BORSELLINO QUATER / FU SOLO MAFIA. AL MASSIMO QUALCHE “CONVERGENZA”

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Adesso, dopo quasi 40 anni, scoprono l’acqua calda.

Mancavano solo le motivazioni, appena depositate, della sentenza per il processo Borsellino quater, per illustrare meglio ai cittadini italiani lo stato comatoso della giustizia di casa nostra, ridotta ormai ad un cencio.

Sulla strage di via D’Amelio, infatti, i signori giudici che a novembre 2019 hanno emesso la sentenza di condanna per alcuni mafiosi, arrivano a ‘scoprire’ (sic) che forse (ma solo forse) anche altri soggetti, ovviamente mai identificati e ritualmente ‘a volto coperto’ possano aver avuto ‘interessi convergenti’.

Siamo su ‘Scherzi a parte’? No, in un’aula di giustizia che vagola ancora tra le nebbie, rammaricandosi che tanti pentiti abbiano raccontato baggianate, che l’agendina rossa sia sparita nel nulla pur essendo passata per molte mani, che si sia ancora oggi solo in possesso di alcune ‘tessere’ del mosaico, un mosaico del resto pieno di ‘ombre’.

Sembra di essere calati in un thriller neanche degno di un giochino guardia e ladri, tantissimi dubbi e una sola certezza: l’artefice primo della strage è la mafia, la prima e unica ad avere un interesse reale ad eliminare Paolo Borsellino. Qualcun altro? Forse, chissà, per qualche ‘interesse convergente’.

Neanche un cenno all’unica pista reale, sempre denunciata, per fare un solo nome, da Fiammetta Borsellino, la figlia di Paolo, ossia la pista degli appalti sui quali sia suo padre che Giovanni Falcone stavano lavorando. Una Fiammetta che ha sempre avuto il coraggio di denunciare “il più grande depistaggio di Stato” costruito per allontanare verità e giustizia. In particolare fabbricando, costruendo a tavolino, taroccando il pentito

Vincenzo Scarantino

Vincenzo Scarantino, ottimo e abbondante per accusare degli innocenti (pur mafiosi) che con quella strage non c’entravano per niente e che si sono beccati 16 anni di galera. Ha puntato l’indice, Fiammetta, non solo contro quei poliziotti (tre) che ora sono sotto processo, ma anche contro quei magistrati che hanno condotto per primi – e di tutta evidenza in modo pessimo – le indagini sulle stragi.

Leggiamo, fior tra fiori, nelle 377 pagine delle motivazioni, fresche di deposito.

“E’ possibile che la decisione di morte assunta dai vertici mafiosi nella corale riunione degli auguri di fine anno 1991 della Commissione Provinciale, e nelle precedenti riunioni della Commissione Regionale, abbia intersecato convergenti interessi di altri soggetti o gruppi di potere esterni a Cosa Nostra. Ma ciò non può equivalere a mettere in ombra la paternità della terribile decisione di morte compiuta da Cosa Nostra nel condurre ad escludere la responsabilità penale di coloro che ebbero a partecipare alle riunioni deliberative”.

Neanche l’ombra di un dubbio che la decisione vera sia stata assunta a ben più alti livelli, economici, politici e forse anche istituzionali e la mafia sia stata la mano omicida, lo strumento criminale attraverso cui raggiungere l’obiettivo di eliminare un magistrato così scomodo come Paolo Borsellino? Il quale, appunto, stava tirando le fila di quella maxi inchiesta su Mafia-Appalti che avrebbe rappresentato un durissimo colpo per le connection fra politici, imprenditori e mafiosi.

Fanno uno sforzo enorme, le toghe siciliane, per raccontare: “Allo stato, il quadro probatorio appare immutato rispetto a quello già considerato dalla Suprema Corte di Cassazione nella pronuncia del 2003, non sussistendo elementi probatori per dire che la strage di via D’Amelio abbia avuto una causale diversa dalla matrice mafiosa e che la stessa sia ascrivibile ad un contesto deliberativo diverso da quello accertato nel corso del presente procedimento”.

Sforzi titanici per dire che in 17 anni nulla è cambiato sotto il sole. Come se quel depistaggio non fosse neanche mai esistito!

Insomma, viene ribadito, “la strage di via D’Amelio rappresenta indubbiamente un tragico delitto di mafia, dovuto ad una ben precisa strategia del terrore adottata da Cosa Nostra, in quanto stretta dalla paura e da fondati timori per la sua sopravvivenza a causa della risposta giudiziaria dato dallo Stato attraverso il Maxiprocesso, nato anche da una felice intuizione dei giudici Falcone e Borsellino”.

Motivi vecchi più del cucco, pezze a colori che sarebbero andate bene caso mai proprio all’epoca del maxi processo, non certo dopo. Quasi che le stragi di Capaci e poi di via D’Amelio possano essere state una ritorsione per quel maxi processo e non, invece, provocate da quelle bollenti inchieste che Falcone e Borsellino stavano portando avanti. Si ammazza per quello che è stato fatto o per quel che può (o potrà) essere fatto? Possibile mai che neanche un minimo di logica abbia illuminato le illustri menti di altrettanto illustri togati?

I quali si dichiarano certi di una sola cosa, come ribadiscono nelle monumentali (ma come visto del tutto inutili) motivazioni della sentenza: la cosiddetta “Trattativa Stato-Mafia” non c’entra niente con la strage di via D’Amelio. Almeno su questo – e solo su questo – ci azzeccano.

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