Poi si vedrà

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Ovemai l’età moderna partorisse una salvifica rivoluzione fiscale, magari a a conclusione di una gestazione politica largamente condivisa,  l’umanità, che ha il privilegio di nascere, vivere nell’Eden  dello ‘Stivale’,  che si allunga nel Mare  Nostrum e  oltre le Alpi lambisce l’Europa dei ‘forti’, incontrerebbe il suo futuro in condizioni di olimpica serenità per aver sonoramente sconfitto il ‘moloc’ del debito miliardario, mai scalfito e curato malamente con pannicelli più o meno caldi, talché il Bel Paese arranca, finanziariamente ansima, sminuisce con antica e nuova protervia il suo potenziale di prosperità nella bellezza.

Il brusco ritorno alla realtà racconta che un lavoratore dipendente, pubblico o privato, per effetto di un sistema fiscale di clamorosa iniquità, potrebbe addizionare somme consistenti alla retribuzione per l’attività svolta se le casse dello Stato non prelevassero all’origine tasse quasi pari al totale della busta paga. Perché infierire così iniquamente sui contribuenti tartassati comodamente dal fisco e con aliquote da strozzinaggio? Perché, dicono i legislatori inadempienti, la voragine crescente del deficit che grava sul bilancio dello Stato diventerebbe in un amen crac, default: l’italiano schiacciato dalla pressione fiscale suo malgrado lo capisce, perfino si commuove per l’sos dei governi, che ereditano il dissesto e sono tentati, senza alcuna significativa variante a introdurre qualche balzello supplementare. Per far ingoiare l’amara pillola non dispongono che di una risorsa fasulla, la ‘solenne’ promessa di riformare il fisco. L’impegno, sistematicamente evaso, ha in sé il vantaggio di essere gratuito e conta sulla memoria corta o sviata degli italiani. All’inerzia, che stabilizza l’onere a senso unico del prelievo fiscale sul lavoro dipendente, contribuisce lo schematismo, indigesto al mondo dell’evasione, che definisce la riforma ‘strumento di consensi per la sinistra’. Il no, a qualunque correttivo del sistema discriminante in danno dei soliti noti, nasconde ben altro. Non è uno slogan elettorale, neppure un dogma del desueto proletariato marxista e neppure l’invocazione a tradurre in concreto il dettato religioso del ‘tutti uguali’. In tema di riforma fiscale il verbo inflazionato di chi governa è il futuro remoto e non è capire il perché: nessuno osa togliere alcunché ai ricchi, che nascondono patrimoni milionari nelle casseforti di holding con sede in paradisi fiscali, delocalizzano le imprese in luoghi del mondo free tax e intestano beni a prestanome, strapagano maghi dell’evasione. Non ha il coraggio di farlo neppure il mondo edulcorato di quel che fu la sinistra, tanto meno le frange dell’opposizione interna o le frattaglie di fuoriusciti ‘a metà’. La prova del nove è argomento di indigesta attualità: Letta, ha provato a contrastare con prudenza la casta dei ricchi, con la richiesta di un piccolo 1% a favore dei giovani. Ha forse influito sulla decisone uno sguardo con il grandangolare alle consorelle europee (e non) dell’Italia, che finanziano il futuro delle nuove generazioni e in generale aiutano a rendere meno esposti al ‘rosso’ i rispettivi bilanci con prelievi sui patrimoni dei ricchi. All’idea del segretario dem (nessuna sorpresa) ha risposto un coro di insolenti ‘no’ del blocco di destra (Salvini, Meloni) e Forza Italia (eh già, a difesa del nababbo Berlusconi), ma quel che lascia perplessi è anche l’indispettita contrarietà di Draghi. Con l’abituale alibi: ‘Non è il momento giusto’. Ne parleremmo quando faremo la riforma fiscale, poi si vedrà”. Ecco, anche il premier coniuga le buone intenzioni al futuro remoto.

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