CORSA AI VACCINI – I TEMPI E LE PRIORITA’ IN CAMPANIA

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Sono 6.515, nella sola ASL Napoli 1, i malati di Covid che sono stati curati efficacemente a domicilio, dall’inizio della prima ondata fino a questi ultimi, convulsi giorni di fine dicembre, in piena seconda ondata. 6.515 persone che non sono andate ad intasare i già stracolmi ospedali, consentendo così, ai tanti che ne avevano invece assoluta necessità, di ricevere le cure appropriate nei nosocomi Covid della città.

Di questo ma, soprattutto, della imminente somministrazione dei vaccini parliamo con la dottoressa Pina Tommasielli, membro dell’Unità di crisi per la medicina territoriale fin dall’inizio dell’emergenza pandemia, su nomina del governatore Vincenzo De Luca. Considerata a buon diritto un medico-eroe dopo i diversi servizi televisivi (a cominciare dal TG1) che ne hanno immortalato l’attività quotidiana, con tanto di scafandro anti-Covid, per somministrare cure domiciliari ai pazienti, Pina Tommasielli è in realtà l’anima di quella forza espressa dai medici di famiglia partenopei in questa epocale congiuntura sanitaria. Ed oggi lancia, insieme ai familiari dei pazienti psichiatrici, una nuova sfida: inserire fra le patologie con urgenza vaccinale anche i tanti ammalati dell’anima, molti dei quali a rischio suicidio, reclusi nelle loro abitazioni da inizio pandemia, quindi ormai da quasi un anno, in totale isolamento, quasi sempre con abuso di psicofarmaci e, talvolta, anche di alcol o stupefacenti.

Ma andiamo per ordine.

 

La dottoressa Tommasielli in azione sul camper che ha effettuato screening per gli operatori scolastici. Nella foto di apertura è con il governatore De Luca,

Dottoressa Tommasielli, partiamo dei vaccini, di cui si annuncia l’imminente arrivo anche in Campania e sui quali quindi è oggi puntata l’attenzione dell’intero Paese. Quando arriveranno esattamente?

Per quello che noi medici già sappiamo, il 26 dicembre arriveranno in Campania elicotteri militari con le prime 7-800 dosi di vaccino destinate agli operatori sanitari e delle RSA. Si parla di uno stoccaggio anche presso l’ospedale Monaldi, ma il luogo più sicuro, dove sono già attrezzate le celle frigorifero, è l’Ospedale del Mare. Il 27 dicembre saranno effettuate proprio all’Ospedale del Mare le prime vaccinazioni, con orario dalle 8 alle 22.

 

Lei si vaccinerà? E ci sono dati su quanti sono i suoi colleghi che lo faranno?

Certamente, io spero di essere tra i primi medici a potermi vaccinare. Per quanto riguarda gli altri, ricordo in primis che quando si parla di operatori sanitari non ci si riferisce solo a medici, infermieri e OSA, ma anche a tutto il personale che popola gli uffici ASL e gli ospedali, dagli amministrativi agli addetti alle pulizie. Solo nella Napoli 1, parliamo di circa 6.000 persone. Da un sondaggio che abbiamo già effettuato come medici di famiglia, nel distretto della ASL Napoli 1 siamo su una percentuale compresa tra il 70 el’80% di soggetti che intendono vaccinarsi. Io personalmente sono stata incaricata di realizzare questo sondaggio fra i medici e il personale sanitario del territorio, poi naturalmente ogni ASL ha inviato i suoi dati alla Regione Campania. E la percentuale ovunque è pressoché la stessa.

 

Quali saranno le priorità per somministrare i vaccini in Campania, dopo operatori sanitari e delle RSA?

Guardi, si sta parlando di dare priorità ai pazienti affetti da patologie a grave rischio. Generalmente ci si riferisce agli ammalati oncologici. Ma da tempo arriva il grido d’allarme di familiari con patologie psichiatriche, sensibilmente aggravate dalla pandemia, anche con l’isolamento stretto e l’abuso di sostanze, siano esse psicofarmaci o, spesso, anche alcol o droghe. Naturalmente tutti i casi classificabili come pazienti a rischio devono essere certificati dai medici di famiglia, che conoscono bene questi ammalati, da anni. Detto ciò, le posso anticipare che mi sto battendo perché anche questi pazienti psichiatrici gravi possano rientrare tra le priorità vaccinali subito dopo gli operatori sanitari. E sono certa che il presidente De Luca sarà sensibile a questa battaglia, che riguarda la tutela degli “ultimi”.

 

Che tempi quindi si possono prevedere per le vaccinazioni in questa seconda fascia di pazienti a rischio?

Io credo che dovremmo farcela a cominciare per inizio febbraio al massimo, ma sottolineo che occorre anche una mobilitazione dei media per dare voce ai pazienti psichiatrici gravi e ai loro familiari, purtroppo tradizionalmente dimenticati, anche nel corso di questa pandemia. Questo mi offre lo spunto per sottolineare un altro aspetto importante.

 

Quale?

Il ruolo primario dei medici di famiglia, che qui alla ASL Napoli 1 siamo riusciti ad affermare. Ma non è così in tutta Italia, sono figure spesso sottovalutate, molte delle quali hanno pagato con la vita il loro coraggio e la dedizione ai pazienti, specie al Nord, ma non solo. Ciò che mi preme sottolineare è che solo il medico di famiglia conosce bene la storia clinica di ogni paziente, mentre il dato che arriva dagli ospedali è per forza limitato ai soli periodi di degenza, quando ci sono o ci sono stati.

 

L’assistenza domiciliare, che vede protagonisti i medici di famiglia, viene infatti considerata dagli esperti una nuova frontiera, la parola d’ordine sembra essere: “curatevi a casa se potete”. Ma a Napoli come sta funzionando?

Bastano i numeri, appena aggiornati: come medici di famiglia, nel distretto della Asl Napoli 1, dall’inizio della pandemia abbiamo assistito a domicilio 6.515 ammalati Covid, tra prima e seconda ondata.  Nei soli mesi “caldi” di novembre e dicembre, fino ad oggi, i pazienti Covid assistiti a casa sono stati 3.584. Tutto ciò senza quindi intasare le corsie, a vantaggio di chi invece ha avuto necessità di cure ospedaliere.

 

Operatori Usca a Napoli

Come avete fatto, materialmente? In che modo vi siete organizzati?

E’ passata la linea che da tempo avevo proposto, portando avanti con determinazione, fin dall’inizio, l’esigenza di cure domiciliari per gli ammalati Covid, naturalmente finché possibile. In pratica, abbiamo delineato e messo in atto un percorso, che parte con la telefonata del paziente al medico di famiglia. Di qui, se le condizioni del paziente lo consentono,  il medico indica la terapia da eseguire a domicilio. Quando è necessario, si passa all’assistenza del “Team di secondo livello”, composto da uno specialista della ASL, in genere uno pneumologo, un infermiere e un “Usca”, figure professionali, queste ultime, che sono state molto utili in questa emergenza sanitaria. Il tutto naturalmente avviene con il supporto tecnico della telemedicina, nel senso che il team di secondo livello dialoga in remoto gli specialisti, i quali ricevono tutti i dati del paziente dal medico di famiglia, dall’infermiere o dall’Usca che si è recato a domicilio, anche per portare bombole di ossigeno o altri presidi sanitari indispensabili. E’ in questo modo che abbiamo assistito a casa le migliaia di ammalati Covid di cui le dicevo prima.

 

A proposito delle cosiddette “Usca”, unità di giovani medici, sembra che a livello nazionale, stando ai media, non abbiano funzionato. A Napoli come è andata?

Le dico subito che qui sono stati e sono operatori sanitari preziosi, nonostane gli intralci burocratici. La Campania è stata la prima regione che ha istituito queste figure per affiancare o medici della prima linea. All’inizio dell’anno non era ancora partita l’assistenza domiciliare, perché si registrava solo la corsa agli ospedali, quindi in quel primo periodo gli Usca sono stati utilizzati per fare i tamponi, ma anche negli uffici delle ASL per la vigilanza a distanza dei soggetti in quarantena. Teniamo presente che nel corso degli ultimi 30 anni in Campania, come altrove nel Paese, i dipartimenti di prevenzione delle Asl erano stati trattati come cenerentole, svuotati di personale e mezzi, in alcuni casi non c’era nemmeno un computer. Proprio in questi distretti l’attività dei giovani Usca è stata, come dicevo, preziosa, ma non solo, hanno prestato la loro opera anche per tamponi e vigilanza in aeroporti, stazioni ferroviarie, porti. Oggi, ripeto, sono tutti impegnati nei team di secondo livello per l’assistenza domiciliare.

 

Non ci resta allora che attendere i turni vaccinali e sostenere il suo impegno anche a favore dei pazienti psichiatrici gravi.

Il mio impegno, l’ho assicurato, non mancherà. Del resto, la sensibilizzazione su questo tema, troppo spesso oscurato, sta crescendo. Nei giorni scorsi alla Fondazione Sudd di Antonio Bassolino è stato presentato il libro di Carlo Falcone sul disagio psichiatrico ai tempi del Covid. Un tema sempre più urgente, destinato ad uscire dai ristretti ambiti letterari per diventare patrimonio di tutti.

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