purtroppo non è mancato all’appello dei malnati il deficiente che ha ferito un uomo con un colpo di pistola, sparato per senza neppure la cautela di puntare l’arma dove non avrebbe fatto ferito nessuno.

Uno stucchevole ‘L’anno che verrà’, rituale spettacolo televisivo del 31 dicembre, ha provato a stupire il pubblico di bocca buona con la partnership di un clownesco Malgioglio al fianco dell’innamoratissimo Amadeus, super conduttore,  che in  ogni step del suo cucire momenti musicali o di quiz, non manca di far uso privato della Rai e cita la moglie Giovanna, con l’evidente obiettivo di promuoverla come personaggio televisivo, giusto per aggiungere una manciata di euro alle sue sontuose ‘parcelle’. La classe non è acqua e anche se le rughe in più denunciano i segni dell’età, Massimo Ranieri ha incantato con il replay di successi immortali e un’esemplare fisicità di uomo di teatro, di elegante chansonnier. Lui, D’Alessio, i migliori rapper campani, la Mannoia che canta in napoletano come una figlia legittima di Partenope, e in parallelo l’eclettico Neri Marcorè, i fantastici Stefano Bollani con la compagna Valentina Cenni, innamorati perduti di napoletanità, la Mina solo audio, gli iconici Gragnaniello, Enzo Avitabile, eccetera, eccetera, non hanno forse il crisma di alternativi al  Sanremo  dei ‘fuori id testa’ ? Sì, fuor di dubbio. Sono titolati per ripristinare uno spazio televisivo che proponga il nuovo della canzone napoletana sdogandola dagli ambiti locali e senza offendere il campanilismo di altre realtà regionali, che non raccontano molto di più di ‘O mia bela madunina’, ‘Vitti na crozza’, ‘Roma nun fa la stupida stasera’ , ‘ La porti un bacione a Firenze’. E per incrementare il salvifico flusso di turisti d’ogni parte del mondo? Certo la meraviglia del “Cisto velato”, ma perché no, anche una riedizione ‘moderna’ della Piedigrotta.

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