FUKUSHIMA / 30 ANNI ALMENO PER “RIPULIRE” LA CENTRALE

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Mentre Bill Gates caldeggia il ritorno al nucleare, dal Giappone arrivano le ultime notizie sulla ‘pulizia’ dei reattori atomici danneggiati dieci anni fa nella tragedia di Fukushima: ci vorranno trent’anni – 30 anni, avete capito bene – per portare a termine l’operazione!

Annuncia il governatore della prefettura di Fukushima, Masao Uchibori, nel corso di una conferenza stampa: “Dopo aver sistemato l’area devastata dai crolli e dalle esplosioni, adesso siamo pronti per partire con la pulizia del reattore: la durata dei lavori dovrebbe essere di circa 30 anni”. Se tutto va bene…

Ad elaborare quella previsione temporale, in realtà, è la società proprietaria dell’impianto, e cioè ‘Tokyo Electric Power Co’, TEPCO.

Ecco in cosa consiste l’operazione. Si tratta in primo luogo di recuperare il combustibile non danneggiato, rimuovere i detriti di combustibile fuso risolidificato, smontare i reattori e smaltire l’acqua di raffreddamento contaminata.

I detriti e l’acqua pongono i problemi più seri: se non vengono risolti in modo adeguato, quel calendario di lavori va a farsi benedire, nonostante la rituale precisone dei giapponesi. E quei già eterni trent’anni potrebbero dunque non bastare.

Dati ballerini anche sui costi da affrontare. Il governo fa delle stime al ribasso e parla di 76 miliardi di dollari, comunque una bella barca di soldi. Mentre il think tank nipponico ‘Japan Center for Economic Research’ calcola che il conto finirà per essere ben più salato’, tanto da sfiorare il tetto dei cento milioni di dollari.

Qualche dettaglio in più. Il terremoto del 2011 ha fatto saltare tutte le linee elettriche dell’impianto, spostandolo verso dei generatori d’emergenza che lo tsunami ha sommerso dopo una cinquantina di minuti. Le interruzioni di corrente hanno disabilitato le pompe che fanno circolare l’acqua di raffreddamento. Quando i nuclei del reattore si sono surriscaldati e poi sciolti, il vapore radioattivo e l’idrogeno sono fuoriusciti dai recipienti a pressione del reattore, si sono man mano accumulati nei piani superiori dei tre edifici e quindi sono esplosi, distruggendo tetti e pareti a pannelli. Il tragico ‘meccanismo’ ricorda non poco quello che si verificò, molti anni prima, a Chernobyl.

Nonostante le tante conoscenze scientifiche in materia, si partirà brancolando un po’ nel buio. Lo conferma Uchibori: “non abbiamo ancora una conoscenza precisa di quello che è successo al combustibile fuso”. Eppure, in base alle previsioni, i lavoratori addetti alla mission quasi impossible “nel 2022 testeranno un braccio meccanico azionato a distanza per recuperare piccole quantità di detriti di carburante che dovrebbero trovarsi sul fondo del reattore dell’Unità numero due”.

Molti ‘forse’.

L’altro grosso problema è rappresentato dallo smaltimento dell’acqua. Acqua che – viene spiegato – “viene contaminata mentre circola attraverso i reattori per rimuovere il calore residuo dei detriti del carburante”.

Il trattamento iniziale – a quanto pare – rimuove molti elementi radioattivi, ma non il trizio, un isotopo dell’idrogeno molto difficile da catturare. Negli ultimi dieci anni si sono accumulate oltre 1,24 milioni di tonnellate di acqua contaminata dal trizio, riempiendo oltre 1000 serbatoi che occupano quasi tutti gli spazi disponibili del campus di Fukushima Daiichi.

Non è finita qui. Perché anche le tracce di isotopi di cobalto, stronzio, plutonio e rutenio contenute nell’acqua trattata destano non poche preoccupazioni. TEPCO assicura che ridurrà tali materiali “il più possibile”. Un’espressione che, sotto il profilo scientifico, non significa nulla.

Sorge spontanea la domanda. Con quale criterio è stata affidata alla società proprietaria – non proprio candida come un giglio – la riparazione di quel disastro, potendo gestire a suo piacimento quei fondi colossali?

Se errare è umano, perseverare – si sa – è diabolico.

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