TEFLON & EMODERIVATI / USA-ITALIA UNITI NELLE STRAGI. E DA NOI NEANCHE UNO STRACCIO DI GIUSTIZIA

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Politertrafluoruroetilene, l’elemento base nella catena killer targata PFOA e PFAS, che serve per produrre non solo da trent’anni pentole di alluminio, ma oggi anche tessuti da abbigliamento, da campeggio, da arredamento.

Mark Ruffalo in “Dark Water”

La silenziosa strage del Teflon (dalle nostre parti poco se ne sa), con migliaia e migliaia di vittime, è al centro di uno dei film di maggior spessore in circolazione, quel “Dark Water” prodotto e magistralmente interpretato da Mark Ruffalo.

Una storia che riporta alla memoria per cifre, dettagli & tragedie quella che ha colpito altrettante migliaia e migliaia di cittadini in tutto il mondo, anche in Italia, per via degli emoderivati, che ha causato la cosiddetta “Strage del sangue infetto”.

Con una sola, ma gigantesca differenza: dopo vent’anni negli Usa i familiari delle vittime hanno avuto giustizia (anche se lo scandalo delle produzioni continua, in perfetto stile Usa), mentre a casa nostra quei familiari non hanno avuto neanche lo straccio di una verità. A riprova che nel nostro Paese la Giustizia viene ogni giorno calpestata e vilipesa, affinchè le vittime siano ammazzate per la seconda volta.

 

QUEL COLOSSO KILLER CHIAMATO DUPONT

Partiamo dalla prima vicenda. Che vede al centro degli sporchi affari un colosso a stelle e strisce della chimica, DuPont, cinque anni fa capace di inglobare un altro big del settore, Dow Chemical: la più colossale operazione di fusione nella storia del capitalismo americano, per un valore da 130 miliardi di dollari, il doppio dell’altro affare del secolo, l’incorporazione della canadese Monsanto nella tedesca Bayer, da appena 65 miliardi, la metà esatta. Ma guarda caso siamo sempre nel settore chimico: insieme a quello farmaceutico (come vedremo anche in seguito) la vera macchina che fabbrica soldi e distrugge allo stesso tempo la salute dei cittadini.

Torniamo al film. Che si basa su storie assolutamente vere, su tragiche vicende realmente accadute nei sempre paciosi Stati Uniti, che sull’altare del turbocapitalismo sono capaci di sterminare, con un sorriso sulle labbra, eserciti di cittadini.

La Dupont

Un j’accuse potente, che ritroviamo in un’altra pellicola da novanta, Richard Jewell firmato da Clint Eastwood, un cazzotto assestato alla CIA, al sistema a stelle e strisce, alla stampa che inventa mostri da sbattere in prima pagina.

E’ la storia, Dark Water, della ventennale battaglia di un giovane avvocato che ai fasti della carriera al servizio dei colossi chimici, proprio quando entra come socio in un importante studio legale di Cincinnati, preferisce farsi paladino degli ultimi, ossia degli avvelenati dal colosso DuPont.

Comincia a quel punto una estenuante battaglia, sommerso in una montagna di documenti, pile di carte, ricorsi, controricorsi, attese inverosimili, liti con colleghi e familiari che lo porteranno anche ad un ictus per stress.

Si tratta dell’avvocato Robert Bilott, oggi cinquantacinquenne, e sempre alle prese con le battaglie legali a tutela della salute dei cittadini, ogni giorno minacciati e massacrati nel fisico e nel morale, oltre che nelle tasche. Un environmental loyer, come si dice in gergo, ossia un avvocato ambientalista.

 

TEFLON PER TUTTI

Nel 1938 la DuPont scoprì il Teflon, un materiale usato per rivestire pentole antiaderenti. L’azienda sversò per anni gli scarichi della produzione di questo composto chimico nei fiumi vicini alla sede principale, in West Virginia.

Oltre ad essere molto dannoso per gli animali (il primo a denunciare il colosso, grazie a Bilott, fu infatti un piccolo allevatore locale), il teflon rappresenta una sostanza pericolosa per l’uomo, in grado di provocare una sindrome simile all’influenza (per certi versi come oggi il Coronavirus, anche se in forma evidentemente più leggera).

In pochi anni la DuPont sversò nelle acque dei fiumi della zona milioni e milioni di litri di materiale inquinante e velenoso. Moltissime delle persone che lavoravano nell’azienda o comunque a stretto contatto con quelle letali produzioni si ammalarono di cancro e di tumore, anche con frequenti malformazioni per i figli.

Robert Bilott

Quando oltre 70 mila persone scoprirono cosa stava combinando DuPOnt sulla loro pelle, fecero partire – sempre grazie all’impulso e al coordinamento di Bilott – la più grande class action che la storia a stelle e strisce ricordi. 110 mila americani intossicati, 70 mila cause, alla fine oltre 3.500 risarcimenti (a tutto lo scorso anno), altri contenziosi che andranno a giudizio in futuro, palate da miliardi di dollari in risarcimenti.

Ma chissenefrega. DuPont paga e raddoppia, appunto tramite l’operazione che le ha permesso di fare un sol boccone del colosso gemello, Dow Chemical.

Cosa resta fa fare per fermare queste azioni criminali, oggi? Quale azione intraprendere per bloccare la strage che continua indisturbata, nonostante tutti i contenziosi persi e la montagna di risarcimenti pagati?

Ecco la ricetta di Mark Ruffalo e di non poche sigle ambientaliste: “Abbiamo bisogno del Congresso degli Stati Uniti. E’ tempo che DuPont e 3M (un altro colosso del settore, ndr) ripuliscano la contaminazione da PFAS! Il Congresso deve emanare un National Defense Authorization Act che elimini il PFAS dalla nostra acqua di rubinetto e pulisca la contaminazione di PFA legacy”.

Sarà mai capace, il Congresso a stelle e strisce, di ingaggiare una battaglia contro quei colossi (come DuPont, 3M e via massacrando i cittadini per far profitti) che finanziano tutta la politica americana in modo perfettamente trasversale?

E’ questo il nodo.

 

LA STRAGE DEL SANGUE INFETTO

La politica di casa nostra, dal canto suo, non ha alzato un dito, neanche mezzo, per porre una qualche pezza a colori sulla strage per il sangue infetto. Tutti uniti e compatti, i politici di casa nostra, per mettere la testa sotto la sabbia e non vedere uno scempio colossale.

Anche i media hanno occultato, insabbiato, depistato e nascosto ai cittadini le cifre e le modalità di quella tragedia che può grande – e vergognosa – non si può.

Ciliegina sulla torta la magistratura che, al contrario di quella americana, non ha cavato un ragno dal buco nel corso del ventennale processo cominciato a Trento nel 1998, proprio come quello contro il colosso DuPont a Cincinnati.

Da noi le indagini sono cominciate a inizio-metà anni ’90, quando un consigliere provinciale di Trento, l’avvocato ed ex magistrato coraggio Carlo Palermo, sulla scorta del libro “Sua Sanità” dedicato all’ex ministro Francesco De Lorenzo e pubblicato a febbraio 1992, sempre a Trento, dalla Publiprint di Eugenio Pellegrini in coedizione con la Voce delle Voci (autori Andrea Cinquegrani e Rita Pennarola), presenta in Consiglio provinciale un dettagliato esposto-denuncia.

 

EMODERIVATI & BACCALA’

Riguarda alcuni strani traffici di emoderivati che si svolgono in Veneto ed in Trentino. Scatoloni di prodotti stipati, spesso e volentieri, in deposti (scoperti dalle Fiamme gialle) insieme a partite di baccalà! Ai confini della realtà, me ben dentro i confini di un capitalismo selvaggio che stavolta veste i panni delle aziende che fanno capo al gruppo Marcucci, già a metà anni ’70 leader nazionale nella lavorazione e commercializzazione di emoderivati, e poi in tutti gli anni seguenti (oggi più che mai) leader incontrastato, in sella alla corazzata Kedrion, la quale macina miliardi di fatturati e riceve anche i generosi contributi dalla munifica Cassa Depositi e Prestiti, che detiene il 12 per cento del capitale azionario.

La Voce documenta i traffici internazionali delle sigle griffate Marcucci (Guelfo il patriarca; oggi al timone il rampollo Paolo, del quale sono soci Andrea – il capogruppo del Pd al Senato – e Marilina, per un paio d’anni, inizio 2000, addirittura coeditore della povera Unità) con una prima inchiesta nella primavera 1977, la bellezza di 33 anni fa: in cui, per la prima volta, si parla di Fattore VIII e di un centro di raccolta del sangue nell’allora Congo Belga, di tutta evidenza senza i dovuti test e controlli (farà poi il paio con la lurida story di import del sangue dalle carceri Usa dell’Arkansas).

Solo dopo molti anni cominciano le indagini della finanza prima e della magistratura poi, come detto a metà anni ’90. Tutto il tempo perché le infezioni maturino e puntino e – nel futuro che arriva fino ai giorni nostri – continuino a mietere vittime. Come è successo negli Usa per il Teflon.

Una incredibile coincidenza temporale, metà fine anni ’90, per l’avvio delle inchieste “parallele”.

 

UOMINI & TOPI

Il processo nato a Trento, comunque, dopo qualche anno finisce. Per passare a Napoli. Dove si fermerà per altri anni e anni, ad ammuffire negli scantinati del centro direzionale del tribunale di Napoli, tanti fascicoli spariti e volatilizzati strada facendo, altri rosi dai topi che proliferano a centinaia e centinaia in quei depositi di giustizia negata e oltraggiata.

L’avvocato Stefano Bertone

Dopo una serie interminabile di rinvii e cambio dei capi di imputazione (da strage ad epidemia colposa fino ad omicidio plurimo colposo), il processo comincia nel 2015 (guarda caso, come quello di Cincinnati contro la Dupont).

Le vittime per la strage del sangue infetto sono migliaia, almeno 5 mila secondo le stime più attendibili. Ma sono altre migliaia e migliaia i casi nemmeno mai denunciati, per la difficoltà a provare (come anche nel processo americano) il nesso di causa-effetto, ossia l’assunzione di emoderivati infetti e l’insorgenza della patologia che porta anche alla morte.

Al processo di Napoli, che per tre anni si tiene davanti alla seconda sezionale penale del tribunale di Napoli, sono però soltanto una decina le parti rappresentate dagli avvocati Stefano Bertone ed Emanuele Zancla L’esercito di vittime, infatti, non ha avuto la forza, il coraggio e i mezzi economici minimi per affrontare il dramma, comunque, di un processo che fa riaffiorare anni di dolore e di angoscia.

Va avanti per tre anni, il processo, con una fila interminabile di deposizioni, alcune delle quali in palese conflitto di interessi, uno dei nodi clou messi in evidenza nelle decine di interventi di Bertone, il Robert Bilott nel processo per il sangue infetto (ha la sola “colpa” di non aver parlato davanti ad una corte americana): il quale ha lavorato solo per amore di verità e giustizia, con un piccolo fondo spese organizzato dai familiari delle vittime.

 

CONFLITTI COME GRATTACIELI

Per fare un solo esempio, il principale teste messo in campo dai legali del gruppo Marcucci, l’ematologo milanese Piermannuccio Mannucci, è stato consulente del gruppo Kedrion nonché partecipante a svariati simposi, nazionali ed internazionali, organizzati dalla stessa Kedrion; ed anche pluricitato, come fonte, dagli estensori della perizia ordinata dal presidente della seconda sezionale penale. Una perizia, di tutta evidenza, farlocca.

Ma chi era alla sbarra come imputato? Duilio Poggiolini, il re Mida al ministero della Sanità: ma non ha mai preso parte ad una udienza per l’età avanzata e le precarie condizioni di salute; nonché svariati ex dirigenti delle aziende del gruppo Marcucci, il cui capostipite Guelfo è passato a miglior vita prima dell’inizio del processo.

Andrea Marcucci

Nessun coinvolgimento per Sua Sanità Francesco De Lorenzo: nonostante i manifesti legami di “lavoro” con Poggiolini e d’amicizia & d’affari con i Marcucci. Tanto è vero che Andrea Marcucci, nel 1991, si presentò alle elezioni con la maglietta del Pli griffata De Lorenzo (per poi passare armi e bagagli al Pds e seguirne tutta la trafila fino ad oggi), mentre il fratello, Renato De Lorenzo, faceva capolino addirittura nell’azionariato di Sclavo, una delle perle anni ’80 di casa Marcucci.

Ma eccoci al finale del processo partenopeo per la strage del sangue infetto: nella primavera 2018 il presidente della seconda sezione, Antonio Palumbo, dichiara: “il fatto non sussiste”, tutti assolti con formula piena.

Vale a dire: non è dimostrato il nesso causa-effetto, nonostante la immensa mole di documenti raccolti da Bertone-Bilott, nonostante la palese dimostrazione che, invece, quel nesso esisteva eccome. Come esisteva per il PFAS killer della West Virginia.

 

QUESTI FANTASMI

A casa nostra, perciò, quei morti non esistono. E’ stata tutta una perfetta sceneggiata alla napoletana.

Quei fantasmi, invece, ci sono. Continueranno ad agitare i sonni sia degli assassini, che di quelli non ha voluto cercare giustizia. Di tutti coloro che hanno fatto i soldi – e continuano a farli – sulla pelle dei cittadini, dei tanti “ultimi” che sono stati ammazzati due volte, e la loro memoria calpestata.

Un ultimo dato. Negli Usa, al termine del processo, due anni fa, è stata prevista la costituzione di una commissione di monitoraggio per controllare lo stato di salute dei pazienti che fino ad oggi non sono stati risarciti e che sono stati (e sono) esposti ai rischi da Teflon.

Inutile chiedersi se il nostro Parlamento potrà mai prevedere una cosa del genere. E se potrà mai partorire un provvedimento che gli americani stanno chiedendo a gran voce: ossia l’Atto di Difesa Nazionale.

Per la salute di tutti e non solo per gli sporchi profitti di pochi.

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