Remember, please

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Agli italiani che allenano la memoria, magari con rebus e cruciverba della Settimana Enigmistica da un giovedì al successivo, non sfuggirà l’alto tasso di aleatorietà dei politici, che dicono e smentiscono, assolvono e condannano.
Nacque tra mugugni e contestazioni l’incredibile compromesso ‘molto storico’ del patto tra presunti diversi e l’Italia subì il governo con due vice ministri e titolari di dicasteri chiave, quali sono gli Interni e gli Esteri, dotati di totale incredibilità, come hanno dimostrato i fatti. In assenza di un leader destinatario di reciproco liking, è toccato al docente di diritto in carriera Conte di mettersi sulle spalle la soma di guidare il governo gialloverde, che più propriamente si doveva battezzare giallonero, in omaggio alla componente di destra.  Il difficile accordo nascondeva il complotto di nominare premier un ‘quaquaraqua’ che infatti per mesi è stato sbeffeggiato: pulcinella, gnomo, incompetente, eterodiretto dal furbo Casalino, preda di animali politici rapaci, fantoccio, portaborse di 5Stelle e succube della Lega.
Lui con una scrollata di spalle si è fatto scivolare addosso ironia e maldicenza e ha costruito mattone su mattone la credibilità interna e internazionale. Scelti fra tanti, ecco i momenti clou dell’ascesa al trono, pardon allo scanno di presidente del consiglio: la stima dei più autorevoli leader europei e la demolizione in parlamento di Salvini, ridotto a brandelli da un’arringa alla Perry Mason.
Spalle al muro, per non soccombere politicamente alla pandemia da Covid-19, Conte è diventato lo stakanovista del governo giallorosso. Instancabile, presenzialista seriale, si è affidato al multiforme comitato scientifico per le decisioni operative di contrasto sanitario al coronavirus e alle buone relazioni con i vertici della Comunità europea, con big la Merkel e Macron, per mettere in cassaforte miliardi di euro e investirli in risorse per l’economia in coma. Il segno del cambiamento in scala di maturità politica è apparso evidente con la metamorfosi dialettica e per esempio con la padronanza degli argomenti esposti nelle numerose conferenze stampa (forse troppe) ‘a braccio’, senza l’ausilio di note da leggere.
I mugugni dei partiti, per primi i due partner di governo, hanno coinciso con la posizione di capo classifica che Conte occupa oramai da tempo nei sondaggi sul gradimento dei politici. Il ‘torto’ del premier è stato individuato nel sostenuto decisionismo personale. Osservato senza i dovuti contorni, darebbe ragione a Pd e 5Stelle, che lo accusano di eccessivo protagonismo. Vista da altra angolazione la visibilità del primo ministro merita una diversa e forse opposta sentenza: se si fosse sottomesso ai tempi lunghi e ai permanenti contrasti di Zingaretti e Di Maio, l’operatività del governo sarebbe precipitata clamorosamente in basso, ridimensionata dall’impasse di continue liti e contrapposizioni.  Pd e 5Stelle hanno rimuginato a lungo sul pretesto per rendere difficile la vita al ‘loro’ presidente e l’ora ics sembra ora coincidere con l’annuncio della convocazione degli ‘stati generali’ per ragionare sul futuro dell’Italia post Covid.
“E come si permette”, dicono in casa Pd “di programmare un summit di così importante rilievo senza averci prima consultato?” Dichiarono i 5Stelle: “E come giustifica la fretta di un incontro così ravvicinato (tre, cinque giorni) per affrontare il futuro dell’Italia?”
L’attacco è partito e sull’impianto delle bordate della maggioranza s’incunea, ovvio, l’aggressione di Salvini e Meloni. Più soft è la posizione di Forza Italia. Fino a pochi giorni fa allineato e coperto alla destra con argomenti offensivi analoghi ai neofascisti, Berlusconi o chi per lui, ha temuto di precipitare nel girone degli invisibili e allora, al posto delle cannonate sparate quotidianamente dai mortai, ha armato fucili e pistole, alcune caricate a salve, per capire se in un possibile rimpasto di governo (fatto fuori Conte), si aprirà uno spiraglio per farne parte.
In sordina, ma comunque amplificato, Matteo Renzi giura di sostenere la maggioranza in carica, ma non le risparmia critiche. Da stratega della moderazione modello Dc, sembra disporsi, come fa Calenda, a un’attesa ‘attiva’, per entrare in campo da titolare se cambiasse l’aria che tira in casa Pd-5Stelle.
Basta aver pazienza per capire se le ipotesi fin qui raccontate sono fantapolitica. Nell’attesa di conferme o smentite, l’attenzione è tutta per il fischio d’inizio delle ostilità Pd-Conte.
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