NORTH STREAM 2 / IL GASDOTTO CHE BIDEN VUOL STOPPARE

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North Stream 2, il gasdotto russo ormai diventato una vera ossessione per Joe Biden.

E’ la chiave di lettura della crescente ondata di polemiche scatenata dal nuovo capo della Casa Bianca contro quel “delinquente” – come lo ha etichettato – di Vladimir Putin, che ha sulla coscienza anche le torture inflitte ad Alexey Navalny (una vera sceneggiata alla napoletana, quella recitata dall’oppositore – sic – del regime russo) e per questo merita tutte le sanzioni decise da Stati Uniti ed Europa. E in questi giorni tutti i media occidentali si stracciano le vesti per i ‘niet’ di Putin ad eventuali visite di politici Ue, compreso il presidente del Parlamento europeo David Sassoli.

Ma torniamo alla vera causa degli incubi bideniani, quel gasdotto che “non s’ha da terminare”. I lavori hanno ormai superato quota 95 per cento e il traguardo dovrebbe essere tagliato prima della fine 2021.

Gli americani, in queste prossime settimane, faranno di tutto per ostacolare il rush finale.

Del resto, uno stop ai lavori si era verificato due anni fa, in seguito alla rinuncia della compagnia svizzera ‘Allseas’, dovuta proprio alle sanzioni a stelle e strisce. Dopo la ripresa a dicembre 2020, il progetto non ha più subito interruzioni.

Attualmente la Germania riceve ogni anno circa 55 miliardi di metri cubi di gas naturale dalla Russia, tramite il gasdotto North Stream (1): i volumi, quindi, potranno addirittura raddoppiare con l’attivazione del North Stream 2, il gasdotto che parte dalla Russia nord occidentale e raggiunge le coste tedesche che affacciano sul Mar Baltico.

A quanto pare, fino ad oggi il ‘muro’ tedesco ha retto rispetto alle crescenti pressioni americane finalizzate a sabotare il gasdotto. Ha infatti di recente ribadito Angela Merkel: “La Germania ha scelto di supportare il North Stream 2”, e hanno fatto seguito le parole del ministro degli Esteri Mass Heiko: “fermarsi adesso potrebbe aggravare ulteriormente la situazione sul confine russo-ucraino”.

Ma le offensive americane non sembrano certo destinate ad attenuarsi. Anzi. Tanto che per maggio è prevista la presentazione al Congresso statunitense di un nuovo maxi pacchetto di sanzioni, come se non fossero sufficienti – per avvelenare il clima politico internazionale – quelle già in vigore.

L’opposizione al gasdotto russo, del resto, è condivisa trasversalmente nel Congresso Usa: democratici e repubblicani, una volta tanto, sono uniti nella lotta contro l’Orso russo, quel diavolo di Putin.

Cosa potrà prevedere il nuovo pacchetto di sanzioni? Soprattutto provvedimenti a carico di North Stream AG, ossia il gruppo di aziende che promuovono del progetto, di cui il colosso energetico russo Gazprom è capofila e socio di maggioranza.

Ma ecco la carta a sorpresa. Vale a dire la scelta di un ‘guastatore’, un uomo in grado di destabilizzare il progetto del gasdotto nella sua fase finale. Il nome che trapela è quello di Amos Hochstein, che aveva già ricoperto un ruolo simile con l’amministrazione Obama. E’ stato soprattutto un ‘infiltrato’ ai vertici della compagnia energetica ucraina ‘Naftogaz’: le sue dimissioni, infatti, risalgono ad ottobre 2020. Ma Joe Biden ha sempre coltivato ottimi rapporti (d’affari) con la società ucraina, come del resto ha fatto il figlio, Hunter Biden, a lungo ai vertici di un’altra sigla ucraina, Burisma.

La situazione in forte ebollizione viene confermata da un grosso dirigente di Naftogaz, Vadym Glamadzin: “Siamo fiduciosi del fatto che Biden implementerà le necessarie misure per fermare il progetto russo”. Più chiari di così…

Del resto, Naftogaz non ha mancato di far sentire il suo pieno appoggio a Biden nel corso della campagna per le presidenziali.

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