GIALLO AGOSTINO / TESTIMONIA A PALERMO L’INDOMITO PADRE 

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Udienza densa di commozione e di memoria nell’aula bunker dell’Ucciardone, a Palermo, dove ha testimoniato Vincenzo Agostino, l’anziano ma indomito padre dell’agente Nino, ucciso oltre 31 anni fa, il 5 agosto 1989, insieme alla moglie Ida Castelluccio, che era in attesa del figlio.

L’imputato per il duplice (o meglio, triplice) omicidio è il boss Gaetano Scotto, mentre è già stato condannato, con rito abbreviato, un altro boss, Antonio Madonia, del mandamento di Resuttana. Deve invece rispondere di favoreggiamento Francesco Paolo Rizzuto, all’epoca amico (amico?) della vittima.

La Corte d’Assise è presieduta da Sergio Gullotta, mentre il giudice a latere è Monica Sammartino. La pubblica accusa è sostenuta dai sostituti procuratori generali Domenico Gozzo e Umberto De Giglio.

Ricostruisce con un groppo in gola il padre Vincenzo: “Mentre guardavo la tivvù sento un botto, pensavo a un petardo. Poi altri ancora. Sento mia   nuora che urla, il tempo di uscire e vedo mio figlio che si appoggia al cancello, con una mano si teneva il petto come se si volesse asciugare il sangue, con l’altra teneva la moglie. Io ho cercato di abbracciare mio figlio. Mia nuora quando era stata buttata a terra si rialza e dice: ‘Io so chi siete’. Continuarono a sparare, mio figlio cadde a terra e capii che non c’era più niente da fare. Mia moglie coraggiosamente insieme a un vicino di casa e uno dei miei figli l’hanno alzata, messa in macchina e portata al pronto soccorso, ma già non c’era più niente da fare: aveva gli occhi girati”.

Nel corso della lunga testimonianza – tre ore abbondanti – Agostino ha

rammentato e ricostruito tutte le anomalie di quella tragica giornata, e non solo.

A cominciare da quella ‘strana’ insistenza con cui Francesco Paolo Rizzuto, che la notte precedente era uscito a pescare con Nino, chiedeva di continuo quando sarebbe rientrato dal lavoro. Quella notte, l’amico  aveva dormito a casa loro e si trattenne anche a pranzo. “Ad un certo punto – ricorda Vincenzo – Nino e Ida erano arrivati per poi recarsi da una nostra parente. Paolotto (come veniva soprannominato Rizzuto, ndr) scende dalla parte del mare e gira a sinistra come per andare a Punta Raisi e non lo vedo più”.

Poi si continua con le carte bollenti, i documenti che Nino custodiva dentro un armadio di casa, sequestrate in fretta e furia. “Quando giunse il medico legale – racconta il padre – e il magistrato diede l’autorizzazione di perquisizione sul cadavere di mio figlio, trovarono un portafogli e me lo diedero. Con rabbia ho scagliato il portafogli e sono usciti tutti i fogli. Ho visto persone, che dicono che erano poliziotti, che raccoglievano questi documenti. Persone che ad uno ad uno guardavano i documenti. In uno rettangolare c’era scritto: ‘Se mi succede qualcosa andate a guardare nel mio armadio’. Così si sono presi a Flora, la sorella di Nino che quel giorno faceva 18 anni, e sono andati ad Altofonte”.

C’è poi un controverso colloquio con il capo della Squadra Mobile, Arnaldo La Barbera, il quale avrebbe addirittura detto al padre che lo avrebbe arrestato se non raccontava tutto quello che sapeva. E poi voleva ad ogni costo essere informato su cosa avrebbe detto nel corso della puntata di ‘Samarcanda’ organizzata da Michele Santoro. “La Barbera – verbalizza Agostino – voleva sapere di cosa avrei parlato. Io non gli dissi nulla ed urlò: ‘Io la faccio arrestare. Lo vuole capire che questo è un delitto di alta mafia! Qui lo dico e qui lo nego’. Quindi accadde che a Samarcanda non mi fecero più intervenire”.

Eccoci ad un altro snodo nella verbalizzazione, riguardante il riconoscimento di Giovanni Aiello, l’ex poliziotto e collaboratore del Sisde, alias ‘Faccia da Mostro’. Sarebbe stato uno dei soggetti che il mese prima, a luglio, andò a cercare Nino quando era in viaggio di nozze.

“Vennero a cercarlo due persone – sono le parole del padre nell’aula bunker – erano in moto, ebbero modi bruschi e quando gli dissi che non c’erano, stavano per andare via. Gli chiesi chi fossero e quello che era in moto rispose: ‘Digli che siamo colleghi’. Quello in moto non lo posso dimenticare: aveva la faccia lunga, come un cavallo. Il naso pronunciato, il volto butterato, come se avesse avuto il vaiolo. Pensavo che fossero falchi, ma nessuno li conosceva”.

Altro argomento affrontato, i rapporti con il collega e poliziotto Guido Paolilli, oggi in pensione ed in passato indagato per favoreggiamento aggravato (ma la vicenda è stata archiviata dalla procura palermitana per prescrizione).

Racconta Agostino: “Ci frequentavamo, c’era amicizia. All’indomani dell’omicidio venne da noi e quando lo vidi per noi era come un parente. Gli dissi: ‘Guido mi raccomando, vedi di scovare chi è stato’. ‘Non ti preoccupare’, mi rispose. E lo hanno assegnato alle indagini. Ai funerali lui venne e mi disse: ‘Da domani non faccio più parte di queste indagini. Non mi vogliono più. Non c’è bisogno della mia presenza’. Mi disse però che mi doveva far vedere 6 biglietti che non avrebbero fatto piacere a me. E poi parte senza farmi mai vedere i biglietti. Una volta torna e viene a casa nostra in via Carlo del Prete. ‘Sono venuto qui per non dire al telefono che sono qui, perché non mi fido del telefono’. Disse che fu mandato via in malo modo. E poi aggiunse che se per caso ci avessero detto che il fallito attentato all’Addaura era colpa di Nino dovevamo chiamare lui e lui ci avrebbe detto cosa rispondere. A quel punto il rapporto fu definitivamente rotto”.

Agostino ha anche ricordato le parole pronunciate da Giovanni Falcone quando si era recato per la veglia del figlio: “Davanti alle bare disse che lui doveva la vita a quei ragazzi. Me lo riferì un parente, un mio nipote”.

La prossima udienza del processo si tiene il 5 ottobre, quando verranno ascoltati altri familiari, tra cui la sorella di Nino, Flora.

 

 

Nella foto Vincenzo Agostino 

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