ILARIA ALPI / SEMPRE SEGRETO IL NOME DELL’AGENTE SISDE CHE SA TUTTO. PERCHE’?

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Giancarlo Marocchino. In apertura Ilaria Alpi

Spuntano documenti inediti della CIA sull’omicidio di Ilaria Alpi e Miran Hrovatin.

Li rivela l’Espresso con un’inchiesta firmata da Andrea Palladino. In un dossier dell’agosto 1993, in particolare, i servizi segreti a stelle e strisce segnalano un aumento dei flussi di armi diretti alle fazioni islamiste. E dettagliano il ruolo svolto dagli italiani in quei traffici illegali. Dalle carte emerge anche il nome dell’imprenditore Giancarlo Marocchino.

La Federazione Nazionale della Stampa chiede “alla Procura di Roma di acquisire ed esaminare i documenti della CIA”. Quella Procura di Roma che ha cercato di archiviare l’inchiesta, per volontà del pubblico ministero Elisabetta Ceniccola e del procuratore capo Giuseppe Pignatone.

Il gip capitolino Andrea Fanelli, però, si è opposto all’archiviazione e ha chiesto ulteriori indagini per far luce su 12 punti ancora oscuri. Un punto riguarda proprio la figura di Marocchino.

La prima richiesta di Fanelli è datata ottobre 2019. Se ne doveva sapere qualcosa dopo sei mesi di proroga delle indagini. Ma ad aprile nessuna novità. Il silenzio più totale, grazie forse anche al Covid.

Fanelli ha chiesto altri sei mesi? O cosa?

 

 

UN TESTE TROPPO SCOMODO

Intanto, dettagliamo meglio la figura di Marocchino: l’uomo fin da subito al centro del giallo, già nelle carte del primo e unico pm che sul serio abbia indagato sul caso, Giuseppe Pititto, e per questo “fatto fuori” per “incompatibilità ambientale”.

Giuseppe Pititto

Ovvio: chi rischiava di alzare il sipario su quei traffici di “armi e rifiuti” andava eleminato. “Doveva morire” sotto il profilo giudiziario, essere sbattuto in un tribunale di provincia e poi in un cimitero degli elefanti come l’Ater che gestisce immobili della Provincia di Roma.

Così come “Dovevano morire” Ilaria e Miran che avevano scoperto traffici, connection e complicità molto più grandi di loro. Scoperte che avrebbero portato ad un vero terremoto nelle nostre stesse istituzioni.

Per capire il ruolo di Marocchino in tutta la story, meglio andare subito ad un episodio chiave. Vale a dire la querela presentata dallo stesso Marocchino e dal colonnello del SISMI Luca Rajola Pescarini contro Giampiero Sebri, uno dei testi chiave che nel corso dell’udienza processuale del 5 giugno 2002 lancia bordate pesantissime, e particolarmente dettagliate, contro i due, accusati di aver messo su “un sodalizio criminale per un traffico d’armi” e di essere responsabili della “preparazione dell’agguato di Mogadiscio costato la vita ad Ilaria Alpi e Miran Hrovatin”.

 

 

 

E CHI INSABBIA? PALAMARA

E chi sarà mai il pubblico ministero che a Roma deve valutare quei fatti? Nientemeno che Luca Palamara, il quale prende per oro colato le accuse contro Sebri formulate dai legali di Marocchino e Rajola Pescarini e chiede tre anni di condanna per “calunnia aggravata”, aggravata cioè dal fatto di aver fornito dei precisi dettagli.

Se ne frega di effettuare accertamenti, Palamara, di valutare accuse tanto pesanti e se la sbriga chiedendo tre anni di condanna.

Luca Palamara

Coglie la palla al balzo il giudice, Alfredo Landi, che condanna l’imputato a tre anni.

Facile come bere un bicchier d’acqua, ottimo e abbondante per insabbiare ancora una volta & depistare.

Del ruolo di Marocchino ha scritto montagne di carte l’avvocato Domenico D’Amati, lo storico legale della famiglia Alpi. Alla “Voce” D’Amati raccontò di quella fondamentale pedina, dei traffici di armi & rifiuti, di quegli scenari internazionali da brivido e di troppi depistaggi eccellenti.

La figura di Marocchino è al centro del capitolo dedicato al giallo Alpi nel volume “Giornalismi & Mafie” pubblicato nel 2008 e curato da Roberto Morrione.

Ed è anche al centro di parecchi report redatti negli anni ’90 dal Sisde, in perfetto contrasto con il Sismi: per la serie, Servizi civili contro Servizi militari.

Tutti i “segreti” – è il caso di dirlo – ruotano intorno alla figura di un agente del Sisde che “sapeva tutto” ed il cui nome non è mai stato rivelato. E’ stato lui, infatti, a confezionare un paio di dossier bollenti su quei traffici ed i protagonisti in campo: Marocchino in pole position. Le dettagliate informative sono state inviate dal Servizio civile e quello militare, il quale però ha fatto orecchie da mercante e ha “coperto”. Facendo notare appena che erano “a conoscenza di traffici d’armi nel Corno d’Africa”, ma nulla più.

 

 

 

PERCHE’ QUELL’AGENTE RESTA MISTERIOSO?

Ed invece l’agente misterioso va avanti nei suoi approfondimenti e precisa che “Marocchino ha allestito in Somalia un’officina di assemblaggio per armi pesanti” ed è inoltre coinvolto in un progetto di cooperazione tra Italia e “Somalia Somib”, niente altro che una copertura per i traffici d’armi.

A quanto si sa, la “fonte” del Sisde ha cominciato ad indagare a partire da febbraio 1993.

Traffico di armi in Somalia

Sorge spontanea una domanda. Come mai non è stato chiesto con forza da alcuna forza politica – MAI – di conoscere l’identità di quella fonte affinchè sia finalmente interrogata dall’autorità giudiziaria? La Procura di Roma, o meglio quella di Perugia, visto il perenne clima da “porto delle nebbie” che si respira in riva al Tevere?

Ostacola forse il timore di scoprire troppi altarini? Di svelare complicità istituzionali che è meglio insabbiare?

Il giallo, a quel punto, può trovare la sua svolta.

Ben difficile che il rapporto della CIA, una volta reso noto nella sua completezza, possa svelare più di tanto. Per un solo motivo: gli americani erano nostri “complici” in quei traffici di armi. Sapevano benissimo e hanno chiuso gli occhi.

Per qual motivo riaprirli adesso?

 

 

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