Canto di libertà

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Spruzzi di bile schizzano dalla contratta cistifellea di fascisti, parafascisti, orde di eversivi, simpatizzanti della destra per interessi di bottega: il fegato in steatosi si associa alla crisi tra isteria e ridicolo degli stolti, specie subculturale che urla contro ogni esecuzione singola o collettiva del canto partigiano ‘Bella ciao’, inno della libertà, che l’Italia e non solo deve agli eroici cittadini di ogni ceto sociale che buttarono fuori dal Paese l’ ignobile coalizione nazifascista. Per motivi limpidi come l’acqua di fonte e felici incroci di difensori della libertà e della democrazia con carte d’identità politica convergenti, l’antifascismo si è riconosciuto in ‘Bella ciao’, ha compiuto una fantastica circumnavigazione nel suo diffondersi per ogni dove, è diventato patrimonio di americani e svedesi, inglesi e norvegesi, di operai e vigili del fuoco, studenti, esecuzioni in sagre di paese e concerti con oceanici di fan oceanico, ha convolto cori. Da ultimo, ecco il motivo per riparlarne, ha contagiato l’entusiasmo di Madonna, star delle star, che non ha mai fatto mistero delle sue origini italiane, sicché l’osannata showgir ha festeggiato i 63 anni di una carriera senza pari nella ‘sua’ Puglia. Intorno alla tavola imbandita, in lieta compagnia di amici, ha intonato ‘Bella Ciao’. La notorietà del personaggio e della canzone, lo raccontano i biografi di Salvini e della Meloni, a loro appiccicati in permanenza, il ‘caso’  non è sfuggito: di qui, riferiscono le agenzie di stampa, il perché del viaggio a tutta velocità per l’immediato ricovero dei due soggetti, in faccia giallastra da ittero.

L’estemporanea performance delle famosa influencer, di là dal valore intrinseco, somiglia molto a un monito indirizzato alle istituzioni democratiche italiane, alla magistratura, perché l’estemporaneo exploit di Madonna, il suo ‘Bella Ciao’ adottato in mezzo mondo, spinga a reprimere ogni forma di neoantifascismo, ogni tentativo di riesumare la salma del Ventennio.

In pieno boom economico degli anni sessanta, un imprenditore emiliano, in vista di aumentare e non di poco la produzione, per soddisfare la richiesta crescente a dimensione europea dei suoi accessori auto, cercò con ogni strumento di diffusione di arruolare. Risposte zero…inspiegabile. Sfiduciato, quel datore di lavoro alla fine  capì che i sistematici ‘niet’, i troppi rifiuti, quasi tutti di gente del Sud, arrivavano da senza lavoro, che tirate le somme dell’offerta giudicavano insostenibile trasferirsi al Nord, nell’hinterland della città, dove affrontare il costo speculativo dei fitti ai meridionali e il caro vita. L’imprenditore, a sue spese, con contributi statali, fece costruire un villaggio a due passi dalla fabbrica, per ospitare gratis i dipendenti negli alloggi edificati. Un cartello venne esposto sul cancello d’ingresso: “Tutti i posti di lavoro coperti, lasciate i vostri dati per future esigenze”. Chissà che parte dell’impossibilità’ di assumere nel settore di ristoranti, alberghi, bar (gli operatori parlano di centomila posti che non riescono a coprire) non sia di analoga natura, ovvero causata da paghe non congrue, come accade per gli insegnanti costretti a emigrare dalla Sicilia al Piemonte, sottopagati.

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