Il “Cavalier giulivo” secondo Muscetta e La Penna

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La graffiante satira dei due intellettuali irpini contro Berlusconi.

 

Ricordate la celebre gaffe di Berlusconi su “Romolo e Remolo”? Allora sentite questa, scritta in tempo reale da un latinista famoso: “Dopo che il capo del nostro governo ha dimostrato tanto interesse e tanta competenza sulla leggenda di Enea e la fondazione di Roma, ben gli si potrebbe dare il nome di Reo Silvio”.

L’affermazione satirica non è recente, ma torna di prepotente attualità dopo la sortita di questa settimana del leader di Forza Italia contro i giudici di Milano che hanno chiesto di sottoporlo a perizia psichiatrica: “Offende la mia storia e il mio onore!”, ha tuonato l’ex presidente del Consiglio. Proviamo allora, in questo Paese dalla memoria cortissima, a rievocare almeno qualche capitolo della sua storia, con l’aiuto autorevole di due tra i più illustri intellettuali irpini e italiani del ‘900: Antonio La Penna e Carlo Muscetta.

Partiamo da La Penna. Perché al patron di Mediaset, oltre all’appellativo di “Reo Silvio”, l’arguto polemista attribuisce più di un tratto in comune con “L’Onnivisibile Fetente”. Una versione ante litteram del Grande Fratello di Orwell? Più o meno: “È uno degli appellativi con cui, in Eros e Priapo, Gadda indica il capo del regime nel fatale ventennio. Ma allora non c’erano la televisione e gl’imperi televisivi”.

Non male neppure questa originale chiave di lettura dell’”Attualità di Democrito”, ispirata al pensiero del celebre filosofo greco: “È sempre vero: lo spettacolo interessante non lo danno i divi del calcio, ma le folle degli stadi, deliranti, urlanti, tuonanti”. E vi consigliamo di leggere anche le riflessioni – acute, ironiche, incalzanti, autentiche saette del pensiero – su Libertè, Egalitè, sul culto della professionalità, Sul nostro presidente, Sullo storicismo, a proposito del “becerume padano”, per non dire delle più ampie considerazioni sulla letteratura come lavoro e come creazione, su Ordine e libertà, sulla censura, sulla funzione della filosofia, sul tema I professori e la giustizia.

Un editorialista di vaglia. Un umorista brillante. Un polemista che non ti aspetti.  Antonio La Penna – il latinista irpino di fama mondiale, nato a Bisaccia e professore alla Normale di Pisa e all’Università di Firenze – è, anche, tutto questo.

A confermarcelo sono stati, nel 2008, i suoi Aforismi e autoschediasmi, pubblicati in volume dalla Società Editrice Fiorentina col sottotitolo Riflessioni sparse su cultura e politica degli ultimi cinquant’anni, e in precedenza pubblicati a puntate sulla rivista “l’immaginazione”, mensile di letteratura dell’editore Piero Manni, di Lecce, diretto da Anna Grazia D’Oria, ricco di firme prestigiose. Fra le quali spicca appunto quella di La Penna, abilissimo nell’attingere ai suoi studi classici e nel renderli attuali e pulsanti, con riflessioni e battute che risentono della lezione di Orazio e dei maggiori scrittori greci e latini, coniugando vis polemica e gusto della battuta, secondo la lezione del “castigat ridendo mores” tipica della satira latina, di cui il professore irpino è considerato, a giudizio unanime, uno dei maggiori esperti al mondo.

È ovvio che i fulminei aforismi di La Penna (non a caso il suo libro è stato recensito in maniera entusiastica sul supplemento culturale “Alias” del quotidiano “il manifesto” – di cui è collaboratore –  con il titolo Il veleno del latinista) si riferiscono al capo del governo, Silvio Berlusconi, all’epoca fresco di sconfitta nelle elezioni politiche del 9 e 10 aprile del 2006, che certo La Penna non immaginava allora di ritrovare due anni dopo, per la terza volta, a Palazzo Chigi.

A questo proposito, così si esprimeva il latinista irpino in un’intervista del 20 gennaio 2005: “Il mio orientamento politico non è mai stato segreto, tuttavia attualmente non sono iscritto a nessun partito, la mia origine è stata il Pci. Nella satira mi sono cimentato e continuo a farlo, ma non solo in funzione anti-berlusconiana, quanto piuttosto di attenzione rivolta alla politica italiana in generale”.

Più avanti, sul delicato tema della libertà d’informazione, l’analisi di La Penna è allo stesso tempo lucida e allarmata: “La censura che avvertiamo oggi non è altro che una conseguenza automatica della concentrazione editoriale che è presente in Italia. Possiamo parlare di due grandi concentrazioni, sia per quanto riguarda i mezzi d’informazione che le case editrici; di queste ultime non si conta più quante siano andate a finire nell’impero berlusconiano, una concentrazione a dir poco mostruosa. Allora è chiaro che in questa situazione l’editore che controlla tutto può decidere di lasciare nell’oscurità un autore che vale e valorizzare invece una nullità. Questi meccanismi andrebbero spiegati facendo riferimento alla sociologia della scuola di Francoforte. La definirei una dittatura dissimulata, una liberal democrazia manipolata”. Proprio Smascheriamo la dittatura dissimulata è il titolo di questa intervista, pubblicata su “L’Articolo”, supplemento regionale de “l’Unità” di buon livello culturale ma di breve durata, a firma di Daria Simeone, brillante giornalista nata ad Avellino.

Quell’intervista di La Penna è anche una lezione per tanti intellettuali e critici letterari irpini, sedicenti super partes, che pontificano contro la “contaminazione” tra politica e letteratura. Dimenticando, per citare solo i casi più eclatanti, che i maggiori scrittori italiani (da Dante a Machiavelli, da Foscolo a Manzoni, da Calvino a Pasolini) hanno vissuto intensamente i propri ideali politici e le tensioni sociali. O che, per stare alla nostra terra, che l’ispirazione di uno dei pochi autentici poeti irpini del ‘900, Giuseppe Pisano, fu certamente alimentata dalla passione civile e dalla militanza giornalistica e politica, che nel suo caso si svolse nel partito dei cattolici democratici. Lo stesso La Penna, nell’intervista citata, riferendosi alla tradizione letteraria in Irpinia, precisa: “Qui la poesia è stata più un fenomeno del dopoguerra, e dovuto a ispirazioni civili e politiche, ideali, di sinistra”, riferendosi in particolare a Pasquale Stiso, il poeta-sindaco di Andretta scomparso giusto quarant’anni fa, apprezzato anche da Sibilla Aleramo, a cui si devono il soggetto del film La donnaccia (1963) in collaborazione con Camillo Marino nonché una produzione di poesie e di racconti di estrema sensibilità e raffinatezza, apprezzata da lettori e studiosi grazie alla raccolta postuma dei suoi scritti promossa e curata da chi scrive, con la preziosa collaborazione dei familiari del poeta e di Teresa Stiso, dal 1998 ad oggi.

 

 

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Fra letteratura e politica si dipana anche l’itinerario intellettuale di un altro grande della cultura irpina, Carlo Muscetta. E anche il compianto critico letterario avellinese, allievo di Dorso e di Croce e studioso di De Sanctis, non si volle risparmiare un intervento poetico, alla soglia dei novant’anni, sull’attualità politica italiana.

Nei suoi Epigrammi, pubblicati dalle edizioni Il Girasole di Valverde (Catania), c’è un filo rosso (è il caso di dirlo…) con gli aforismi di La Penna.

Anche Muscetta, come il latinista, non fa mistero delle sue idee politiche (come nell’affettuoso gioco di parole dedicato a Enrico Berlinguer: Si chiamava Berlinguer, ma era tutto pace in ter) e del suo anticlericalismo (A chi tocca l’estrema unzione / di comunione e liberazione?), ma non fa sconti neanche agli intellettuali di sinistra (Gli intellettuali protetti / cibano pane e Olivetti), persino a qualcuno dei più illustri (Leonardo Sciascia, / non raddoppiare. / Lascia).

Tuttavia il “veleno” del critico sgorga copioso soprattutto nei riferimenti a Tangentopoli (in Passato siciliano, del ‘92: In comune andò, in parlamento andò. Solo in carcere ancora non andò), alla deriva morale del Psi (Non classismo, craxismo) ed ai suoi aedi passati poi al berlusconismo, come Lucio Colletti (Dal filosofo Colletti / sempre il meglio del peggio / ti aspetti) e Giuliano Ferrara: Se un porco avesse la barba / sarebbe una cosa rara, / come Giuliano Ferrara. / Un ministro assai contento / dei rapporti col parlo e mento.

Fino a toccare l’acme nel sapido epigramma su Berlusconi:

Perché il Berlusca è un cavalier giulivo? / Lui ben lo sa: si sente un abusivo.* *abusivo, imperativo (e la rima scatta incontrollabile. Revulsivo, lassativo, ecc..

Era il 1995. Il fenomeno Berlusconi era esploso nella politica italiana da un anno appena, ma l’epigramma di Carlo Muscetta resta lungimirante e attualissimo, testimonianza viva dell’intellettuale vero: quello che non fugge dal mondo, ma affronta la vita con raziocinio, onestà, ironia. E con coraggio intellettuale e civile.

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