Bella ciao cancella il “7 a 0” del ‘carrocciaro’ Salvini

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Giani e il Pd sono andati di traverso a Salvini. “La Toscana? Roba nostra, sfrattiamo il Pd”, così aveva pontificato con l’abituale arroganza subculturale il quasi precomatoso ex ministro dell’interno del Carroccio Incurante del rischio colica renale da calcoli sballati, l’uomo della cavolata Papeete, che tra non molto dovrà rispondere in tribunale al reato di sequestro aggravato di persona (si badi, non del peccato veniale di aver messo le dita nella marmellata), dei 49 milioni truffati allo Stato, dei finanziamenti occulti di suoi commercialisti imbroglioni, si lecca le ferite inferte dalla presunzione pre elettorale del sette a zero con cui la destra avrebbe cancellato Pd e soci dalla lista dei governi regionali. A prescindere da  Liguria e Veneto, dove Toti (associato alla larga di Salvini) e Zaia (giustamente premiato per la qualità del controllo sul Covid e non solo) per consensi personali sovrasta largamente il voto alla Lega, nette le vittorie di De Luca in Campania e di Emiliano in Puglia, non meno significativo il successo del centrosinistra in Toscana. Se il dolore della colica è un po’ meno devastante, Salvini lo deve a insipienza, caos endogeno,  smarrimento mentale, cioè politico, specialmente della componente di destra del Movimento 5Stelle. Nella stolta illusione di conservare la propria identità (per altro ridotta al lumicino) i pentastellati hanno ‘regalato’ la regione Marche alla destra, all’unico esponente dei neofascisti di Fratelli d’Italia eletto a un importante incarico istituzionale. La somma, purtroppo teorica, di voti Pd-M5S, avrebbe dato anche alla regione del centro Italia un governatore di centrosinistra.
Lo spaccone dei ‘porti chiusi’ esce comunque dalla competizione settembrina fortemente ridimensionato, leso nella credibilità di imbonitore, che gli italiani sembrano finalmente voler smascherare e demolire. Tempo fa ci si era interrogati sull’efficacia del tam-tam quotidiano di denuncia del ‘pericolo’ Salvini, fino a immaginare di ignorarlo per evitare le conseguenze del detto ‘parlate male di me, ma parlatene’. Gli eventi del voto appena concluso dimostrano che è stato saggio desistere da quel proposito e tenere in vita il fil rouge della denuncia che identifica la Lega nel partito del razzismo, di xeno e omo fobia, della perigliosa tendenza sovranista-populista. E però, l’emergenza democratica non può dirsi compiutamente soddisfatta. Nello scenario italiano dell’equazione mistificante ‘ordine e sicurezza’ eguale destra, c’è da contrastare con gli opportuni strumenti di denuncia il rischio, che al declinante Salvini, succeda la borgatara Meloni, politicamente imparentata con i fascisti di Casa Pound e Forza Nuova.
Sotto silenzio stampa, a torto, il ‘filone’ (a Napoli è il ‘marinare’ la scuola) di Sartori dalla competizione referendum-regionali. Aveva ragione chi pronosticava per il futuro delle sardine una rapida eclissi, simile al fuoco di paglia dei girotondini?
In casa giallorossa il responso elettorale, anche se parziale, consegna al Pd l’impegno urgente di trasformare l’onda del sì all’antipolitica in un succinto, breve prologo della riforma elettorale, che rinviata darebbe ragione ai ‘no’ del referendum. E poi: il marasma che agita le acque del grillismo – a proposito, nuovo flop di Di Battista e della sua campagna elettorale anti Emiliano – consegna al Pd la combinazione per aprire la cassaforte dove sono in attesa di attivazione un paio di decisioni inevase. Sono in gioco l’utilizzo dei finanziamenti europei con rapidità e qualità operativa e il decisionismo per accedere alle preziose risorse del Mes, la novità di un’identità politica concorde nelle scelte di governo.
Al ‘povero’ Salvini non ne va bene una. Lesina, provincia di Foggia, Puglia. Si vota e fenomeno senza pari in Italia la popolazione è costretta a votare solo per tale Primiano Di Mauro, candidato della Lega senza competitori, unico aspirante sindaco con la lista ‘Lesina Azzurra’. Salvini gongola e dichiara: “Un sindaco pugliese lo abbiamo già eletto, ancor prima del confronto elettorale”. Ma succede che ai lesinesi la cosa non va giù e spengono l’euforia del leghista fermando l’asticella dei votanti al di sotto del 50%, limite minimo per la validità dell’elezione. Lesina commissariata.
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