BUSINESS ROSSO / IL NOSTRO “POMODORO” MADE IN CHINA    

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Le principali aziende italiane impegnate nella lavorazione e commercializzazione del pomodoro importano la materia prima soprattutto dalla Cina ed in particolare da una regione – lo Xinjiang – dove viene sfruttato in modo criminale il lavoro della minoranza etnica degli   uiguri.

La forte denuncia arriva da ‘Il Salvagente’, che ha effettuato una minuziosa ricerca su ben 18 prodotti, portati in laboratorio per verificare la presenza o meno di pesticidi, come i glifosati killer, o di altre sostanze chimiche comunque dannose per la salute. Non è finita qui, perché il Salvagente ha incrociato i dati con quelli di un’inchiesta di portata ben   maggiore, condotta in partnership da ‘Cbc Canada’ e da ‘Investigative report project Italy’ (Irpi Media). Da qui è emerso che la regione d’elezione per la coltivazione di pomodori che noi importiamo è quella dello Xinjiang

Ecco viene scritto nell’inchiesta: “Decine di migliaia di tonnellate di concentrato di pomodoro proveniente dalla regione cinese dello Xinjiang sbarcano in Italia ogni mese. Entrano in alcune delle più importanti aziende conserviere in fusti da diversi chili ed escono sotto forma di tubetti o barattoli pronti per essere consumati in tutto il mondo”.

Commenta l’antropologo tedesco Adrian Zenz, tra i maggiori esperti internazionali sugli uiguri: “L’enorme portata del sistema di repressione operato dal governo cinese nello Xinjiang rende endemico il rischio della presenza di coercizione nella filiera di industrie come quella del pomodoro. Con il loro comportamento le aziende si rendono complici della campagna di repressione di Pechino nei confronti degli uiguri”.

Commenta il Salvagente: “A causa dei numerosi allarmi e report sulla violazione dei diritti umani nei campi dello Xinjiang, lo scorso gennaio gli Stati Uniti hanno vietato l’importazione di prodotti derivati del pomodoro che abbiano qualsiasi collegamento con questa regione della Cina. L’Italia, invece, continua a importare concentrato cinese, essendo addirittura il primo mercato al mondo di destinazione: nel 2020 ne sono arrivate più di 97 mila tonnellate, circa l’11 per cento delle esportazioni totali di Pechino”.

Dettaglia IrpiMedia: “Gli sbarchi di concentrato cinese in Italia sono più che raddoppiati nel 2021, con navi che approdano nei porti di Salerno e di Napoli quasi tutti i giorni. Da sempre gli operatori del settore giurano che la materia prima non viene utilizzata in prodotti destinati al mercato italiano, ma in tubetti di concentrato e altri derivati venduti all’estero. Di preciso, però, non si sa”.

Il report, quindi, passa in rassegna le principali aziende di casa nostra (12 in tutto) che importano pomodoro dalla Cina. Quasi tutte localizzate nel salernitano, la patria di quel celebre ‘San Marzano’ che ormai in pratica non esiste più.

La pole position spetta al conservificio ‘Petti’: “Re assoluto della rotta sino-campana è il gruppo Petti, storico nome dell’industria delle conserve. Nei primi sei mesi del 2021 ha importato circa il 57 per cento di tutto il concentrato di pomodoro cinese sbarcato in Italia”. Un bel botto,

ben oltre la metà del totale importato.

Entriamo nei dettagli. “Più di 40 mila tonnellate di prodotto di origine cinese sono approdate nello stabilimento della ‘Antonio Petti fu Pasquale’ a Nocera Superiore in 6 mesi. Lì l’azienda confeziona tubetti di doppio concentrato e passata in brick per il mercato estero delle private label, ovvero merce etichettata con il marchio del distributore (solitamente un supermercato) e non quello di Petti stessa. Tra i clienti ci sono giganti come ‘Tesco’ e ‘Asda’ nel Regno Unito, e ‘Whole Foods’ in Nord America”.

Secondo il Salvagente, “tra i diversi fornitori di Petti con sede nello Xinjiang spicca ‘Cofco Tuhne’, un’azienda che collaborerebbe con i corpi paramilitari cinesi presenti nell’area”.

Passiamo ad un’altra azienda, il cui quartier generale si trova sempre a Nocera Superiore. Si tratta di ‘Attianese’. Secondo le rilevazioni effettuate da IrpiMedia, tra gennaio e giugno di quest’anno, il 2021, la società ha importato oltre 5 mila tonnellate di concentrato dalla Cina. “I documenti consultati da IrpiMedia – viene scritto – dimostrano che Attianese ha acquistato concentrato di pomodoro da tre diversi produttori localizzati nello Xinjiang, tra cui Cofco Tunhe”. E invece, interpellati dalla stessa IrpiMedia, i titolari dell’azienda cascano dal pero, e sostengono “di non essere a conoscenza della specifica provenienza della merca importata dalla Cina”.

Passiamo ad un’altra azienda leader, stavolta di Sarno (sempre nel salernitano), il comune passato tragicamente alle cronache alla fine degli anni ’90 per le alluvioni-frane killer. Il marchio, ‘Giaguaro’, fa capo alla famiglia Franzese da oltre mezzo secolo, fin dagli anni ’60. Nello stabilimento vengono confezionate bottiglie di passata, tubetti di concentrato e scatole di polpa a tubetti: quasi tutta la produzione finisce alla grande distribuzione. Il mercato principale è quello tedesco, dove vengono approvvigionati due colossi come ‘Lidl’ e ‘Aldi’.

Dopo Petti, Giaguaro è il secondo più grosso importatore di pomodoro dalla Cina: nei primi sei mesi del 2021 ne ha acquistato 15 mila tonnellate.

Precisa IrpiMedia: “I documenti di certificazione sanitaria mostrano come Giaguaro faccia affidamento su diversi fornitori dislocati lungo il territorio dello Xinjiang. Oltre a Cofco Tuhne, l’azienda sarnese ha ricevuto diverse partite di concentrato da ‘Anron Enterprise’, un broker con sede nella periferia Urumqi, capitale dello Xinjiang. Anron Enterprisecompare tra i clienti principali di un’azienda produttrice che ha legami diretti con una divisione dei Corpi di Produzione e Costruzione dello Xinjiang, l’organizzazione paramilitare accusata di molteplici violazioni dei diritti umani”.

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