Tanto Sud nella Coppa

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Al diavolo la cabala, la scaramanzia, al diavolo con un generale ‘va de retro’ per iettatori, menagramo, profeti di sventura, brutti tiri del fato, gufi, cassandre e uccelli del malaugurio: ci hanno provato, eccome se ci hanno provato. Hanno ‘sporcato’ la magia balistica di Insigne destinata al “7” della porta difesa da super Gigi Buffon e nel finale arrembante degli azzurri hanno beffato il tapin di Elmas, respinto beffardamente dal palo. Ci hanno provato, ma la malasorte si è dissolta al tepore primaverile del San Paolo, quando nell’arena con pubblico da effetto speciale cinematografico, il fantasma virtuale dell’imperatore ha preparato la posizione del pollice per salvare o condannare i gladiatori, in fine di un corpo a corpo che la cronaca definisce epico per Insigne e i suoi prodi, scialbo per Ronaldo & compagni. Pollice verso, allora, per una Juventus affetta da normalità, sussiego e presunzione, ditone in su per un Napoli di combattenti spinti da motivazioni oltre l’ovvio proposito di conquistare il prestigioso simbolo di grandezza in palio. In quella coppa, dal costo di pochi euro, ma di valore estrinseco inestimabile, levata in alto da braccia di calciatori in piena e meritata euforia, si riflettevano, ben visibili, gli aspetti simbolici di vittoria contro un’avversaria titolatissima, favorita dagli addetti ai lavori, dai bookmaker, da astrologi e da mezza Italia del Nord.
Con traslazione tutt’altro che azzardata, nell’impresa del Napoli c’è tanto Sud da scoprire. Su tutto il mix di qualità umane di Gattuso, figlio del Sud, che sulla carta d’identità, alla voce ‘segni particolari” è autorizzato a elencarne più di uno: umiltà, caparbietà, intelligenza, forza fisica e mentale, determinazione, voglia di riscatto, sentimento forte di appartenenza all’Italia laboriosa, generosa, orgogliosa. Tutto disconosciuto da ignorante superficialità, nel senso di sottovalutazione approssimativa, di ingiustificato scetticismo, di censure preconcette nei confronti del successore di un guru del calcio qual è considerato Ancelotti, a Napoli in ‘vacanza premio’, di nostalgia per il calcio spettacolare di Sarri, di un ‘ma Ringhio sarà mai all’altezza di gestire con successo le ambizioni del Napoli?’
C’è tanto Sud in questo Napoli, che premia un suo figlio ricco di talento con la fascia di capitano e adotta lo slavo Marek Hamsik, idolo dei tifosi al punto di ribattezzarlo confidenzialmente ‘Marechiaro’, che inocula nel sistema circolatorio del belga Mertens la più autentica napoletanità, fino a cancellare Dries, suo  nome di battesimo per farne un figlio della città, il “Ciro” che risponde con esplicite dichiarazioni d’amore per Napoli e il record di 122 gol segnati in maglia azzurra, ma anche con il ‘no’ alla corte spietata dell’Inter e il rinnovo del contratto con De Laurentiis.
C’è tanto Sud in questo Napoli. Lo interpreta il club sconfinato di soci al seguito, le componenti di intellettuali perdutamente innamorati della squadra, chi rinuncia alle vacanze estive in favore dell’abbonamento stagionale e dell’onere di trasferte in Italia e all’estero, la sterminata, capillarmente diffusa tifoseria in tutte le città italiane e in molti Paesi del mondo. In questo Napoli c’è la decisa, sonora replica alla sud-fobia di due terzi del Paese, all’ignobile miscuglio di razzismo e invidia, di immotivata presunzione di superiorità, che nasconde il contrario, i complessi di inferiorità, c’è l’empatia universale per la città dell’accoglienza, della libera fantasia, del calore umano, dell’autorevolezza acquisita nell’ammortizzare il peggio di dominazioni e nel trarne il meglio inglobandolo. C’è il rinvio al mittente di beceri insulti (“napoletani colerosi”, Vesuvio pensaci tu”).
Nell’esplosione di entusiasmo popolare, ieri sera, nelle strade invase da bandiere, cori, esultanza, ha vinto il piacere per aver conquistato la Coppa Italia con una partita perfetta e tanto Sud.  C’era il Pino Daniele di “Napule è mille culure”, il genio dissacrante di Massimo Troisi, la napoletanità di Arbore, le comicità di Totò e Alessandro Siani, il colto folclore di Luciano De Crescenzo, la sobria saggezza di Enrico De Nicola, la filosofia di Croce e quella spiccioli dei vicoli, il flusso energetico del magma vulcanico, l’intensità narrativa di Eduardo, di Viviani, l’essere semplicemente, non fortuitamente napoletani.
Il bello è che ieri sera ne erano consapevoli il friulano Meret, il portoghese Mario Rui, il monumentale senegalese Koulibaly e il serbo Maxsimovic, i polacchi Milik e Zielinski, gli spagnoli Fabian e Callejon, il belga Mertens, l’italo tedesco Demme, il tedesco Elmas, il toscano Di Lorenzo, all’unisono con Insigne, napoletano verace. Poche parole le sue, ma come pietre, dopo il trionfo di ieri sera: “Mai come quest’anno è la coppa degli italiani. Dedicata a chi ha sofferto e a chi si è rialzato. A chi continua a lottare, contro il Coronavirus”. Bravo capitano, c’è anche tanto Sud nel dolore per chi non c’è più”.
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