PANDEMIA / GIULIO TARRO, IL J’ACCUSE ALLA CASTA MEDICA E A QUELLA POLITICA

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“La gestione dell’emergenza Covid in Italia è stata un fallimento”.

“Se in Italia si è trasformata in un’ecatombe, grande è la responsabilità di una casta medica che non ha avuto remore a validare direttive insensate come quelle che, in Italia, hanno impedito di curare a domicilio pazienti Covid, o che hanno evitato autopsie, o che hanno impedito terapie già rivelatesi efficaci”.

Un pesantissimo j’accuse, quello lanciato da Giulio Tarro, uno dei pochi autentici virologi con pieno diritto di parola, visti i quotidiani show televisivi di troppi saltimbanchi in camice bianco.

Una impietosa diagnosi, una ricostruzione efficace e dettagliata, quella scritta da Tarro, già autore di un pamphlet al vetriolo a giugno 2020, “Covid 19 – Il virus della Paura” e che ora torna sulla scena del delitto (è il caso proprio di dirlo) con un altro saggio, scritto in collaborazione con Francesco Santoianni (editore del sito di controinformazione ‘l’Antidiplomatico’) e titolato “Emergenza Covid – Dal lockdown alla vaccinazione di massa: cosa, invece, si sarebbe potuto – e si può – fare”.

Un titolo che fa subito capire l’approccio e la valenza dell’opera.

Giulio Tarro in laboratorio con Albert Sabin.

L’emergenza è stata affrontata in un modo che peggiore non si può, la gestione è andata ancora peggio, la medicina territoriale è stata letteralmente rasa al suolo, il ricorso a farmaci molto utili per contrastare la pandemia è stato ritardato, i tamponi sono risultati spesso e volentieri del tutto fallimentari, le cifre sfornate altrettanto spesso e volentieri campate per aria, l’informazione ha svolto un ruolo soprattutto terroristico.

C’è quanto basta per delineare un quadro che – pur con tutta la fantasia possibile – più catastrofico non si può.

E che vede in prima linea le responsabilità di una casta medica ed una casta politica del tutto inadeguate a fronteggiare la drammatica situazione, non ascrivibile – commenta l’allievo di Albert Sabin che scoprì l’antipolio – ai torbidi disegni di un fantomatico Nuovo Ordine Mondiale. Ma obbedendo ai voleri di chi, in certe situazioni, gode, ossia trova il suo Eldorado, come Big Pharma, le aziende farmaceutiche oggi impegnate nella forsennata corsa al vaccino, che significa miliardi in Borsa.

Quindi snobbando, anzi ostacolando, il ricorso a cure e farmaci che – se presi in modo tempestivo – avrebbero potuto (e possono) evitare quell’emergenza, ridurre in modo drastico le ospedalizzazioni, contenere le sofferenze e i decessi.

Ma quella medicina territoriale che a questo doveva servire è stata, appunto, ammazzata. Nel corso degli ultimi anni, con i folli tagli alla spesa sanitaria; ed il colpo di grazia adesso, quando per mesi i medici di famiglia sono stati messi nella pratica impossibilità (quindi costretti) a non visitare più i loro pazienti, ridotti solo a consigli telefonici. Pazienti, soprattutto anziani, abbondonati al loro destino. Oppure spediti in quelle RSA che – come il caso Lombardia mostra in modo lampante – si sono ridotte ad autentici lazzaretti.

Preferiamo, a questo punto, lasciare la parola a Tarro, il virologo che ha lavorato per anni sul fronte di ‘guerra’, al Cotugno di Napoli, prima a contatto con il vibrione colerico poi con il ‘male oscuro’. Ed ora uno dei pochi con le carte in regola – nel paese dei saltimbanchi della ricerca – per capire e spiegare il Covid.

Di seguito, quindi, potete leggere la prima parte del lavoro.

 

 

 

 

 

Giulio Tarro

(in collaborazione con Francesco Santoianni)

 

Emergenza Covid

Dal lockdown alla vaccinazione di massa:

cosa, invece, si sarebbe potuto – e si può – fare

 

 

 

 

Indice

 

PRESENTAZIONE

PARTE PRIMA: L’emergenza Covid

Come è nata l’emergenza Covid in Italia

L’asservimento della “Scienza”

La scomparsa della medicina territoriale

La questione “influenza”

I “morti per Covid “in Italia

L’”enigma Lombardia”

I “comitati di esperti” e l’”informazione”

Gli aspetti politici dell’emergenza Covid

Ancora paura, ancora lockdown

Caccia all’untore

L’affidabilità dei tamponi

Covid e scuola

……

 

PARTE SECONDA: gli aspetti scientifici

Virus, cure, vaccini

 

 

 

Improponibili per un libro come questo, strettamente legato all’attualità e indirizzato, ad un pubblico non specialistico, una esaustiva bibliografia e note bibliografiche di riferimento.

Pertanto, per un approfondimento di quanto qui pubblicato, rimandiamo al sito:www.Covid19-bastapaura.it

 

 

 

 

PRESENTAZIONE

 

Da qualunque punto di vista la si guardi, la gestione dell’emergenza Covid in Italia è stata un fallimento che, tra l’altro, ha già comportato, ufficialmente, 71.000 “morti per Covid” e un aumento della mortalità per patologie (prime tra tutte quelle cardiovascolari e tumorali) che, considerato il collasso del sistema sanitario, non sono state adeguatamente curate e prevenute. Nonostante ciò, si pretende di perseverare con questa gestione dell’emergenza paventando nuovi lockdown e additando come “negazionisti” tutti coloro che dubitano dell’efficacia delle attuali vaccinazioni o che osano proporre misure alternative a quelle imposte dal governo e dai governatori regionali.

Su come si è arrivati a questo e sulle proposte per uscirne cercherò di spiegarlo nel corso del libro, ma una cosa qui ritengo importante subito dire. Se in Italia l’emergenza Covid si è trasformata in una ecatombe, grande è la responsabilità di una casta medica che non ha avuto remore a validare direttive insensate come quelle che, in Italia, hanno impedito di curare a domicilio pazienti Covid, o che hanno evitato autopsie o che hanno impedito terapie già rivelatesi efficaci…

Anche per questo motivo, nella speranza di un qualche ravvedimento, ho scritto questo libro. Che dedico ai non molti medici che invece di starsene a casa – come prescriveva una circolare del ministero della Salute – a fare “consulti telefonici” ai loro pazienti, si sono recati al loro domicilio curandoli e, spesso, guarendoli.

 

Giulio Tarro, dicembre 2020

 

 

 

PARTE PRIMA: L’emergenza Covid

 

Attualmente, molti Paesi, nonostante sia passato quasi un anno dall’insorgere dei primi casi, sono in piena “emergenza Covid”; soprattutto l’Italia, ufficialmente ai primi posti per “morti covid” per abitanti. Una tragedia prodotta non certo da “complotti” orditi da un imperscrutabile “Nuovo Ordine Mondiale” o dalla particolare letalità del virus Sars-Cov-2 (che, anzi, è molto più bassa di tanti altri microorganismi manifestatisi negli ultimi decenni) ma da una gestione dell’emergenza che si continua ad imporre (e non solo in Italia) per motivi sostanzialmente politici. Questa gestione dell’emergenza, è dettagliatamente analizzata in un libro che ho pubblicato qualche mese fa, “Covid: il virus della paura”, qui, una sintesi.

 

Come è nata l’emergenza Covid in Italia

Nei primi mesi del 2020, mentre le immagini di quello stava succedendo in Cina troneggiavano su tutte le TV del mondo, in Italia il Governo – verosimilmente, per le assicurazioni di un “esperto” che attestava essere “zero il rischio Covid per l’Italia” – non faceva assolutamente nulla per prepararsi all’emergenza. Non solo – tanto per dirne una – non si procurava, come facevano molti altri governi, efficaci dispositivi di bio-protezione almeno per il personale sanitario, ma permetteva che ci si baloccasse con iniziative quali #milanononsiferma (che invitavano i cittadini ad affollarsi in negozi e locali) o celebrando il rientro in classe (senza nessun controllo sanitario) di bambini appena rientrati dalle vacanze in Cina. Il tutto condito da irresponsabili dichiarazioni sulla efficienza del nostro Sistema sanitario che avrebbe certamente retto ad un eventuale impatto del virus e, cosa altrettanto grave, rassicurando che tutto era stato predisposto per affrontare una improbabile emergenza sanitaria. Nulla veniva detto sui tagli che avevano ridotto al lumicino la Sanità in Italia e che – anche per lo scioglimento del Centro nazionale di epidemiologia e sorveglianza dell’Istituto superiore di sanità– non esisteva nessun Piano per affrontare una epidemia.

L’ex premier Giuseppe Conte

Ben altro veniva fatto in altri paesi. In Germania, ad esempio, Angela Merkel annunciava che il virus Sars-Cov-2 avrebbe contagiato in poche settimane il 70 per cento della popolazione tedesca. E, attivando le misure previste dal Piano di emergenza (l’uso della mascherina e la sospensione di affollati eventi, per rallentare l’avanzata del contagio ed evitare così un picco epidemico che avrebbe potuto far collassare le strutture ospedaliere), rassicurava, giustamente, i suoi concittadini spiegando che il Sars-Cov-2, nel 90-95% dei casi, era asintomatico e che era pericoloso soprattutto per gli iper-anziani.

Alla fine di febbraio, i primi tamponi positivi e i primi “morti per Covid” facevano crollare come un castello di carte l’ottimismo del governo. Già c’era stata una raffazzonata “misura profilattica” (realizzata senza nessun coordinamento con altre nazioni): sospendere l’arrivo di voli provenienti direttamente dalla Cina (facendo così arrivare dalla Cina migliaia di passeggeri che, facendo scalo in aeroporti prevalentemente europei, entravano in Italia senza nessun controllo sanitario) ma, con notizie sempre più allarmanti che cominciavano a diffondere i media, il governo si rese conto che “qualcosa” di più convincente si doveva pur fare. Si passò, quindi, alla istituzione di “zone rosse” dove, accertata la presenza di “positivi” i cittadini venivano chiusi a casa; zone rosse che divennero oggetto di mercanteggiamento tra Governo, regioni e Confindustria che non si mettevano d’accordo su quale fosse la percentuale di “positivi” oltre la quale doveva scattare la quarantena.

Ma qual era la logica che sovrintendeva alla istituzione delle “zone rosse”? Sostanzialmente, la pretesa di evitare la diffusione del contagio nel resto del paese che ci si illudeva fosse senza contagiati. Ma era verosimile questa ipotesi? Verso la fine del 2019 nel nostro paese si era manifestato un insolitamente alto numero di gravi forme di “influenza” e di polmoniti che, a leggere i giornali, già stavano provocando il sovraffollamento dei reparti pronto soccorso e di terapia intensiva. Certo, non era una novità considerando che è quello che avviene, quasi ogni anno, da decenni. Ma questa volta sembrava trattarsi di qualcosa di più grave, così come mi veniva segnalato da alcuni colleghi. Essendo stato, per decenni, Primario Virologo all’ospedale Cotugno per le malattie infettive, conservavo molte conoscenze alle quali chiesi se ci fosse un qualche stato di allerta o, almeno, una, pur sommaria, indagine epidemiologica. Assolutamente nulla, fu la risposta.

A questo punto è il caso di fare un breve inciso.

Fino al 2016 era operante il Centro nazionale di epidemiologia e sorveglianza dell’Iss (Cnesps). Nato nel 2003 (ma il primo nucleo risale alla fine degli anni “70) il Cnesps oltre ad intercettare allarmanti quadri clinici di ricoverati e anomali casi registrati nei posti di pronto soccorso, individuandone potenziali rischi di contagio, si avvaleva di una rete di oltre duemila operatori sanitari. Il Cnesps, tra l’altro, era la cerniera tra Stato e Regioni (alle quali, nel 2015, con la modifica del Titolo quinto della Costituzione, veniva affidata la Sanità) partecipando alla Conferenza Stato Regioni per stabilire, tra l’altro, protocolli di emergenza. Nel 2016 il Cnesps, nell’ambito di una ristrutturazione dell’Istituto Superiore della Sanità fu sciolto e a nulla servì l’appello di duemila operatori sanitari contro questa misura che privava la sanità italiana di uno strumento di coordinamento indispensabile, soprattutto, in caso di epidemia. Inutile qui menzionare chi fu il direttore dell’Istituto Superiore della Sanità che decise quello scioglimento, oggi consigliere del ministro della salute per l’emergenza Covid e immancabile ospite di talk show sul Covid.

Con questa situazione e con una Sanità gestita in maniera autarchica dalle Regioni, non c’è da meravigliarsi che, fino a febbraio 2020, in Italia, nessuno si rese conto di quello che stava per accadere.

 

 

L’asservimento della “Scienza”

Nel marzo 2020, quando l’emergenza Covid si era conquistata la prima pagina dei giornali, basandomi sulla interpolazione di dati riferentisi a contagiati in epidemie virali respiratorie verificatesi negli ultimi decenni in Italia e sulle caratteristiche del virus Sars-Cov-2 (il suo elevato tasso di contagio e il suo essere asintomatico nel 95% degli infettati , che fa sì che la persona infettata si muova senza problemi) dichiaravo in una intervista che i contagiati Sars-Cov-2 in Italia, già alla fine di febbraio, verosimilmente, erano più di dieci milioni. E non ero il solo a supporre che questo virus avesse già contagiato gran parte degli italiani. C’era, ad esempio, uno studio basato su un modello epidemiologico determinato da dati raccolti sulla nave da crociera Diamond Princess, uno studio di ricercatori dell’Università di Oxford, un altro dell’Imperial College… Ovviamente, erano solo stime. Ma l’unica possibilità per confermarle o smentirle era– così come chiedevo insieme ad altri ricercatori – una immediata indagine epidemiologica su un campione rappresentativo della popolazione italiana. Indagine che non ci fu.

Il numero dei contagiati venne, quindi, valutato basandosi soltanto sui “positivi” attestati dai pochi tamponi disseminati, su “sintomatici” e senza altro criterio dalle Regioni. Così uscì fuori l’incredibile cifra di poche decine di migliaia di contagiati da Sars-Cov-2. Oggi l’iniziale sottostima dei contagiati in Italia è ammessa un po’ da tutti. Eppure a marzo era tutto un coro di “esperti da talk show” che additavano come “irresponsabile” chiunque mettesse in dubbio il dogma dei pochi infettati. E lo facevano solo per giustificare la strategia governativa delle “zone rosse”: una pasticciata copia di quello che si attuava in Cina. Nasce da qui l’asservimento, pressoché totale, della cosiddetta “Scienza” alla politica del Governo che caratterizzerà (e continua a caratterizzare) l’emergenza Covid in Italia.

Ancora peggio veniva fatto per i “morti per Covid”. A marzo, dopo la proclamazione di un lockdown nazionale, per costringere la gente a restare chiusa in casa, il governo italiano si affidò ad una terroristica informazione e soprattutto ad una fraudolenta stima dei “morti per Covid”. Contando come contagiati SOLO coloro risultati positivi ai pochi tamponi e come “morti per Covid” TUTTI coloro che prima o dopo il decesso erano risultati “positivi” Si arrivò così a contare circa 35.000 morti per Covid e assegnare al Sars-Cov-2 uno spaventoso tasso di letalità (morti su contagiati); per capirci, 28 volte più alto di quello che veniva registrato in Germania.

Il tutto nel pressoché totale silenzio della “Scienza”, anzi, per meglio dire dei tanti “esperti“ che, verosimilmente, pur di restare a troneggiare in TV ad elogiare il governo, attestavano qualsiasi cosa. Valga per tutti il davvero penoso caso di un “esperto” che, intervistato sulla clamorosa difformità del tasso di letalità del virus in Italia e in Germania (e la conseguente differenza nel numero di “morti per Covid”) rispondeva che questo dipendeva dalla ”particolare resistenza dei tedeschi” e dalla “estrema solitudine degli anziani in Germania”. “Teoria” il giorno dopo sbandierata da molti giornali. “Esperti” aiutati nel loro ruolo da legioni di servili “giornalisti” che – tanto per dirne una – mai domandavano all’”esperto” perché mai dichiarava il contrario di quello che aveva detto la settimana prima.

 

 

La scomparsa della medicina territoriale

Questa sovrastima della letalità del virus, oltre a far stare gli italiani chiusi a casa, determinò il collasso del sistema sanitario. E furono sempre di più i medici di base che per la comprensibile paura (anche quella di contagiare i propri familiari) decisero di chiudere gli ambulatori e non effettuare più visite a domicilio. Venne in loro soccorso una Circolare del Ministero della salute (dotata di un surreale “formulario” con domande da fare telefonicamente al paziente o ai suoi familiari) che ha suggellato la fine della medicina territoriale in Italia. E così pazienti anziani con polmonite e/o influenza che fino ad un anno prima venivano visitati e curati (e spesso, anche guariti) dal loro medico vedevano peggiorare i loro sintomi fin quando non venivano spediti in ospedali talmente affollati da risultare dei lazzaretti dove, se non di “Covid” venivano falcidiati da infezioni ospedaliere (che, ogni anno, “normalmente”, già si portano via circa diecimila persone in Italia).

Operatori Usca

Questo scandalo dei malati Covid lasciati senza assistenza medica ha raggiunto l’apice nel novembre 2020 quando il Tribunale Amministrativo del Lazio sentenziò che i medici di base non potevano essere destinati a potenziare le Usca; Unità speciali per la gestione domiciliare dei pazienti Covid (istituite nel marzo 2020 dal Governo con la proclamazione delle “Linee guida regionali per l’istituzione delle Unità speciali di continuità assistenziale) che, in molti territori, sono rimaste lettera morta per la mancanza di personale medico. I medici di base (la cui principale associazione aveva vinto il ricorso al Tar) hanno creduto di riabilitarsi agli occhi dell’opinione pubblica ricordando le mai abrogate disposizioni del governo, che i loro ambulatori restavano chiusi per le proteste dei condomini degli edifici nei quali erano ubicati e che non potevano curare a domicilio i malati Covid in quanto il Comitato tecnico scientifico non aveva ancora redatto le linee guida per l’assistenza domiciliare (lo farà soltanto il 30 novembre 2020). Su queste “linee guida” ci soffermeremo più avanti.

Tra i pochi medici che hanno sfidato questo umiliante ruolo imposto dal governo, mi piace qui segnalare Riccardo Munda. medico di base in Val Seriana. Invece di starsene a casa a ricevere telefonate, con dispositivi di bio-protezione e attrezzature di sanificazione pagati di tasca propria, ha continuato a visitare non solo i suoi pazienti ma anche quelli di altri colleghi. Il risultato è stato: zero ricoveri ospedalieri e zero morti fra tutti i suoi mutuati (700 persone) di Selvino un paesino della provincia di Bergamo, “epicentro dell’epidemia”. Di lui voglio qui riportare la sua risposta ad un intervistatore che gli domandava come avesse fatto a curare, considerato che, a marzo-aprile non si conosceva ancora una cura per il Covid: <<Proprio perché non c’era una cura, era fondamentale intervenire subito. E quindi non solo visitare il paziente, ma visitarlo spesso per aiutare il fisico a reagire, calibrando e ricalibrando i farmaci a ogni suo minimo segnale. E cioè l’esatto contrario di quanto veniva ufficialmente consigliato: lasciarlo solo fin quando non riusciva più a respirare e poi farlo ricoverare in terapia intensiva. (…) Se avevo paura di contagiarmi con un virus presentato in TV come l’anticamera dell’obitorio? Di certo, non la manifestavo, anche perché non si può trasmettere forza e coraggio ad un paziente se il medico manifesta la paura. >> Ovviamente, Riccardo Munda, forse per il suo impegno, “scomodo” per il governo e per tanti suoi colleghi, non è stato premiato con nessuna delle innumerevoli onorificenze assegnate agli “eroi del Covid”.

 

 

La questione “influenza”

Già a marzo, pur nello sgomento generale determinato da una terroristica “informazione” (che arrivava a paragonare il Covid alla peste, che, intorno al 1347, si era portata via un terzo della popolazione europea) ci fu chi (esponendosi alla già diffusa ingiuria di “negazionismo”) si domandò pubblicamente se l’elevato numero dei “morti per Covid” non fosse determinato, più che dal virus Sars-Cov-2, dalla scomparsa della medicina territoriale, da una impennata delle infezioni ospedaliere (conseguente al sovraffollamento) e dall’influenza che, come ogni anno, colpiva anche l’Italia.

Con il temine influenza vengono indicate epidemie, prodotte, per lo più, da virus a RNA della famiglia degli Orthomyxoviridae che, da tempo immemorabile, nascono prevalentemente in Estremo Oriente (dove animali allevati nello stesso recinto, principalmente maiali e anatre, fungono da serbatoio dell’infezione). Veicolate, principalmente, da uccelli migratori, le epidemie si diffondono così ogni anno in tutto il mondo. Alcune di queste hanno determinato gravi conseguenze. È stato il caso dell’”Influenza asiatica” del 1957-58, causata da un virus del sotto-tipo A/H2N2 che colpì circa il 20% della popolazione mondiale, portandosi via circa due milioni di persone; della ”influenza di Hong Kong” del 1968 (un milione di morti nel mondo); dell’influenza che nel 2018 ha colpito gli Stati Uniti portandosi via (secondo le dichiarazioni di Robert Redfield, direttore dei Centers for Disease Control and Prevention) 80.000 persone… tutti eventi, si badi bene, affrontati senza il panico che contraddistingue l’attuale emergenza Covid.

Oggi, il termine influenza è generalmente ritenuto sinonimo di una banale infezione da affrontare con qualche giornata a letto. E chi osa accomunarla al Covid rischia, come già detto, l’accusa di “negazionismo”. Ma quante sono le persone che, ogni anno in Italia, uccide questa “banale infezione”? Prima di rispondere è necessaria una precisazione. Mediamente, in Italia muoiono ogni anno 650 mila persone. Le cause della mortalità sono indicate dall’Istat che segnala per “polmonite e influenza”: mediamente 9.000 morti all’anno. Ovviamente, non tutte le polmoniti dipendono dall’influenza, anche se generalmente le influenze a esito infausto sono caratterizzate proprio da polmoniti. Ci soccorre a tal riguardo l’Istituto superiore di Sanità che così afferma: «…Per questo motivo gli studi pubblicati utilizzano differenti metodi statistici per la stima della mortalità per influenza e per le sue complicanze. È grazie a queste metodologie che si arriva ad attribuire mediamente 8000 decessi per influenza e le sue complicanze ogni anno in Italia.»

Giustamente, l’Istituto superiore di Sanità parla di “influenza e sue complicanze”, non già di sola influenza. Se, infatti, si volessero conteggiare solo le morti in soggetti infettati dal virus dell’influenza ma non stremati da patologie pregresse o dalle ingiurie della vecchiaia, si avrebbero cifre molto più contenute. Questa della morte “per” o della morte “con” una determinata infezione non è una questione di lana caprina in quanto proprio la pretesa di presentare il virus Sars-Cov-2 come anticamera dell’obitorio è stata una delle cause che ha trasformato in una ecatombe l’emergenza Covid-19 in Italia.

Ma, a proposito dell’accostamento dell’influenza con il Covid (che, solitamente fa scattare l’accusa di “negazionismo”) qual è, ufficialmente, il tasso di letalità dell’influenza e qual è quello del Covid? Lo raccontiamo più avanti.

 

 

I “morti per Covid “in Italia

Quanti sono i “morti per Covid” in Italia? A leggere le cifre ufficiali sarebbero stati circa 35.000 nella “prima ondata” (febbraio-aprile) mentre per la “seconda ondata”, (cominciata a ottobre) sarebbero già trentamila. Ma sono attendibili queste cifre?

Già il 17 marzo 2020 l’Istituto superiore della sanità, annunciava che dalla lettura di 355 cartelle cliniche di deceduti risultati positivi al tampone e, quindi, sbrigativamente classificati come “morti per Covid” si evidenziava che solo 12 decessi riguardavano persone che non erano affette da gravi patologie pregresse (che avrebbero, comunque, determinato in brevissimo tempo il decesso) e/o persone talmente avanti negli anni da rendere certa la loro imminente morte. Una percentuale, quindi, del 3,4% che se proiettata sul numero complessivo dei “morti per Covid” (2503) comunicato qualche giorno prima, avrebbe permesso di identificare (3,4% di 2.503) in soli 85 di questi i reali morti per Covid. Veniva, quindi, chiesto di rettificare i terrificanti dati comunicati ogni giorno in TV dal Dipartimento della Protezione civile. Così non fu fatto limitandosi, da allora, la Protezione civile a far seguire al numero dei “morti per Covid” la farisaica dicitura “in attesa di conferma dell’Istituto superiore di sanità”.

Situazione ancora più grave si verificata dopo l’estate quando, per attestare una fantomatica “nuova ondata dell’epidemia”, attestata da innumerevoli “morti per Covid”, si è arrivati a disseminare, ogni giorno, centinaia di migliaia di tamponi sulla cui affidabilità ci soffermeremo.

 

 

L’”enigma Lombardia”

Quasi i due terzi dei “morti per Covid” in Italia sono stati registrati in Lombardia. Perché? Sono state fatte molte ipotesi: elevata concentrazione nell’aria di polveri sottili, particolare strutturazione del suo sistema sanitario, inquinamento dei terreni, intensi scambi commerciali con la Cina, una campagna vaccinale contro la meningite (che, nel dicembre 2019, si è svolta proprio nelle province di Brescia e di Bergamo epicentro dell’epidemia), il non avere chiuso in tempo le “zone rosse”… Non è possibile qui esaminarle tutte; soffermiamoci, quindi, sull’ipotesi più probabile: la particolare strutturazione del sistema sanitario della Lombardia, considerato fino a qualche tempo fa il migliore d’Italia.

Primato che, comunque, deve essere rapportato al peggioramento del Servizio sanitario nazionale che, tra il 2010 e il 2019, ha perso 37 miliardi di euro e circa 50.000 unità, tra medici, infermieri; i posti letto ogni centomila abitanti sono passati da 575 a 275; il numero degli ospedali è diminuito del 14,6%. A questi tagli, soprattutto in Lombardia, si è creduto opportuno rispondere concentrandosi sui day hospital, smantellando la medicina territoriale (ormai famosa è la frase pronunciata da un assessore lombardo alla Sanità che, pubblicamente, si domandava a cosa mai potessero servire i medici di famiglia considerato che oggi tutte le risposte si trovano su internet) e, soprattutto, istituendo RSA: residenze sanitarie per anziani, quasi tutte gestite da privati e finanziate con denaro pubblico. E sono state proprio queste RSA (spesso dotate di ricchi servizi di intrattenimento per renderle concorrenziali sul mercato ma scarsamente dotate di un servizio di sorveglianza sanitaria) a costituire l’epicentro dell’epidemia.

Paradossalmente, a provocare la tragedia della Lombardia è stato, oltre alle errate direttive nazionali sulla gestione dell’emergenza, il suo sistema sanitario, molto più “efficiente” di quello di altre regioni italiane. E così, mentre nelle regioni italiane (soprattutto quelle meridionali) i tamponi erano ben pochi, in Lombardia (al primo posto nei test, seguita a lunga distanza dal Veneto) erano numerosissimi intercettando una infinità di “positivi” che non si sapeva dove sistemare soprattutto se il contagiato era un anziano ospite di qualche RSA. Nasce da qui il caos (aggravato dal considerare un contagiato da Sars-Cov-2 come un appestato) che ha trasformato la Lombardia nel lazzaretto d’Italia.

 

 

I “comitati di esperti” e l’”informazione”

Tra i motivi che hanno peggiorato in Italia l’emergenza Covid, un posto di primo piano spetta all’indeterminatezza su chi debba decidere. Parliamo, intanto, degli “esperti”.

All’estero, per affrontare il Covid, quasi tutti i governi si sono avvalsi di un solo consulente scientifico il quale, dopo essersi consultato con esperti da lui scelti, si assumeva la responsabilità delle indicazioni che dava al capo del governo, ai ministri e ai direttori dei vari dicasteri. In Italia, invece, l’identificazione di chi decide cosa fare è, a dir poco, confusa. Sulle diatribe tra governo, ministri e governatori regioni accenneremo più avanti; qui poche parole su comitati e consulenti che continuano a gravare sull’emergenza Covid. Oltre al Comitato tecnico scientifico (i cui membri, da 5, sono diventati 20) praticamente ogni ministro e ogni governatore ha il proprio “consulente Covid” (termine con il quale viene presentato in TV) o addirittura il proprio “comitato di esperti”. Poi restano le macerie di ben 19 “Task force” che hanno prodotto report (quelli del Comitato tecnico scientifico erano addirittura coperti da Segreto di Stato) pieni di banalità e di “auspici” su quello che qualche altra struttura dovrebbe fare.

Membri del Comitato Tecnico Scientifico in TV

Ma contano qualcosa questi comitati? Una risposta può essere data dal comportamento del Presidente del Consiglio dei ministri che nonostante il parere del Comitato tecnico scientifico del 7 marzo che propendeva per la creazione di altre zone rosse, il giorno dopo decise, in assoluta autonomia, di imporre il lockdow nazionale. Ma, allora, a cosa servono oggi questi comitati? Sostanzialmente a far ergere i governanti al ruolo di “super-partes” tra sempre più screditati “esperti” e una popolazione implora un ritorno alla normalità. Si trasforma così ogni allentamento del lockdown indispensabile a far partire l’economia, in una benevola concessione di governanti commossi per le condizioni dei propri sudditi. Ruolo che, tra l’altro non comporta nessuna assunzione di responsabilità visto il gran numero di “esperti” tra i quali si può sempre trovare qualcuno che, pur confusamente, era una voce fuori dal coro.

Con questa situazione sarebbe stato lecito aspettarsi dai media una qualche considerazione su una gestione dell’emergenza che, tra l’altro, produceva un numero di vittime notevolmente superiore a quello di altri paesi. Così non è stato e con giornali e TV monopolizzati da governanti che sbandieravano le attestazioni dell’OMS per incensare le loro decisioni, la stragrande maggioranza dei giornali e TV hanno non solo avallato la gestione dell’emergenza governativa ma ce l’hanno messa tutta a terrorizzare la gente. E, soprattutto, a colpevolizzarla come se la tragedia Covid dipendesse dal loro comportamento, peraltro – salvo rarissime eccezioni – pienamente conforme alle disposizioni governative.

 

 

Gli aspetti politici dell’emergenza Covid

Sbaglia, comunque, chi pretende di spiegare la fallimentare gestione dell’emergenza nel nostro Paese addebitandola principalmente ad una spiccata faciloneria e incompetenza che caratterizzerebbe i governanti italiani; anche perché la gestione dell’emergenza Covid in Italia oggi non è molto diversa da quella che caratterizza altri paesi.

Ma, a questo punto, è opportuno un inciso. Non sono, certo, un analista politico né, tantomeno, un “complottista” ma, avendo avuto un ruolo (essendo stato Primario nell’ospedale per malattie infettive Cotugno) nella gestione dell’epidemia di colera a Napoli nel 1973 e del “Male oscuro” nel 1978 e avendone analizzato davvero tante epidemie in consulenze e ricerche svolte all’estero, ho maturato la convinzione che anche l’epidemia Covid, in Italia e in altri paesi, avrebbe potuto conoscere un ben diverso esito se non fossero intervenuti pesanti condizionamenti politici.

Intanto va detto che, agli inizi dell’emergenza, la percezione del pericolo costituito dal virus Sars-Cov-2 è stata pesantemente enfatizzata dalla spettacolare imposizione di una quarantena per cinquanta milioni di persone nello Wuhan-Hubei. Iniziativa dettata, a parere di non pochi studiosi, da mere esigenze politiche e che non spiega il, davvero inverosimile, bilancio in Cina dell’epidemia Covid, oggi ufficialmente scomparsa dopo appena 4.634 decessi in un paese con un 1,4 miliardi di persone. Comunque sia, quella quarantena – ripresa dalle TV di tutto il mondo – certamente trasmise la percezione che incombeva non una delle tante epidemie che, nell’indifferenza pressoché generale, colpiscono periodicamente il nostro pianeta ma una catastrofe.

Nonostante ciò, le misure per fronteggiare la paventata epidemia di Covid furono, all’inizio, in molti paesi, assolutamente condivisibili consistendo, principalmente, nella protezione delle categorie a rischio (iper-anziani e immunodepressi). Ben presto, comunque questa strategia è stata messa da parte per lasciar posto a lockdown più o meno generalizzati. Perché questa escalation? Forse, perché si era constatata l’inadeguatezza profilattica della iniziale strategia? O per la regia di un tenebroso complotto mirante ad imporre una non meglio specificata dittatura planetaria? Assolutamente no.

Già a marzo, era noto che il virus Sars-Cov-2 era molto contagioso e pericoloso per i soli iper-anziani. Ne conseguiva che l’infezione, già dilagata, non avrebbe potuto essere fermata con cordoni sanitari o lockdown ma doveva essere affrontata rallentando il contagio – ad esempio con il rispetto delle misure di biosicurezza – e proteggendo, prioritariamente, categorie a rischio come gli iper-anziani. Non certo con quello che si faceva in Italia. Eppure, come già detto, la strategia del lockdown generalizzato, adottata dal governo italiano il 9 marzo e dileggiata per settimane su tutti i giornali del mondo, ad aprile divenne la norma per molti paesi soprattutto europei. Perché? Verosimilmente, perché molti governi, constatando quello che avveniva in Italia, si resero conto che l’allarme Covid era una formidabile occasione per irregimentare la popolazione e sbaragliare le opposizioni. Venne così riproposta, in molti paesi, la stessa gestione dell’emergenza già imposta in Italia (basata sulla sovrastima dei “morti per Covid” e sulla sottostima dei contagiati): il lockdown. E se qualcuno osava protestare per l’illogicità di questa misura veniva zittito con l’argomentazione che così si faceva in molte altre nazioni.

Va da sé che questa lettura, prettamente politica, della gestione dell’emergenza Covid si presta a, certamente comprensibili, obiezioni. Tra le più diffuse: “Ma è verosimile che i governanti, tramite inutili lockdown, avrebbero, tra l’altro, imposto immensi sacrifici ai loro connazionali solo per rafforzare il dominio?” Si potrebbe sbrigativamente rispondere a questa obiezione ricordando che, da sempre, i governi, per lo stesso motivo, non hanno avuto remore a proclamare guerre. Ma sarebbe una riposta che presupporrebbe una accurata regia dietro la gestione dell’emergenza Covid. In realtà questa, più che da una ferrea strategia, è stata dettata (come in tutte le crisi) dal caotico sovrapporsi di molti interessi, non ultimo quello di conglomerati finanziari (tra l’altro, proprietari di media capaci di condizionare l’opinione pubblica) che, verosimilmente, hanno visto nella emergenza Covid l’occasione per arricchirsi ulteriormente o, addirittura, stravolgere aspetti importanti del vivere sociale per consolidare il loro potere.

Come già detto, non essendo un “complottista” non credo che questa emergenza Covid sia stata dettata da una sorta di “Spectre”; ma credere che dietro ogni folle disposizione di questa gestione dell’emergenza ci sia stata solo incompetenza mi sembra una ingenuità.

 

 

Ancora paura, ancora lockdown

“Errare è umano, perseverare è diabolico” recita un noto proverbio. Ma quando una errata gestione dell’emergenza Covid ha già comportato, tra l’altro, migliaia di morti e innumerevoli persone ridotte in miseria, perseverare, per coloro che hanno finora gestito l’emergenza, è politicamente inevitabile considerando che se ammettessero pubblicamente di avere sbagliato nella conduzione dell’emergenza sarebbero travolti, prima ancora che dalle critiche, da una folla inferocita. Nasce da qui l’esigenza di procrastinare sine die una emergenza paventando, ad esempio, un futuro costellato da sempre più catastrofiche epidemie (si veda, ad esempio, lo spazio mediatico dedicato, a dicembre, alla “variante inglese” del virus Sars-Cov-2); nasce da qui l’esigenza manifestatasi nel maggio 2020 di enfatizzare l’arrivo per l’autunno, di una terribile “seconda ondata” dell’epidemia Covid.

A dare corpo a questa minaccia contribuì, intanto, la trasformazione in un dogma del tasso di letalità del virus Sars-Cov-2 e, quindi, del bilancio della “prima ondata” conclusasi a fine aprile. Come già detto, a marzo le prime indagini dell’Istituto superiore della sanità determinavano un netto pronunciamento del direttore di questo Istituto contro l’enfatizzazione del numero ufficiale dei “morti per Covid”; e i media, (ad esempio il quotidiano La Stampa) non esitarono a pubblicare articoli intitolati: “Coronavirus, l’Istituto Superiore di Sanità: <<Solo 12 le persone decedute senza patologie pregresse>>.

Strade deserte a Napoli nei giorni del lockdown

A maggio, invece, quando lo stesso Istituto, insieme all’ISTAT pubblicò un’altra indagine che dall’analisi di 3032 cartelle cliniche di persone classificate come “decedute per Covid”, documentava che solo 124 di esse non evidenziavano gravi patologie pregresse (appena il 4,1% del totale dei “morti con coronavirus”) i titoli furono: “Studio Istat-Iss: <<Covid-19 causa diretta di morte per l’89% di positivi>>”; “Coronavirus, il rapporto Iss-Istat: <<È causa diretta di morte nell’89% dei pazienti deceduti. Può rivelarsi fatale anche senza concause>>”; “Indagine Iss Istat: nove decessi su 10 per Covid causati direttamente dal virus”… Ancora peggiori conseguenze quelle determinate da una disposizione del Ministero della salute che, come vedremo meglio in seguito, stravolse la già dubbia affidabilità dei tamponi a metodica molecolare RT-PCR attestando la “positività” e, quindi l’infezione da virus Sars-Cov-2 nell’organismo sulla presenza, non già di tre, ma di una sola catena genetica.

Tutto era pronto, quindi, per potere attestare una nuova “ondata epidemica Covid”. Ma per questa bisognava aspettare l’arrivo dell’influenza che come ogni autunno si sarebbe abbattuta sul nostro Paese. A tal proposito è da segnalare una davvero sconcertante iniziativa che fu presa dal governatore della Regione Lazio: obbligare tutti gli operatori sanitari (pena il loro verosimile licenziamento) e le persone over 65 (pena il divieto di accedere a “luoghi di aggregazione che non consentano di garantire il distanziamento sociale”) a sottoporsi a vaccinazione antinfluenzale e anti-pneumococcica. E questo al fine dichiarato di “ridurre i fattori confondenti per il Covid in presenza di sintomi analoghi”. Decisione pienamente validata dal Comitato tecnico scientifico.

In realtà questa storia della vaccinazione antiinfluenzale che avrebbe garantito di distinguere il virus Sars-Cov-2 da quello influenzale era una assurdità considerando che già esistevano test capaci di identificare contemporaneamente sia la presenza del virus Sars-Cov-2 sia di quello influenzale (in Gran Bretagna, ad esempio, il governo ne aveva già ordinato 5,8 milioni). Un’altra assurdità di questa misura era che la vaccinazione antiinfluenzale, in molti casi, non impedisce il verificarsi dell’influenza che, anzi, si manifesta con una sintomatologia solitamente più grave della “normale” influenza. Ancora più grave poi la circostanza che la vaccinazione antiinfluenzale abbassa momentaneamente le difese immunitarie rendendo così l’organismo più vulnerabile ad altri virus. E con il Sars-Cov-2 che, pur spegnendosi l’epidemia, in autunno, sarebbe stato ancora in giro ci sarebbe stato il rischio che la vaccinazione antiinfluenzale avrebbe potuto provocare, addirittura, un aumento dei casi di Covid.

Come è finita questa storia dell’obbligo della vaccinazione antinfluenzale per scongiurare il Covid è noto: il, 2 ottobre, il Tribunale amministrativo regionale del Lazio annullava l’ordinanza della Regione Lazio. Misura contro la quale né la Regione Lazio né, i tanti esperti da talk show trovarono qualcosa da dire. Era venuto fuori, infatti, che con le aziende farmaceutiche tutte intente a realizzare il vaccino anti-Covid, le scorte di vaccino antiinfluenzale erano così poche da rendere impensabile una vaccinazione antiinfluenzale obbligatoria. Insomma, si era fatta di necessità virtù. Più o meno come a marzo, quando, considerando che in Italia non c’erano mascherine, il governo italiano (seguito dal Comitato tecnico scientifico) si guardò bene dal promulgare l’uso di queste (o, almeno, consigliare, in alternativa, l’uso di un foulard o di una sciarpa): una misura che, invece, avrebbe potuto rallentare la diffusione del contagio ed evitare il catastrofico picco epidemico del 28 marzo.

 

 

Caccia all’untore

Il 17 maggio 2020 la promulgazione della Fase due, con la riapertura di alcune attività economiche e la fine del lockdown, susseguente alla drastica riduzione del numero di “morti per Covid”, nelle speranze di molti avrebbe dovuto segnare un progressivo ritorno alla normalità. L’arrivo della stagione calda, del resto, essiccando rapidamente le goccioline di Flügge nelle quali viene veicolato il virus aveva contribuito ad abbattere il contagio che, verosimilmente si sarebbe, in autunno, ridotto a pochi sporadici casi.

Sarebbe stato opportuno, quindi, approfittare della fine del caos che fino a quel momento aveva avvinto le strutture sanitarie per effettuare una capillare indagine sierologica nazionale per valutare quante persone nel nostro Paese avessero sviluppato gli anticorpi al nuovo coronavirus, anche in assenza di sintomi. Questa, indagine ufficialmente partita il 25 maggio, si rivelava subito un fallimento venendo disertata dalle persone invitate telefonicamente dalla Croce Rossa. Perché? Perché secondo le direttive del Ministero della salute e del Comitato tecnico scientifico, la presenza di anticorpi al virus Sars-Cov-2 attestava non già una guarigione ma un mero stato di positività che richiedeva la messa in quarantena del soggetto. Quarantena di almeno quindici giorni e che avrebbe avuto fine solo davanti ad uno stato di “negatività” attestato da un tampone che sarebbe arrivato non si sa quando. Tamponi sulla cui attendibilità ci soffermeremo.

L’impossibilità di potere valutare quante fossero le persone già colpite e “guarite” dal virus diede vita a sconcertanti iniziative soprattutto in Campania. Qui, come già detto, i tamponi disseminati durante la Fase uno erano stati pochissimi alimentando la credenza di una Campania miracolosamente risparmiata dall’epidemia. Da maggio in poi, furono, invece, numerosissimi i tamponi disseminati che facendo credere che dietro ogni “negativo” ci fosse non già un “guarito”, e cioè una persona che aveva neutralizzato il virus senza manifestare alcun sintomo, (come è nel 90-95% dei casi) bensì una persona che il governatore aveva “salvato” da un contagio che aveva colpito il resto d’Italia. Non a caso, si scatenò proprio in Campania la caccia ai “focolai di Covid” (come quelli di Mondragone, Portici, Valle dell’Irno, Atripalda…) nei quali l’imposizione di una ferrea quarantena fu salutata entusiasticamente dalla popolazione campana che rieleggerà plebiscitariamente il suo Governatore. Questa storia dei “focolai di Covid” da circoscrivere caratterizzerà tutta l’estate trovando il culmine in un villaggio turistico sull’isola di Santo Stefano, in Sardegna, dove ben 470 turisti trovati “positivi” al tampone furono messi in quarantena. Ma come è possibile che i tamponi dessero un risultato “negativo” o “positivo” a seconda delle, verosimili, esigenze di chi li faceva disseminare?

 

 

L’affidabilità dei tamponi

Fino ad aprile, per attestare la positività era necessario che il tampone identificasse tre geni caratterizzanti l’RNA del virus; oggi, inspiegabilmente, ne basta uno. Ma, a questo punto, è necessario un sintetico inciso scientifico.

Il codice genetico (RNA) del virus SARS-Cov-2 risulta essere uno dei più lunghi tra quelli a RNa (30.000 coppie di basi). Fino ad aprile, i geni che venivano ricercati per identificarlo erano 3: il gene E (Envelope), il gene N (proteina nucleocapside) ed il gene RdRp (RNA polimerasi virale). Si badi bene che il gene E del SARS-Cov 2 è identico al 100% a quello del SARS-Cov-1 (e probabilmente a quello di tutti i SARS coronavirus); il gene N ha una sola variazione (di appena 1/64esimo, ovvero di appena l’1.5%,); il gene RdRP ha 5 variazioni su 64. Con questa situazione e l’elevata possibilità di identificare SARS-Cov2 con un virus diverso non è un caso che nessuno tra gli innumerevoli tipi di tampone oggi in uso sia mai stato certificato dal Comitato tecnico scientifico.

Il 3 aprile 2020, colpo di scena. Il Ministero della salute con una confusa Circolare, in nome dell’esigenza di accelerare i tempi della diagnosi (“…assicurare un uso ottimale delle risorse e alleviare la pressione sui laboratori designati dalle Regioni/Province autonome”) dà il via alla possibilità di valutare la presenza del SARS-Cov2 sulla base di un solo tampone e la presenza di uno solo dei tre suddetti geni. Da quel momento in poi precipita la già traballante affidabilità dei tamponi tanto da far dire al professor Giorgio Palù, già presidente della Società italiana ed europea di Virologia ed attualmente a capo dell’AIFA “se si usa un kit di tamponi che amplifica un solo gene come si fa oggi per velocizzare, si amplifica la sensibilità con il rischio di falsi positivi

L’altro aspetto che abbatte ulteriormente l’affidabilità dei tamponi è, infatti, l’assoluta arbitrarietà nel numero dei cicli di amplificazione al quale sono sottoposti i tamponi. Il campione prelevato con il tampone viene analizzato con il metodo RT-PCR (Reverse Transcription – Polymerase Chain Reaction). In pratica, con la trascrittasi inversa, i singoli filamenti di RNA vengono trasformati in DNA complementari (cDNA), i quali, con il metodo della Real-Time PCR, vengono amplificati mediante n cicli (runs). L’amplificazione ha una crescita esponenziale; questo significa che ben diverso è il passaggio dal decimo all’undicesimo ciclo, rispetto a quello dal trentesimo al trentunesimo; più si aumenta il numero di cicli e meno affidabile è l’esito. Secondo il Premio Nobel Kary Mullis, (l’inventore della tecnica di biologia molecolare PCR – Polymerase Chain Reaction che sovrintende a questi tamponi) per evitare di attestare falsi positivi il numero di cicli termici non dovrebbe essere superiore a 20-25 ma questo limite oggi, quasi mai viene rispettato. E, in assenza di precise disposizioni, ognuno si regola come gli pare. Ad esempio Il ministro dell’Interno, Luciana Lamorgese, secondo un comunicato ufficiale del suo ministero dell’11 dicembre “non è mai stata positiva al coronavirus. Il test molecolare per SARS-CoV-2 eseguito lunedì scorso, relativo ad un normale controllo periodico, comunicato come positivo, si è rivelato errato”; di riflesso un pensionato, trovato “positivo” al tampone, il 28 dicembre, si è sparato alla testa. Può apparire incredibile, ma proprio su tamponi così inaffidabili si sono basati lockdown, zone rosse, chiusure di scuole e tutte le privazioni e sacrifici connessi.

Già a giugno l’OMS aveva dato un primo colpo all’attendibilità di questi indicando che per dichiarare guarita una persona non erano necessari (come avveniva in Italia) due tamponi di seguito negativi ma bastavano tre giorni senza sintomi per liberare i pazienti dall’isolamento indipendentemente dalla severità dell’infezione. Una indicazione questa decisa in base alle evidenze che dimostravano che il virus attivo, in grado di replicarsi e di infettare, non risultava presente, se non eccezionalmente, nei campioni respiratori del paziente dopo nove giorni dall’insorgenza dei sintomi, e in particolare nei casi di infezione lieve, contestualmente alla formazione di anticorpi neutralizzanti. Appariva quindi sicuro liberare il paziente dall’isolamento sulla base di criteri clinici, piuttosto che sulla ripetizione dell’esame del tampone, che poteva continuare a rilevare tracce non vitali di RNA (non pericoloso) per molte settimane. Ovviamente il Governo (e, quindi il Comitato tecnico scientifico) ad ottobre tradusse questa indicazione limitando a uno solo il tampone negativo necessario per porre fine alla quarantena.

Nel dicembre 2020, nuovo pronunciamento sui tamponi dell’OMS che, finalmente, denunciò come l’elevato numero dei cicli di amplificazione finisce per attestare la presenza di un virus inesistente. Meglio tardi che mai? Certo, ma c’è chi ha fatto notare che appare davvero sospetta questa indicazione emanata a ridosso dell’inizio della campagna vaccinale; quasi servisse a ridurre drasticamente il numero dei positivi al virus per poi far ricadere il merito al vaccino.

 

 

 

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