CORONAVIRUS / STATI UNITI, UN’EPIDEMIA DI FALSI POSITIVI

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Forti dubbi, negli Usa, sull’attendibilità dei test sul Coronavirus.

A sollevarli, per fare un solo esempio, il San Francisco Chronicle che pubblica un’inchiesta dal significativo titolo, “Why some coronavirus patients are getting inconsistent test results”, “Perché alcuni pazienti affetti da coronavirus stanno ottenendo risultati incoerenti dai test”.

La giornalista d’inchiesta Catherine Ho fa riferimento, in particolare, alla vicenda di un passeggero a bordo della Diamond Princess, Rick Wright, oggi in autoisolamento dopo un breve periodo trascorso presso il presidio sanitario dell’Università di San Francisco, sotto osservazione. Un paziente “asintomatico”, Wright, che abita a Redwood City.

E’ stato sottoposto a numerosi test nelle ultime settimane, il paziente americano: ben 7 in 14 giorni. I quali hanno tutti fornito risultati in perfetta dissonanza l’uno con l’altro. Incredibile ma vero.

Prima positivo, poi negativo, quindi di nuovo positivo e di nuovo negativo. Altalenanti anche gli ultimi tre esami.

Quale la pezza a colori accampata dai sanitari? Certo non sulla attendibilità dei test, ma sul fatto che il virus si possa manifestare o meno in una certa parte del corpo. Per la serie: se fai il tampone in un posto è una cosa, se lo fai in un’altra cambia il discorso!

Eccoci adesso ai risultati di uno studio, il cui esito è stato pubblicato sul sito governativo statunitense www.pubmed.gov, la banca dati sanitaria più accreditata a livello internazionale.

Stando alla ricerca, quando il tasso di infezione dei contatti stretti, la sensibilità e la specificità dei risultati riportati sono stati presi come stime puntuali, il valore predittivo positivo dello screening era appena pari al 19,6 per cento; il tasso di falsi positivi, invece, era pari all’80,3 per cento!

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