SINTOMATICI & ASINTOMATICI / COSA NE PENSA UN “VERO” VIROLOGO, GIORGIO PALU’

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Sintomatici e asintomatici, come orientarsi nelle giungle del Covid, oggi alimentate dai tanti virologi taroccati che popolano gli schermi delle nostre tivvù, seminando dubbi e incertezze tra i cittadini.

Come stanno le cose sul fronte dell’utilità o meno del lockdown, sul quale il governo non sa che pesci pigliare, sprofondato nei suoi tentennamenti dai Soloni (sic) del Comitato Tecnico Scientifico, a sua volta popolato da troppi Saltimbanchi della Ricerca.

Giulio Tarro. In apertura Giorgio Palù

Le poche Parole serie fino ad oggi ascoltate, sia sotto il profilo del rigore scientifico che della capacità divulgativa, appartengono a due ricercatori che si mantengono lontani dalle ribalte salottiere tivvù.

Si tratta di Giulio Tarro e di Giorgio Palù.

Il primo è stato allievo di Albert Sabin che scoprì il vaccino antipolio, storico virologo del Cotugno sul fronte del famigerato vibrione colerico che infestò Napoli e poi del ‘male oscuro’; mesi fa autore di “Covid 19 – Il virus della paura”. La Voce ha più volte ospitato i suoi interventi, in grado di chiarire i tanti, troppi punto oscuri – è il caso di dire – sia sul tema dei vaccini che proprio sulla conoscenza e il contrasto del coronavirus.

Giorgio Palù è docente emerito di microbiologia e virogologia all’Università di Padova (di cui per anni è stato il Rettore), ed ex presidente della Società Europea di Virologia.

Da un allievo all’altro il passo, talvolta, è molto lungo. Come nel caso di un ‘allievo’ di Palù, quel Giorgio Crisanti che imperversa sugli schermi tivvù per ammaestrare il popolo e indicare la retta via sul cammino per sconfiggere Covid 19.

Nell’unica apparizione mediatica che fino ad oggi Palù si è concesso, non ha avuto parole al miele per Crisanti. “Lui è un mio allievo – chiarisce – accademicamente l’ho chiamato io (all’università di Padova, ndr), ma non è un virologo. Non ha mai pubblicato un lavoro di virologia. Si tratta di un esperto di zanzare”.

Andrea Crisanti

Parole che precisano, una volta per tutte, il perimetro tecnico-scientifico in cui si cimenta professionalmente l’ex consulente della Regione Veneto, e ora in guerra con il Governatore Luca Zaia. Crisanti ha scoperto che nelle sue vene adesso scorre sangue PD, come del resto è accaduto per il fresco assessore alla sanità della giunta Emiliano in Puglia, Pier Luigi Lo Palco, ed era successo in precedenza al Vate di tutti i Vaccini, Roberto Burioni.

Alcuni mesi fa la Voce ha pubblicato un’inchiesta per dettagliare il profilo del super esperto di zanzare: la trovate cliccando sul link in basso.

Ma torniamo a cose serie.

A seguire potete leggere il testo dell’intervento intervento di Giorgio Palù a TV7. Secondo il quale l’Italia non può assolutamente permettersi un secondo lockdown.

 

 

 

Il termine sintomatico è un termine molto chiaro: cioè dimostra una persona che ha sintomi, dal mal di gola al mal di testa alla congiuntivite alla febbre alla diarrea alla perdita di olfatto e di gusto, ci può essere anche qualche sindrome neurologica per non parlare di quelli in uno stato più avanzato. Quindi questi sono i sintomi che per larga misura sono simili a quelli dell’influenza almeno nei prodromi e nelle prime manifestazioni.

Contagioso, direi che è un termine improprio. Il termine di “Contagium Vivum Fluidum”, cioè di contagio vivo e fluido, fu per la prima volta nel 1909 applicato ai primi virus scoperti che erano i virus delle piante da Ivanovsky in Russia e Beijerinck in Olanda. Il contagio è qualcosa che si diffonde, ma visibilmente.

Quindi quando noi parliamo di contagiati usiamo un termine improprio: dovremmo parlare di soggetti positivi al test e oggi il test che fa ancora riferimento è il cosiddetto tampone molecolare. Ci sono i positivi che contagiano, i positivi che non contagiano, positivo non vuol dire ‘malato’.

Questi termini la gente deve comprenderli bene: cioè trovare un positivo vuol dire che io dopo tanti cicli di amplificazione con una tecnica PCR (POLYMERASE CHAIN REACTION) praticata in laboratorio, prendo la materia che c’è sul tampone, la estraggo e la amplifico per milioni di volte. A questo punto se io trovo un segnale positivo significa che ho un po’ di acido nucleico del virus, ma non è detto che quell’acido nucleico rappresenti una particella virale infettante, quindi in grado di infettare: può trattarsi di un residuo, un virus morto, oppure non è detto che quell’acido nucleico sia rappresentante di una concentrazione di virus sufficiente ad infettare.

Sappiamo da almeno due lavori scientifici ed altri che ne sono succeduti, i quali hanno dimostrato con studi in vitro che l’infezione è possibile quando troviamo in un campione clinico almeno un milione di genomi equivalenti. Oggi non abbiamo ancora un test che dosi precisamente la carica virale come lo abbiamo per molti altri virus, ricordo quello dell’HIV, ricordo l’epatite C, il virus dell’epatite B, il virus del citomegalo. Perché non lo abbiamo? Perché non abbiamo ancora un farmaco. Per i virus appena citati abbiamo dei farmaci e sappiamo che dobbiamo dosare il farmaco fino ad azzerare oppure rendere minuscola quella concentrazione perché sappiamo ad esempio che un soggetto che abbia 20 genomi equivalenti di HIV nel sangue non è infettivo e non ha neanche i sintomi.

Se lei è positivo non vuol dire che sia malato e né che sia sintomatico e non vuol neanche dire che sia contagioso. Se lei è asintomatico può essere rintracciato solo nella ricerca che si fa durante lo screening o durante il tracciamento dei cosiddetti contatti che si fanno coi tamponi. Se lei è asintomatico non lo sa, può sapere se è positivo da asintomatico solo se fa il test.

Quello che cerco di dire è che positivo non vuol dire ammalato e positivo non vuol dire contagioso, per i motivi che ho appena cercato di spiegare, che ci vuole una certa soglia di concentrazione virale. Molti di questi ricoverati hanno sintomi lievi, alcuni sono ricoverati per ragioni sociali, perché non hanno a casa nessuno, sono anziani, hanno paura, non hanno chi li assiste oppure perché vivono in una casa con figli giovani e nipotini che dicono sia meglio che il positivo vada in ospedale perché ha un po’ di febbre, un po’ di sintomi oppure è meglio che si ricoveri perché non è abbiente. Quindi è una situazione diversa.

Voglio dire, è importante seguire la catena del contagio, ma oggi con il 95% di asintomatici in Italia, nell’attuale situazione ha senso inseguire e tracciare gli asintomatici che sono la maggior parte? Con che tentativo? Di azzerare il contagio?

 

Dal punto di vista razionale è un non senso, dal punto di vista scientifico non è perseguibile e non è giustificabile. Aveva molto senso all’inizio della pandemia. Ricordo che in Corea del Sud i focolai principali erano due e sono avvenuti durante cerimonie religiose, come ne abbiamo avuti anche in Italia ai funerali occasione di alcuni funerali. Loro sono riusciti a tracciarli da subito ed estinguerli sul nascere. Ha senso farlo come lo fanno i cinesi, ma i cinesi in 100 giorni hanno visto il contagio azzerarsi e oggi si preoccupano degli gli arrivi dall’estero.

Comunque, gli studi ci dicono che la letalità del virus oscilla tra lo 0,3 e lo 0,6%. Vuol dire una letalità relativamente bassa, più bassa di altre malattie infettive, sicuramente più bassa degli incidenti stradali, dei sucidi, sicuramente più bassa delle patologie respiratorie per cause nanopolveri – all’anno- quindi relativamente bassa, il che ci dovrebbe far dire che non moriremo tutti come qualcuno evocava. Non è la spagnola che ha fatto 50-100 milioni di morti nel ‘18, quando non avevamo né la penicillina, né il cortisone, né le rianimazioni, nè gli antibiotici. Una letalità relativamente bassa, considerato che quella della SARS era pari al 10% e della MERS pari al 37%, due coronavirus che si sono estinti nel giro di un anno circa. Quindi stiamo parlando di ordini di grandezza inferiori.

Quindi questo ci dovrebbe un po’ rasserenare e invece questa infodemia, questa informazione che è diventata pandemica, questa paura del contagio e della morte, questa sì è diventata virulenta e contagiosa, nel senso con cui si è definito il contagio di un virus vivum fluidum. Si è perso il buon senso e la ragionevolezza. Si è persa la capacità critica di valutare i dati per quello che sono. Abbiamo avuto una mortalità elevatissima, siamo i detentori del record mondiale della letalità per coronavirus, proprio perché all’inizio abbiamo ricoverato tutti.

La paura è virale. Il raziocinio e il buonsenso non sono virali, in quanto non contagiano, sono virtù di pochi. Anche perché è difficile, quando siamo sommersi da una informazione martellante, due volte al giorno. La gente mi ferma per strada e mi chiede, ma moriremo tutti? Fortunatamente abbiamo poche persone in rianimazione, lo 0,5% di tutti i casi positivi, trenta volte meno di quello che era all’esordio. La mortalità è relativamente bassa. Il 90% della mortalità si è verificata negli ottantenni e su, soggetti che avevano altre patologie, respiratorie, cardiovascolari, metaboliche, oppure una diatesi, cioè una costituzione corporea grassa. Cioè tutto quello che produce infiammazione nel nostro corpo. Sappiamo che più vecchi diventiamo e abbiamo arteriosclerosi, le nostre arterie non sono più pulite, dove si forma una placca c’è un’infiammazione e lì il virus attecchisce e si replica meglio.

Questa confusione mediatica, questa esagerazione, questa frenesia, questa perdita della ragione, siamo in un autunno della ragione, vorrei dirlo, la descrizione della peste di Camus o di Manzoni. Questa non è la peste.

 

 

Non sono un sociologo, però alcune cose mi hanno colpito come questa autoaffermazione, autoacclamazione di sedicenti virologi, di pseudovirologi, di paravirologi, con tanti giornalisti che li hanno etichettati come tali. Ecco da noi comunicano tutti, abbiamo l’esperto ad ogni trasmissione, abbiamo i talk show che sono la cosa più antiscientifica che ci sia. All’estero esiste una preparazione per fare comunicazione scientifica, in Germania parla solo uno, Christian Drosten, quello che ha isolato per la prima volta il virus della SARS quando era ancora studente di dottorato a Francoforte, isolando quel paziente che veniva da Hong Kong e transitava per la Germania. Parla lui perché è esperto. Nel Regno Unito ci sono Whitty e Vallance che sono il chief medical officer e il consulente principale del governo. In America parla Anthony Fauci. Qua da noi parlano tutti, ex virologi, pseudo virologi.

Cosa fa un virologo? Un virologo studia il virus, come replica, che struttura ha, con che meccanismi causa la malattia, come si possono individuare sulla base di questi meccanismi dei nuovi farmaci o dei nuovi vaccini. Come collegato il contagio con l’origine del virus. C’è un virus corrispettivo nel mondo animale? Questo fa il virologo. Mentre i virologi che sono stati interpellati per il 90% o erano infettivologi che avrebbero meglio parlato di come si tratta un paziente e quali siano i sintomi. Erano igienisti che avrebbero meglio descritto una curva epidemica di come va il contagio, o erano entomologi esperti di zanzare e di malaria che non avevano mai visto o pubblicato un lavoro scientifico su un virus. Ciò è anche colpa di chi interpella i cosiddetti esperti, attribuisce una conoscenza e non guarda il curriculum. In Italia avviene questo. Ai talk show partecipano attrici, soubrette oltre ad esperti e si intersecano dialoghi che vanno dal politico, all’economico, al sociale, al medico scientifico.

Capisco che le persone siano confuse. Ho fondato la società italiana di virologia, sono stato presidente per sette anni di quella europea che ha tre premi Nobel al suo interno, conosco tutti i principali virologi in Europa e nel mondo.

In Italia posso dire che i virologi sono pochissimi e la maggior parte di quelli validi e riconosciuti all’estero non sono mai apparsi sugli schermi televisivi.

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