REITHERA / PERCHE’ L’ITALIA FINANZIA UN VACCINO SVIZZERO ?

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Festeggiano e sparano tric trac i ‘politici’ e gli ‘scienziati’ di casa nostra per il nuovo vaccino italiano in fase di decollo, quello griffato Reithera.

Uno tutto tricolore!

Peccato che si tratti di una colossale sceneggiata, tanto per gettare fumo negli occhi agli italiani, già drammaticamente alle prese con il Covid e, soprattutto, con i devastanti effetti del Lockdown, decretato da lorsignori.

I capitali di Reithera – lo illustriamo in dettaglio fra poco – in realtà sono svizzeri. Quindi, adesso, Invitalia – il carrozzone guidato dall’onnipresente Domenico Arcuri – regala una montagna di euro ad una “anonima elvetica”, come del resto avevano già fatto la Regione Lazio e Unicredit.

 

TUTTI INSIEME “ITALIANAMENTE”

Ai confini della realtà.

Tutto succede quando la nostra economia va a picco, il piano pandemico fa ridere, l’Agenzia Italiana del Farmaco sta a guardare girandosi i pollici, l’Istituto superiore di Sanità non nuove un dito, il Governo ha altri cavoli a cui pensare.

Una foto di gruppo, scattata sotto la canicola ferragostana, li ritraeva tutti beati e contenti insieme, per la firma dello storico ‘accordo’ capace di far decollare i mega progetti di Reithera.

Roberto Speranza. In apertura Domenico Arcuri e, sullo sfondo, la sede di Reithera

C’erano proprio tutti: i ministri dell’Università e della Salute, rispettivamente Gaetano Manfredi e Roberto Speranza; il governatore del Lazio Nicola Zingaretti; il numero uno dell’ISS Silvio Brusaferro; il direttore dell’Agenzia italiana del farmaco Nicola Magrini; il direttore del Consiglio Superiore di Sanità e membro del CTS Franco Locatelli; il direttore scientifico dell’Istituto Spallanzani di Roma (che lavora in sinergia con Reithera per le sperimentazioni), Giuseppe Ippolito.

Tutti felici e contenti per festeggiare il miracolo all’italiana.

Peccato che non sia un prodigio, ma solo una pantomima.

Vediamo come e perché. Partiamo dall’inizio della breve ma subito fortunata storia di Reithera.

Che nasce solo sei anni fa, nel 2014. Il nucleo dei ricercatori, capitanato da Antonella Folgori, che ne diventa subito l’amministratore delegato, proviene da un’altra sigla sanitaria, OKAIROS.

 

DALLA SVIZZERA ALLA SCOZIA

Ma tutto fa capo ad un’altra sigla, KEIRES Ag, che regge il bandolo della matassa ed ha sede in Svizzera, per la precisione a Basilea.

E qui il mistero diventa più fitto che mai.

Secondo alcuni KEIRES è una pura e semplice società anonima, un comodo paravento per celare l’identità dei soci, un po’ come succede per le società fiduciarie.

Secondo altri fa a sua volta capo a “Basilea Pharmaceutica”.

Altri ancora parlano di rapporti molto stretti con uno dei colossi dell’industria farmaceutica, GLAXO. Di tutto e di più: ma sempre dentro i confini elvetici.

I rapporti esteri, comunque, non finiscono qui. Perché entra in scena anche la Scozia: i test di biosicurezza microbiologica, infatti, vengono svolti nei laboratori di Glasgow dall’ennesima sigla di questa più che intricata story, SGS. Boh.

Fatto sta che nel giro di pochi mesi la gemmazione di cotal parto, Reithera, comincia ad essere coccolata e, soprattutto, finanziata da tutti.

Apre le danze – e soprattutto i rubinetti del credito, solitamente ben stretti – Unicredit: il responsabile per il Centro Italia. Salvatore Pisconti, la scorsa estate decide infatti di erogare un pingue finanziamento.

E’ quindi la volta dei generosi fondi – circa 8 milioni di euro -stanziati dal Governatore del Lazio Zingaretti, che gonfia il petto per l’italianità del progetto.

Arriviamo ai giorni nostri e all’ultima, clamorosa svolta.

Invitalia decide per il gran passo: entrare a vele non troppo spiegate, ma comunque in modo significativo, nel capitale di Reithera. Annunciando l’acquisto del 30 per cento del pacchetto azionario.

Con questa iniziativa Invitalia immette nelle casse di Reithera una forte iniezione di liquidità, 81 milioni di euro. 69 saranno destinati alla ricerca, allo sviluppo per la validazione del vaccino e alla produzione (si pensa che i vaccini saranno pronti per il settembre-ottobre); mentre i restanti 11,7 milioni serviranno per ampliare lo stabilimento di Castel Romano (ma a quanto pare ci sarebbe un’altra unità produttiva nel napoletano).

Non solo. Invitalia fa di più, perché praticamente in contemporanea apre un altro rubinetto sotto la forma di agevolazioni concesse in conformità agli aiuti di Stato per un totale di 49 milioni: 41,2 a fondo perduto e 7,8 come finanziamento agevolato.

Una bella cuccagna. Peccato, però, che in gran parte finisca nelle già possenti casse elvetiche.

Motivo per cui sorgono spontanee alcune domande: come mai, in un periodo di tale difficoltà economica, Invitalia, che fa direttamente capo al ministero dell’Economia, e la Regione Lazio pensano bene di finanziare la Svizzera?

Solo per sbandierare un’italianità vaccinale puramente di facciata?

E poi: perché non battere invece tutt’altra strada, vale a dire la creazione di una vera azienda pubblica di Stato per la produzione degli strategici vaccini?

Perché spendere e spandere soldi a rivoli, senza neanche avere il controllo di una società? A cosa serve quel 30 per cento?

Sembra – pari pari – la storia dell’ingresso azionario, dieci anni fa, della Cassa Depositi e Prestiti (la nuova IRI de noantri) nell’azionariato (una quota inferiore al 20 per cento) di Kedrion, la società che domina in Italia il mercato degli emoderivati e fa capo alla famiglia Marcucci (con un Andrea capogruppo del PD al Senato): che senso aveva quell’immissione di danaro pubblico per un’azienda che già viaggiava col vento in poppa e rastrellava utili e profitti con la pala?

Ora ci ricaschiamo, complice il Covid. Quale senso ha – ribadiamo – buttare 100 milioni e passa di euro dalla finestra quando sarebbe stato 100 volte più logico costituire ex novo una società pubblica per la produzione di vaccini o quanto meno rilevare in toto – per poterla controllare con validi manager e validi ricercatori – l’azienda già esistente?

Misteri di casa nostra. Sui quali, però, la magistratura non farebbe male a puntare i riflettori.

Da Arcuri, comunque, c’è da aspettarsi ben poco. Almeno sul fronte dell’oculatezza delle decisioni.

 

LE SIRIGHE DELL’OCULATO ARCURI

Tanto per dirne una, è fresca l’apertura di un’inchiesta a suo carico della Corte dei Conti, che ci vuol vedere chiaro sulla storia delle siringhe pagate a peso d’oro e volute a tutti i costi dal super Commissario per l’emergenza. Come mai – si chiedono i giudici contabili – pagarle 6 volte di più rispetto al loro valore reale? E il quantitativo non era da poco: ben 157 milioni di siringhe.

Le contestate siringhe di Arcuri

La procura contabile del Lazio ha aperto un fascicolo per verificare se la spesa sostenuta (in totale una decina di milioni di euro) sia stata proporzionale ai benefici oppure se un risultato analogo poteva essere ottenuto con gli strumenti tradizionali: e cioè aghi standard che costano fino a 6 volte meno rispetto ai prezzi stabiliti con i fornitori delle magiche siringhe.

Lui, Arcuri, ineffabile, si esibisce nel classico scaricabarile: “E’ stata un’indicazione dell’AIFA”.

Arieccoci, l’Agenzia del Farmaco.

Non si tratta, comunque, dell’unico sospetto di danno erariale a carico del super manager. Altri fascicoli aperti, sempre dalle toghe contabili capitoline, riguardano le forniture di mascherine e l’appalto dei banchi scolastici a rotelle.

Insomma, per tutti i gusti.

Mentre l’Italia affonda.

 

 

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