BRUNO CACCIA / ARCHIVIAZIONI & DEPISTAGGI

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Ancora uno schiaffo alla memoria di Bruno Caccia, il procuratore capo di Torino ammazzato il 26 giugno 1983, senza che sia mai stata raggiunta una verità giudiziaria.

Oltre due anni fa – giugno 2018 – i familiari Cristina, Guido e Paolo Caccia, hanno presentato opposizione alla richiesta di archiviazione delle indagini nei confronti di Rosario Pio Catafi e Demetrio Latella, iscritti nel registro degli indagati da luglio 2015: una richiesta avanzata dalla procura di Milano.

Ebbene, ora il gip meneghino Stefania Pepe ha emesso il provvedimento di archiviazione, sostenendo che sono emersi solo “labili indizi a carico di Cattafi e Latella” e che la ricostruzione di Fabio Repici, il legale della famiglia Caccia, “non appare supportata da concreti elementi di prova”.

Commenta Repici con amarezza. “Il penosamente tardivo provvedimento di archiviazione del Gip di Milano, dopo oltre due anni dall’udienza, riesce ad essere insoddisfacente non solo nella decisione di chiudere, allo stato, le indagini in realtà mai avviate nei confronti degli indagati Cattafi e Latella, ma anche nella motivazione di quella decisione, che è un sunto della richiesta di archiviazione formulata quattro anni fa dal pm Tatangelo e che non dice praticamente nulla sugli atti di indagine suppletiva”.

E continua: “Si tratta dell’ennesima occasione persa dalla giurisdizione milanese per rendere un po’ di verità e giustizia alla memoria del procuratore Bruno Caccia. Purtroppo per l’ennesima volta gli sforzi fatti dai familiari di una vittima ricevono una beffa ad opera degli apparati dello Stato. Quegli sforzi, naturalmente, proseguiranno”.

E conclude: “Ci si augura che ministro della giustizia, procura generale della Cassazione e CSM attivino la propria attenzione sulle disfunzioni della giurisdizione milanese in relazione all’omicidio Caccia. A tanti anni da quell’omicidio non si conosce l’identità dei due killer, si sa poco dei mandanti e ancor meno delle ragioni e degli interessi altissimi che imposero proprio in quel momento l’eliminazione del procuratore della repubblica di Torino”.

Un esempio lampante: perché non è stato mai sentito dagli inquirenti il figlio Guido, al quale il padre aveva parlato pochi giorni prima d’essere ammazzato di una concreta pista su cui stava lavorando e aveva detto che “Nei prossimi giorni succederà una cosa enorme?”.

Con ogni probabilità la pista era quella dei maxi riciclaggi della malavita organizzata – la ‘ndrangheta soprattutto – nei Casinò del nord ovest, quello di Saint Vincent in particolare; e le collusioni con i servizi segreti. Un mix esplosivo. Una pista concreta su un business che proprio in quegli anni stava appena cominciando e sul quale il procuratore Caccia stava già indagando con efficacia.

Proprio per questo “Doveva morire”, il suo lavoro andava a tutti i costi stoppato.

In concreto, fino ad oggi, c’è solo una sentenza pronunciata contro un panettiere di Torrazza Piemonte, Rocco Schirripa, condannato all’ergastolo perché ritenuto l’esecutore materiale del delitto; e contro il boss Domenico Belfiore, ritenuto il mandante.

Una sentenza che fa acqua da tutte le parti.

E poi c’è la precisa denuncia, cinque anni fa, dei familiari di Caccia, i quali scrivono senza mezzi termini di depistaggi che hanno caratterizzato le indagini, oltre che di una sfilza di inerzie e lungaggini degli inquirenti torinesi e milanesi.

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