I racconti della Domenica di Luciano Scateni – Gennaio-Aprile 2019

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Ecco i Racconti della Domenica di Luciano Scateni pubblicati sulla Voce da gennaio 2019 al 14 aprile 2019


Il Racconto di Domenica 14 aprile 2019

Sogno o son desto

DI LUCIANO SCATENI

Sogni di gioventù, passioni politiche a metà tra utopia e speranza. Sentimenti forti, anni settanta, svaniti nelle nebbie dell’inconsulto, dell’omologazione a step in arretramento, che fanno dire a gran parte degli italiani “Sono tutti uguali, non c’è più destra né sinistra”. Disillusioni cocenti finite in depressione, in pessimismo della ragione, apatia, sconforto.

Nella hall dell’Hilton Opera mi aspetta Quy, la guida con un nome che non riuscirò mai a pronunciare correttamente, indeciso se dirlo come fossi francese o inglese, ma sarà il ricordo più intenso della mia permanenza in Vietnam.

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Ho immaginato cento volte di salire la scaletta del jet in partenza per Hanoi e per un motivo o l’altro ho sempre rinviato. In gioventù ho tenacemente parteggiato per i guerriglieri opposti al super esercito americano. La solidarietà con quel popolo occupava spazi paralleli della fede politica di sinistra, tutta orientata a combattere l’ingiustizia sociale di un’Italia governata dalla conservazione e del mondo delle diseguaglianze. Nella memoria ho nitido il ricordo della tensione politica coltivata per gli eroi che hanno avuto ragione del potenziale bellico messo in campo dagli Stati Uniti per sottomettere il Paese asiatico di area comunista.

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Dario è appena rientrato dopo un viaggio organizzato e contagia con il suo dirompente entusiasmo chiunque, anche me, che gli chieda

“Allora, com’è?”

“Un mito. Un Paese e un popolo su cui si è accanita la furia bellica di un gigante del mondo, la terrificante potenza militare degli Stati Uniti d’America, decisi ad annientare il “nemico”, colpevole di essere solidale con l’ideologia comunista”.

“Vado”

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E sono andato, ma per saperne di più, prima di aggregarmi a un viaggio di gruppo e imbarcarmi sul Jumbo del Qatar, contatto miss Phuong, giovane lettrice vietnamita dell’Istituto Orientale.

“Ma ora, che Paese è?”

Con pazienza tipicamente orientale e disponibilità propria del suo popolo, Phuong mi ha regala tempo e conoscenza appassionata del suo Paese.

“Che paese è il Vietnam?”

“Già, Vietnam. Nella nostra lingua Cộng hòa xã hội chủ nghĩa, Repubblica Socialista del sud est asiatico che condivide i confini con la Cina, il Laos, la Cambogia.

“Ora, che Paese è?”

“Non è un caso se il Vietnam è riuscito nella missione impossibile di resistere ai tentativi americani di cancellarlo con bombardamenti a tappeto, che avrebbero stroncato ogni altra resistenza, con contingenti di marines e altre forze di terra in numero cento volte superiore ai difensori, bombe al napalm, armi sofisticate. L’eroismo del nostro popolo ha sconfitto gli Stati Uniti esattamente come in un racconto leggendario Davide ha la meglio su Golia. Il Vietnam è due fantastiche realtà. Una gliel’ha donata la natura, meravigliosa, preservata con rispetto e amore, qualità sconosciute in gran parte del mondo. E stupisce come il nostro popolo abbia saputo cancellare le ferite della guerra subita e diventare in tempi relativamente brevi una terra in crescita economica e sociale costante, un’ambita meta turistica, un Paese in salute finanziaria, con il prodotto interno lordo positivo per il 7/8 percento ogni anno, capace di realizzare riforme economiche e politiche che lo hanno aperto al mercato libero, lo hanno integrato nella globalizzazione e hanno azzerato la povertà, aumentato i salari”

“Da dove trae questa straordinaria energia?”

“Dal suo passato di Paese assoggettato alla Cina, dal riscatto da questa condizione di vassallaggio, dal successivo dominio della Francia, dall’invasione giapponese, nella seconda guerra mondiale. Al suo interno fu la forza politica guidata da Ho-Chi-Minh a realizzare l’indipendenza con la sconfitta del colonialismo francese nella battaglia di Dien Bien Phu, sebbene offuscata dalla divisione in due tronconi del Paese. Ai comunisti il Vietnam del nord, con il sostegno di Cina e Unione Sovietica, agli anticomunisti il Sud, sotto l’egida degli Stati Uniti”.

“Poi l’aggressione americana”

“Decisa da John Fitzgerald Kennedy e Lyndon Johnson. Un intervento per cancellare una scomoda isola di comunismo in tempi di guerra fredda. Ma ebbe la meglio la resistenza dei Vietcong e la grande America agli occhi del mondo ne uscì umiliata, oltre che sconfitta.

“Il poi?”

“Nel 1995 gli USA hanno ripristinato le relazioni diplomatiche con il Vietnam, divenuto membro dell’Organizzazione Mondiale del Commercio. Nel 2015 è stato siglato un accordo multilaterale in un’area geopolitica di cui fanno parte Giappone e Australia”.

“La natura”

“Per gran parte è un territorio montuoso, lussureggiante, immerso nel mare. Si contano oltre mille piccole isole. Stupefacente è il parco nazionale Tam Dao e le foreste tropicali ospitano elefanti, tigri, leopardi, scimmie, lepri, lontre, coccodrilli e serpenti. La coltivazione del riso è intensiva. Altre meraviglie della natura: il parco di Con Dao, patrimonio dell’Umanità, la Baia di Ha Long, il Santuario di My Sơn, il Complesso dei monumenti di Hué e l’Antica città di Hoi An, la foresta di Mangrovie di Can Gio, il Delta del Fiume Rosso, la Sin Doong, grotta più grande del mondo.

“Quanto è grande il Vietnam?”

“I vietnamiti sono più di 92 milioni, in gran parte giovani. Sono numerose le etnie: I Tày, gli Zhuang i Mường, gli Hoa,  H’Mông, Dao o Yao. Sono 54 i gruppi etnici. La religione prevalente è il buddismo, ma sono praticati anche confucianesimo, taoismo, cattolicesimo, ateismo”.

“E’ vero, c’è il boom del turismo?”

“Nel tempo ha assunto un’importanza determinante per l’economia del Vietnam. Rappresenta il 7,5 % del Pil. 13 milioni i visitatori nel 2017, in crescendo negli anni successivi. Le destinazioni più visitate sono Ho Chi Minh City con 5,8 milioni di arrivi internazionali, Hanoi con 4,6 milioni e Hạ Long, compresa Hạ Long Bay con 4,4 milioni di arrivi. Tutte e tre sono nelle prime cento città più visitate del mondo. Otto siti sono patrimonio mondiale dell’UNESCO. Per una crociera indimenticabile, dalla montagna si scende al mare nella baia di Halong, ottava nuova meraviglia mondiale e non si possono tralasciare le città di Hue, di Hoi An con il loro straordinario patrimonio storico e culturale. A Ho Chi Minh, l’ex Saigon, si rivivono i giorni storici della guerra contro l’America nel museo di guerra di Cu Chi. Da non perdere è l’escursione nei canali del fiume Mekong e una visita al mercato pittoresco di Cai Rang, conclusione perfetta della visita nel mio Paese”.

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Il Boeing fa scalo a Bankok e la sosta allunga le ore di viaggio, che diventano più di 14 per l’attesa dei bagagli e il trasferimento dall’aeroporto di Noi Bai all’Hotel Hilton Opera, stazione base scelta per la visita della città.

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Quy, la guida che ho impegnato per non essere vincolato al gruppo è la nipote di Than, uno dei guerriglieri vietcong che hanno combattuto strenuamente per difendere e liberare il suo Paese.

Di francese, che qui è lingua diffusa in quanto eredità della colonizzazione subita, conosco il poco dell’apprendimento scolastico, ma ho con me il diabolico strumento made in Japan di traduzione simultanea vocale. Ne faccio uso per non vagare alla cieca nella capitale, che in vietnamita si chiama Chữ Hán: 河内 (la città tra i corsi d’acqua)   e conta molti milioni di abitanti.

“Quy, Hanoi?”

“E’ una metropoli emergente. In gran parte la sua rapida evoluzione si deve all’occupazione francese che l’ha modernizzata con grandi viali alberati che ospitano chiese, teatri, edifici istituzionali, ville lussuose. Nel ventesimo secolo la città ha conosciuto una forte esplosione demografica e un notevole sviluppo. Nel centro di Hanoi sorgono numerosi grattacieli -, il più alto è la torre Keangnam – e il Centro universitario culturale. E’ sede dei principali musei del Paese, in particolare quelli della storia vietnamita e delle Belle Arti”

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Guy è una splendida donna. Ha grandi occhi accesi in un volto dall’ovale perfetto e una figura da ex indossatrice. E’ dolce e disponibile come una geisha, ma dietro la gentilezza estrema nasconde un personalità ben strutturata, intransigente, decisa. Imparo a riconoscere presto questo suo lato nascosto. Trascorrere giornate intere con lei, dipendere da lei, la rende desiderabile. Gran parte del primo pomeriggio successivo all’arrivo visitiamo l’ Hanoi Old Quarter Culture Exchange Center, che introduce alla comprensione della città e del suo sviluppo millenario. Al primo piano ci aspetta la mostra di fotografie che risalgono al tardo 1800 e forniscono riferimenti per approfondire il senso di un intricato labirinto di strade e vicoli che si è sviluppato nel corso dei secoli. In cima all’edificio si tiene un concerto di straordinaria qualità, con protagonisti della musica vietnamita tradizionale e contemporanea.

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Conclusa la visita fermo un taxi. Come mi ha suggerito Guy evito l’invito dei risciò, poco raccomandabili a sera e porgo al tassista il biglietto dove il portiere dell’albergo ha scritto l’indirizzo del JW Cafe, lussuoso ristorante con cucina giapponese e coreana.

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Guy suggerisce l’antipasto Goi Cuon. Gamberetti croccanti, vermicelli di riso, verdure, erbe fresche.

“Ora devi assolutamente assaporare il piatto nazionale del mio Paese, il Pho, la zuppa di erbe e germogli di soia servito con carne di manzo e noodles, gli spaghettini di riso con foglie di menta”

“Mi fermerei qui.”

“Eh no, ora una specialità per te insolita. Carne di rana in pastella leggera fritta in olio. Per chiudere Sinh To Bo, frappè di avocado con erbe rinfrescanti e vino di riso, il nostro Ruon Ran”

“Ah no, chiedi al maitre di portare un Moet Chandon dell’ 87, annata favolosa per questo champagne”.

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“Guy, dove abiti?”

“Non qui, in una cittadina a trenta chilometri da Hanoi, ma per questi giorni ho preso una   stanza in albergo”.

“Che disdici subito. Prenoto anche per te nel mio albergo”

“Perché?”

“Nella grande sala dell’Hilton ho letto che stasera c’è un concerto della vostra cantante più famosa e non mi va di godermelo da solo”

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“Non ho capito una parola della canzoni nella tua lingua. Mi sono rifatto con quelle in francese. Niente male. Ora è prevista in diffusione musica da ballo, è il nostro momento, anche se non sono un grande ballerino”.

“Stringi sempre così quando balli?”

“E’ che hai un profumo inebriante e mi piace sentirlo sul tuo viso”

“Come scusa non è male, ma è anche una bugia”

“Guy, vuoi proprio confermare la stanza che ho prenotato per te?”

“Il solito italiano che non smentisce la fama di latin lover. No grazie, mi va di dormire e da sola”.

“Touché. Ma peccato. Hai un compagno?”

“Sono libera e felice di esserlo. Sei simpatico, ma troppo intraprendente, felice notte”

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L’aereo si solleva dolcemente dalla pista di Noi Bai. Quando è in quota, spingo all’indietro la poltrona, mi copro gli occhi con la benda fornita dall’hostess, metto sulle gambe il plaid che le ho chiesto e piombo di colpo nel sonno. Sogno di Guy, che ha deciso di seguirmi in Italia, Paese che l’affascina. La bacio. Mi sveglia lo steward.

“Mister water, tea, coffee?”

“Nothing, thanks”

Il Racconto di Domenica 7 aprile 2019

Anticonformismo terapeutico

DI LUCIANO SCATENI

All’ora ics della transazione nel tempo virtuale dall’ora solare all’ora legale, ho ignorato l’invito della signorina buona notte, una delle tante giovani avvenenti che Sky seleziona per aspetto gradevole, voce educata alla corretta dizione e talento per il giornalismo televisivo. Cioè non ho ruotato in avanti di 60 minuti i dodici orologi accumulati negli ultimi dieci anni, due sveglie tradizionali e una terza made in China che nottetempo proietta l’orario sulla parete di fronte al letto, più un quarta, il padellone piazzato sulla parete della cucina. Ma il rifiuto di alterare l’andamento scandito dalla natura, non lo nego, ha i suoi inconvenienti, se importato senza gli adeguati correttivi comportamentali.

 

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Sono andato in conflitto con le cose ‘normali’ della quotidianità e di eventi specifici, primo fra tutti, la sconfitta nella finale di doppio misto, fissata da tempo per la trasferta tennistica di Benevento alle 11 del mattino del 15 Aprile. Alle 9, per non rischiare di presentarmi in ritardo, ero già a bordo campo del centrale e mi godevole e apprezzavo le fasi calde della semifinale di singolare femminile. In cuor mio tifavo per Veronica Imperatore, diciotto anni di statuaria bellezza, un efficace rovescio bimane, il dono della concentrazione e della spregiudicatezza, che spesso è il valore in più per vincere, anche con avversari di livello superiore. Alle 10 e 30 (in realtà sono le undici e trenta con l’ora legale) penso che Giulia, mia compagna di doppio, è esente dall’ansia del pre partita di cui sono affetto geneticamente. Probabilmente arriverà, come altre volte, solo mezz’ora prima del match. Alle 11 e cinque, dimentico dell’ “ora in più”, me ne faccio una ragione. Persa la finale per forfeit della mia partner e sconsolato, metto in moto la mia Yaris, in direzione Napoli. Qualunque rappresentante normale del genere umano si sarebbe spernacchiato da solo, nella consapevolezza di essere portatore di stolta amnesia e di aver dimenticato che il mondo, alla fatidica data del 31 Marzo, ha spostato le lancette in avanti di un’ora. Sono rinsavito alle mie 11 e venti, quando sul display dell’Apple è apparso il nome di Giulia, preceduto dalle note di “Bella ciao”, scelto per la mia suoneria.

“Ma sei scemo? Ti sei dimenticato della partita? E’ vero sono arrivata al circolo con dieci minuti di ritardo, ma tu non c’eri”

“Guarda che le cose non stanno così. Ti ho aspettata inutilmente fino alle 11 e cinque”.

“Alle 11 e cinque? Ma la partita era alle 12 e quando sono arrivata, il segretario del circolo mi ha detto che eri andato via da cinque minuti. Sei il solito dissociato, ma stavolta ne la paghi”.

 

Il chiarimento su torto o ragione vede la riconciliazione, all’indomani, seduti a un tavolino del mitico “Ciro a Mergellina”, alle prese con due coppe di gelato al gusto di nocciola e cioccolato, che di meglio non c’è.

Giulia. “Che ora è, ho un appuntamento con Toni per le dodici e trenta, in piazza del Plebiscito”.

Io. “Ma allora abbiamo tutto il tempo per chiacchierare. Sono appena le undici”

Giulia. “E no, eh, mi hai bidonato una volta, la seconda me la risparmio.

Vedo l’orologio del ragazzo seduto al tavolini accano al nostro. E’ mezzogiorno, mio disadattato compagno di racchetta. Ti saluto”.

Io. “Touché, ma non mi rassegno. L’ora legale va contro il mio credo di fedele fan della ‘natura su tutto’”.

***

Leggo e le parole rimbalzano per uno o due giorni nella mia testa frastornata, malata di televisione manipolata, popolar-sovranista, invasiva, che plagia, ottunde, nasconde, o mistifica e nega ogni principio di verità:

“Domani è il giorno dell’astensione, del silenzio di televisioni, radio, smartphone, computer, social”. L’appello ha un corposo incipit, racchiuso nel contesto delle patologie da saturazione. Dice del ridimensionamento drastico delle relazioni sociali, di insalubre sedentarietà, obnubilazione dello spirito critico, permanenza patologica nell’isolamento, subordinazione politica al prevalere dell’apparire sui contenuti, auto pubblicità di pseudo leader, scoramento, rassegnazione all’ineluttabile pessimismo senza una consapevole motivazione, apatia, distanza da ogni forma di partecipazione.

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La mattina del 1 maggio, come dimenticarlo, è la festa di chi come me fatica da sempre e inizia come ogni altra giornata. La Moka sul fuoco, riempita con miscela arabica, un passaggio veloce in bagno, il gesto in automatico di premere su ‘on’ del telecomando, l’attesa infastidita della luce verde sul decoder. Tata, tatata, tatatatatantata, la sigla del Tg1.

“In apertura la politica. Salvini smentisce le voci di lite con Di Maio, in sincrono prevedono che il governo completerà la legislatura e che andrà oltre”. “Di Maio incontra i rappresentanti di Confindustria e garantisce sostegno alle imprese”. Meno male, l’esordio quotidiano del Tg della rete ammiraglia Rai mi scuote dalla subordinazione patologica al rito quotidiano dell’ascolto passivo, che proseguirebbe con il televisore inutilmente acceso, fino a sera. Clic e spengo. Clic e zittisco il Gr1 che dà corpo alla notizia di un nigeriano implicato nel traffico di droghe, ma che ignora la notizia della tarda serata di ieri, di due giovani milanesi che hanno ridotto in condizioni pietose un clochard di colore.

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Fosse un giorno qualunque sarei già nello studio, su Google, che a prima mattina mi fa accedere alle news e alle fake news, mediatore del mio vizio di internauta. Subito dopo avrei attivato l’accesso a Libero, la mia e-mail dove scorrono anche le notizie del giorno, decine di annunci pubblicitari, inviti, richieste di consultare linkedin, “perché il tuo profilo sta avendo successo”. A seguire il collegamento a Facebook, per verificare chi ha letto, condiviso o commentato con un like la nota che ho pubblicato ieri. Per ultimo avrei sfogliato le pagine del cellulare, i messaggi, i Whats App.

 

[No, maledetta schiavitù, oggi niente Tv e simili. Spengo tutto e per la prima volta, dopo un tempo che ora mi sembra infinito, faccio il giro di tutti i led che abitualmente restano accesi giorno e notte. Tutti ‘morti’. La cosa mi riempie di orgogliosa presunzione. Sono bravo no? Già, ma ora come passo il mio tempo?]

 

La memoria non è quella di una volta, ma non è proprio in default. Vediamo, oggi cosa propone Napoli? Le meraviglie di Canova al Museo Archeologico Nazionale, il genio di Escher, la sua retrospettiva allestita al Palazzo delle Arti di Napoli. Alla Feltrinelli ogni sera c’è un evento e oggi presenta il suo ultimo saggio Bruno De Vincentis. Sono un lettore veloce. Se m’impegno, lo sfoglio nel primo pomeriggio, quanto basta a capire di che si tratta e alle 18 vado a sentire l’autore, mio amico dimenticato per troppo tempo.

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Va bene, ma domani? Domani è un altro giorno, Napoli è una città d’arte e quanta non ne conosco è davvero poco, per pigrizia. Poi ho il mio quinto “giallo” da completare e consegnare all’editore. Poi? Poi dio ci pensa.

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L’effetto della straniazione è molto simile a un choc. Ne esco a fatica. La tentazione di recedere è pressante, ma resisto e mi depuro. Non so quanto tempo richiederà liberarmi di facce, risse, balle, insulti, interi format riempiti di chiacchiere e battibecchi urlati, voci sovrapposte, caos, faziosità, spot elettorali, promesse da marinaio, parole in libertà o, come sono meglio definite, ‘bla-bla-bla’, ma tifo per una definitiva freedom.

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Ora mi godo il piacevole rumore del silenzio, le sere al teatro e non meno quelle della musica; il “Ciao Serena, non ti vedo da troppo tempo, aperitivo al Gambrinus?”; la trascurata scelta di andare oltre le prime cinquanta pagine di “Alla ricerca del tempo perduto”, l’ascolto di Bach, Concerti Brandeburghesi, il cool jazz di Keith Jarret, le poesie in musica di Fiorella Mannoia, uno storico 33 giri di Ella Fitzgerald e Armostrong.

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Il Racconto di Domenica 31 marzo 2019

Solitudine

DI LUCIANO SCATENI

Vite spaiate. Vissuti di paese, delle grandi città, nei borghi in collina, nella rarefazione di casolari di campagna, in rifugi sui monti. Vite alternative, uguali e antitetiche. Solitudine e sovraffollamento. Spariti o fortemente dilatati i tempi del piacere di stare insieme, i dopocena, il tè della cinque, le gite di gruppo, le vacanze con gli amici. Domina la tirannia della televisione. Sport, informazione, film e telefilm, fiction da mane a sera, gossip, cartoon, talk show, arte e scienza, spettacolo, religione, storia, musica, video hard, televideo, mille canali. Il potere di un clic del telecomando, la dipendenza, il feeling con divano e poltrone, l’ipnosi dell’ascolto passivo, l’effetto sonnifero, un televisore 50 pollici in salotto, un secondo di dimensioni umane in camera da letto, un terzo in cucina, quarto e quinto nelle due stanze dei ragazzi, cinque decoder, cinque card sky, quadruplo abbonamento (Rai, Sky, Dazn, Premium).

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Che vita sarebbe se nostri antenati non avessero inventato e diffuso il gioco delle carte? Il poker, re incontrastato di questo variegato reame, sta nella memoria collettiva con l’immagine dei western, di affumicati saloon, giocato da pistoleros e bari, di bische della New York del proibizionismo, del privato di case ospitanti il pokerino di fine settimana, dei circoli per soli uomini. Da qualche tempo ha conquistato anche i favore delle donne, tra un bluff e un rilancio.

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gioco in gioco, quelli pluralisti, cioè giocati a due, quattro o più contendenti. Alcuni hanno il crisma della popolarità per ente semplice:  la scopa, lo scopone, la briscola, l’asso pigliatutto soddisfano le aspettative della vita di relazione, degli anziani, specialmente nei paesi privi di alternative, come il cinema, il teatro. Basta un tavolino accanto al “bar Sport”, una mazzo di carte napoletane e un pizzico di abilità, di memoria e le ore vanno via senza accorgersene. In partite accese da rivalità permanente si sprecano i rimbrotti scambiati reciprocamente per gli errori commessi, ingiurie alla faziosità della fortuna, che premia gli avversari, qualche bestemmia. In palio le consumazioni dei quattro giocatori e la sfida si conclude secondo prassi consolidata con gli sfottò dei vincitori ai perdenti. La buona borghesia si confronta con le due varianti di un gioco “celebrale”, vietato ai distratti e ai poveri di inventiva: il bridge e il tressette. E siamo alla fase dei tornei, di campionati, fino al top dei mondiali. Siamo a livelli di scientificità, di intelligenza tattica, di sapiente esperienza.

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I giochi della carte hanno le loro stagioni, assecondano le mode, distinguono gli adepti per età, condizione sociale, diversità territoriali. Il tempo del conché, molto praticato dai giovani è stato progressivamente accantonato, complici le slot machine mangiasoldi, il poker on line e altre diavolerie tecnologiche. Ha spopolato la stagione della canasta, specialmente cara alle signore, in alternativa a Scala 40 e Ramino.

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Antonella, vedova inconsolabile, assorbita dalla vita di reclusa da compiti di massaia e madre, affronta male la solitudine. Non ha sorelle, non ha amiche, amici. Ha mazzi di carte napoletane e francesi, eredità di partitelle serali con il marito. Conosce tutti i classici solitari, i Piramide, Napoleone, Orologio, Scarta i Re, Bidone e i due più noti con le carte francesi, Spider e Free Cell.

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“Lorenzino, ti insegno un paio di solitari”. In un pomeriggio con compiti di baby sitter, Antonella intrattiene il nipote per consentire alla figlia di profittare dei saldi di stagione e fare qualche acquisto a buon prezzo.

“Nonna insegnami la scopa, i solitari non mi piacciono”

“E va bene. Si comincia così: si danno tre carte per ciascuno e quattro si mettono scoperte sul tavolo…”

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“…Ora che hai imparato giocherai ancora con la nonna?”

“Eh, ma tu vinci sempre”

“Devi fare un po’ di pratica e vincerai anche tu”

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Paolo, genero di Antonella, gira il mondo inviato dalla società che lo ha assunto come ingegnere aereospaziale. Di mezzo mondo conosce la mappa internazionale dei casinò. Li frequenta con pericolosa continuità, affetto da ludopatia. A Spalato è conosciuto e gradito ospite. Al tavolo del Black Jack ha lasciato cifre considerevoli.

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Si tiene lontano dall’azzardo del Baccarà e si avvicina alla roulette, ipnotizzato dalle puntate di un arabo che mette fisches da cinquecento dollari sul “pair”, lo zero e più volte, di seguito, sul numero 7. Finisce tutto al banco. L’arabo raddoppia le puntate. La pila di fisches si assottiglia, ma il folle giocatore, che Paolo pensa sia un emiro, non battea ciglio.

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In inglese: “Posso chiederle perché si ostina a puntare sul 7”. Lo chiede Paolo dopo una decina di ‘Les jeux sont des faits. Rien ne va plus’ che hanno ignorato quel numero.

“Ho sette mogli, sette pozzi di petrolio e che io sappia almeno sette figli. Sono nato il sette di Luglio, le sembra abbastanza?”

“Ok, punto anch’io sul sette. Ho giocato a calcio, ala destra, con il numero sette, poi a basket e sempre con quel numero. Qualche anno fa ho vinto uno Galazy di ultima generazione messo in palio durante una serata all’insena della beneficenza. L’ho vinto con il biglietto numero sette. Che ne dice è abbastanza?”

“Prima o poi uscirà qui”.

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Escono: ventuno, quarantatré, nove, ottantaquattro, due volte di seguito il ventuno, settantasei, dodici…

Finiscono nelle casse del Casinò uno stipendio intero di Paolo, l’importo della diaria e cinquemila euro del conto corrente.

  • §§

“Paolo, tutto bene? Quando ritorni?”

Elisabetta lo chiede con la preoccupazione che accompagna ogni trasferta del marito.

“Dimmi che non hai giocato, me l’avevi giurato”

“Tranquilla, mi era di strada il Casinò i Spalato, ma non mi ha visto”

“Scusa Paolo, ma sono stata in banca e dall’estratto conto mancano cinquemila euro. Hai fatto una spesa di questo importo senza dirmelo?” “E’ così, ho ordinato un televisore di cinquanta pollici, con schermo a ultra definizione. Praticamente come vedere un film al cinema”

“Ma sei matto, cinquemila euro?

“Non sei d’accordo? Va bene, posso disdire facilmente l’acquisto”

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“Giorgio, ti chiamo da Spalato. La società ha già accreditato il bonus?”

“No, è in pagamento per dopodomani.”

“Ho bisogno di un grande favore. Blocca in amministrazione il mio bonifico. Ritiro l’importo appena rientro. Grazie”.

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Antonella è alle prese con la solita partitina di scopa e prova a far vincere il nipote. La posta in palio è di due euro.

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Il Racconto di Domenica 24 marzo 2019

Enzo l’enigmista

DI LUCIANO SCATENI

E’ giovane. Tre mesi fa ha spento con le dita le diciotto candeline resistenti  al soffio del festeggiato. Dal padre, fedelissimo fruitore di riviste enigmistiche, Enzo ha ereditato il piacere, quasi morboso, di risolvere cruciverba, rebus, anagrammi, indovinelli e ogni altro “gioco” di molteplici  difficoltà. E’ gara di abilità con il vecchio genitore e per competere alla pari, in casa entrano due copie dello stesso settimanale.

Spesso ha la meglio Enzo, fresco di studi e lettore assiduo di ogni genere letterario. Completa per primo gli schemi degli “Incroci obbligati” e della “Ricerca di parole crociate”, ma soprattutto i difficilissimi “Incroci in- superabili”.

La fama di bravo solutore oltrepassa i confini di casa e nonni e zie, con identica mania, ma meno abili, lo consultano per completare le più ostiche “Parole crociate a schema libero”.

De Paolis, accreditato autore di enigmistica che pubblica su una delle più affermate riviste di settore, è l’idolo di Enzo, che gli ha scritto più volte, per esprimergli ammirazione e proporsi come collaboratore.

Ogni sera, intorno alle 19 e 45, in casa Ronchetti si consuma il rito dell’ “Eredità”, storico quiz che premia il concorrente in grado di superare le prove a cui lo sottopone. A prevalere, fortuna a parte, è di solito chi è in possesso di una cultura onnicomprensiva, chi risponde velocemente e ha capacità di associare elementi disomogenei.

Anna, madre di Enzo, non ha dubbi: “Enzo, è un programma fatto per te”. Il figlio si schernisce: “Mamma un conto è rispondere seduti comodamente su un divano, da casa. Lì devi controllare l’emozione, misurarti con lo stress da competizione, concentrarti in un ambiente che distrae”.

L’idea di partecipare è accantonata con rammarico di tutta la famiglia.

Martedì, 5 febbraio, 19 e 28. Un’anziana concorrente, insegnante pensionata di Lettere, consuma tutti i secondi disponibili per rispondere alla banale domanda sul regime in vigore Svezia. 12…11…10…3…2…1…Si esaurisce il conto alla rovescia ed è esclusa dalla fase finale. Enzo esplode in un “Che figuraccia, ma come hai fatto a insegnare?”

E’ troppo. A sua insaputa la madre invia alla redazione del programma la domanda di partecipazione per conto del figlio. Allega una fotografia e poche note sulla sua bravura.

Dopo due mesi, quando la donna era oramai convinta che il programma non avesse preso in considerazione la domanda, è proprio lei a rispondere al telefono.”.

“E’ la Rai. Le telefono per convocare Enzo Ronchetti. A Roma,  mercoledì 13 alle 11 e 30. Farà un provino per partecipare all’Eredità. Mi conferma la disponibilità?”

“Enzo, non puoi rifiutare”

“Potrei, mà. E invece no, ci vado”

L’Italo delle otto e dieci lascia i binari della stazione centrale di Napoli in perfetto orario. Enzo, poggia sul tavolinetto la rivista di enigmistica e la biro. Ha lasciato per ultimo lo schema più difficile, rimasto in sospeso alla definizione ‘quartiere della prostituzione alla periferia di Bangkok’.

 

[“Incredibile , non me lo ricordo, eppure lo sapevo. Ecco, fosse stato uno dei quiz dell’Eredità, sai che figura?”]

 

Il giovane sa bene che sforzarsi di ricordare non serve a niente. Meglio distrarsi, pensare ad altro.

“Prima o poi mi tornerà in mente”.

Ha dormito poco e male e chiude gli occhi nel tentativo di recuperare il sonno perduto.

 

In prossimità di Formia, viene sbalzato con violenza inaudita dal sedile. Nemmeno il tempo di capire il perché e si ritrova sul pavimento, con una ferita profonda alla fronte e un dolore lancinante alla schiena. Prova a rialzarsi, le gambe non rispondono.

Intorno a sé lamenti,  grida di aiuto, una donna che non dà segni di vita, un forte odore di bruciato. Poi il buio.

Rinviene al Pronto Soccorso dell’Ospedale Di Liegro, a Gaeta. Dopo una visita sommaria e dopo aver suturato la ferita alla testa con dodici punti, il giovane medico di turno lo dirotta in terapia intensiva. Il primario prescrive una tac e gli somministra un sedativo.

Accorrono i familiari, avvertiti dalla direzione sanitaria dell’ospedale.

Il responso della risonanza magnetica conferma la diagnosi del primario di neurologia. Compressione irreversibile del midollo spinale. E’ paralisi degli arti inferiori.

 

Le ore che distanziano una seduta di fisioterapia dalla successiva diventano un problema. Come riempirle? Lo aiuta l’amore per la lettura, che programma per alternare l’escursione nei classici della letteratura con i saggi a firma dei ricercatori di Palo Alto, leader degli studi più avanzati sul cervello diviso, The split brain” e con trattati di medicina, la disciplina scelta ancor prima di concludere gli studi liceali per il successivo corso di laurea.

 

La notizia del disastro ferroviario che ha fatto ventidue vittime e decine di feriti, è riportata con grande rilievo dalla stampa e dai telegiornali. L’inviato del Corriere della Sera contatta i parenti dei superstiti e dei morti.

“Mio figlio” gli racconta Anna “Era diretto a Roma, per sostenere un provino alla Rai, invitato dal programma ‘Eredità’”.

“Con quale motivazione?”

“Lui è bravissimo. Ogni sera, seguiva da casa la trasmissione e rispondeva a tutte le domande prima dei concorrenti. E’ molto colto, si interessa di tutto e risolve da anni tutti i giochi enigmistici.”

“Da che gli deriva questa poliedricità?”

“Ha letto decine di libri di ogni genere. Si è sempre interessato agli eventi della cronaca, della storia, ha competenza in geografia, è appassionato cultore dell’arte, si occupa di spettacolo in tutte le sue forme”

“Insomma è un tuttologo”

“Credo proprio di sì”

 

De Paolis, di buon mattino, sfoglia i giornali che il portiere gli consegna ogni mattina a casa. Le pagine di cronaca del Corriere riservano due pagine al disastro ferroviario. Accanto all’articolo di cronaca, le interviste dell’inviato ed pensa…

“Ma questo ragazzo, non è quello che mi ha chiesto di collaborare come autore di cruciverba? Accidenti è paralizzato    

 

Il giornalista parla con la segreteria del Corriere. Lo mettono in contatto con l’inviato che ha intervistato Enzo.

“Ciao, sai come rintracciare i parenti del ragazzo?”

“Semplice. Uno dei genitori è sempre con lui, nell’ospedale dov’è ricoverato. A Gaeta”.

 

All’accettazione del Di Liegro il corriere consegna un pacco, destinato al paziente Enzo Ronchetti, reparto neurologia.

 

“Aprilo Enzo, chi lo ha inviato?”

“Incredibile. Lo ha spedito Luciano De Paolis, il direttore di “All Enigmistica. Guarda, mi ha mandato le copie dei primi tre anni di pubblicazioni della rivista. C’è anche una lettera. Scrive che ha saputo di quanto mi è successo e che ha ritrovato in un cassetto del giornale la mia lettera. Mi offre di collaborare”.

Martedì 21 aprile, “All Enigmistica”, numero 603. Ai margini della pagina 24, dove campeggia un grande schema di parole crociate, Enzo legge il nome dell’autore. E’ il suo.

La definizione dell’1 orizzontale, richiede di riempire le otto caselle con il corrispettivo di  Menomazione  traumatica degli arti inferiori.  La prima lettera della soluzione è una ‘p’, l’ultima una ‘a’.

 

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Il Racconto di Domenica 17 marzo 2019

Esperia ad Alma: “Qua la mano”

Se un fiore sullo stelo, sbocciato dalla pianta, non riceve l’alimento primo della crescita, ovvero l’acqua dal cielo o da un pollice verde, appassisce e muore. Se non si protegge una statua di Michelangelo il tempo l’insulta. Se permetti che un’isola di plastica grande quanto la Spagna e la Francia si appropri di un’area dell’oceano di pari dimensione, ammali il mare  per sempre. Se derubi un Paese, ricco per risorse naturali, quella terra precipita nella povertà, nel  caos, nella disgregazione. Per esempio il Venezuela. 

DI LUCIANO SCATENI

Corre a fatica, l’anca sinistra è più dolente del solito. Anche solo camminare provoca fitte, riflessi su tutto l’arco della schiena a pari livello. Rimediano solo dosi sconsigliate dal fisiatra e dal bugiardino che ha letto augurandosi che esageri i rischi di assunzione e allora oggi niente antinfiammatori, antidolorifici. Il bruciore alla bocca dello stomaco non  lascia dubbi, i danni  di quelle benedette e maledette bustine sembra che minaccino di provocare un ulcera o quanto meno una grave gastrite. Pazienza. Manuela ha dovuto imparare a convivere con il dolore. E allora corre, zoppica, non ha aria da mandare ai polmoni, ansima, gli occhi infiammati da folate impetuose di vento e sabbia spediti dal deserto di Los Medanos. Quanto mancherà per l’ospedale pediatrico di Coro?

Dio dammi la forza  arrivare prima che sia troppo tardi, Madonna mia, aiutami”.

 L’ingresso dell’ospedale, i corridoi, le stanze con le porte spalancate sono al buio. Sulla soglia e oltre pazienti in pigiama, facce stralunate, borbottii, qualche imprecazione a voce alta, lamenti.

“Dottore, il reparto neonatale?

“Lei chi è?”

“La madre di una bambina”

“Non salga, mi segua”

Nella stanza dove il medico precede la donna un paio di candele rischiarano a malapena l’ambiente. Un altro medico siede dietro una scrivania ingombra di cartelle.

“Si accomodi. Sono uno psicologo e l’ospedale mi ha chiesto di assistere le madri come lei”.

“Assistere? Che succede dottore, che accidenti succede?”

“Deve essere forte. Purtroppo quasi tutto il Venezuela è privo di energia elettrica e i bambini prematuri, purtroppo non solo loro, sono morti, per il mancato funzionamento delle culle termiche e delle incubatrici.”

“Dio, che padreterno significa, tutti morti?”

“Maledizione, sì”

Viene meno Manuela e quando si riprende, aiutata dai medici, non versa una lacrima. Urla con quanto fiato ha in corpo, bestemmia, maledice il Venezuela e i nonni, che un secolo prima sono emigrati in Sud America dall’Italia.

“Quel delinquente di Maduro, che un fulmine lo spedisca all’inferno. Se Dio esiste lo sbatterà nel girone dei dannati arsi in eterno tra le fiamme”.

  • §§

Nella stanza da letto, la donna stringe al petto Esperia, la prima figlia.  Finalmente piange.

Antonio ha saputo. La notizia degli ottanta bambini morti negli ospedali pediatrici è una ragione in più che agita il caos in tutto il Venezuela. Lascia sconvolto il corteo nell’Avenida che a Caracas si dirama dalla Piazza Bolivar, autoconvocato  per festeggiare il rientro in patria di Guaidò. Con la moto, rifornita di carburante dopo una fila di ore a uno dei pochi distributori forniti, rientra a casa per abbracciare la moglie e provare a consolarla.

“Manuela, amore, sono disperato quanto te. Dobbiamo farci forza, il Paese ci costringe a reagire, non possiamo lasciare che la morte del piccolo Andrea ci privi della forza necessaria per affrontare questo terribile momento”.

“E’, che quando e se finirà, non potremo provare a fare un altro figlio. Già la gravidanza di Andrea, alla mia età è stato un miracolo a sentire il  ginecologo. Ha detto anche ‘irripetibile’”

  • §§

Il peggio lentamente passa. Il Venezuela sceglie di essere governato da Guaidò e Maduro lascia il Paese con il tesoro messo insieme con tangenti milionarie. La rivoluzione del neo presidente è a centottanta gradi. Il controllo sulla risorsa dell’oro nero erode progressivamente il cumulo del debito pubblico e fanno il resto gli investimenti oculati in settori trainanti  dell’economia messa in ginocchio dai governi dei corrotti.

Antonio rimette in sesto l’attività di commerciante di alimentari e riprende a fornire la grande distribuzione con i prodotti della terra ereditata dalla moglie. Il tempo e il paziente, rivoluzionario lavoro di Guaidò, restituiscono a Santa Ana de Coro parte della normalità sconvolta negli anni del caos politico e sociale.

“Antonio, stamattina sono andata nel centro di accoglienza dei bambini che la guerra civile ha reso orfani. Il governo ha emanato un provvedimento che rende agile l’iter burocratico per le adozioni. Li vedessi questi bambini, si legge sulle loro faccine sconforto, tracce della solitudine,  la tristezza di occhi che non hanno motivo di sorridere. Ti prego, quando puoi accompagnami a quel centro di solidarietà”.

“Manu, a che pensi?

“No, ora non te lo dico. Tu accompagnami.

  • §§

La casa dei ninos è una vecchia caserma abbandonata per scelta del nuovo governo. Un tempo è servita a rinchiudere gli oppositori di regimi dittatoriali in attesa di essere giustiziati. In alcune celle, non ristrutturate, i le pareti conservano scritte di prigionieri disperati, slogan anti governativi, messaggi a mogli, figli, compagni di lotta.

“Antonio, guarda quella bambina, guarda quant’è dolce il suo visetto, guarda l’espressione intelligente degli occhi, i riccioli biondi, disordinati, bellissimi”.

“Manu, attenta, non fare l’errore di innamorarti di quella bambina. Perché siamo venuti qui?”

“Fingi di non  saperlo? Mi conosci troppo bene per chiedermi il perché”

“Attenta, adottare un bambino non è così semplice. E a questo che pensi, no?”

  • §§

L’iter è davvero complesso, a tratti scoraggiante, ma Manuela è disposta a dedicare tempo e pazienza per superare ogni difficoltà.

Preparare Esperia.  Deve essere coinvolta in questo mutamento, nell’idea di dividere l’affetto dei genitori con un fratello o una sorella.

“Piccola, non puoi ricordarlo, eri troppo piccola. Abbiamo attraversato anni difficili, di più, devastanti. Molti uomini e donne hanno perso la vita per colpa di lotte sanguinose che hanno messo i venezuelani gli uni contro gli altri. Ne hanno fatto le spese  tanti bambini, rimasti senza genitori. Noi,  te l’ho raccontato, abbiamo perso un bambino, morto in ospedale. Ora io e papà abbiamo pensato di darti un fratellino, una sorellina, di dargli i genitori che non hanno più. Vogliamo sapere se sei d’accordo, se ti fa piacere”.

La bimba non  risponde subito. Snocciola una serie di perché, come, quando. Si chiude per più di un’ora in un silenzio che mette ansia alla madre. Lo interrompe con un abbraccio che dice più di parole per lei difficili.

  • §§

Alma è frastornata. Osserva incantata la camera di Esperia, le pareti azzurro pastello, i disegni infantili fissati con scotch blu alle ante del grande armadio dirimpettaio del letto a castello, i giocattoli che tracimano dal cesto di vimini, la scrivania ingombra di album, bricchi colmi di pastelli, l’orologio a muro a forma di sole con la lancetta dei secondi  che avanza a scatti. La grande finestra inquadra il parco giochi del ‘barrio’, l’altalena, gli scivoli. Esperia le cinge le spalle, le carezza i capelli di un nero totale, le porge la bambola che tiene stretta al petto al momento di addormentarsi.

Manuela  è commossa. Antonio finge di no. Accende la radiolina a transistor che porta con sé allo stadio per conoscere in tempo reale i risultati delle altre partite.

“…il presidente Guaidò ha presentato alla stampa il progetto  del governo  per la ripresa dell’economia, gli investimenti,  il piano per il lavoro, ha firmato il decreto che destina ingenti risorse ai sussidi per i senza lavoro. Disdetti tutti i contratti con imprese straniere per l’estrazione del petrolio Giacimenti nazionalizzati, rimborso in vent’anni per le compagnie, da rimborsare in vent’anni alle compagnie straniere espropriate”.

  • §§

Bellissima Esperia e più di lei Alma. A 19 anni è proclamata miss Venezuela nello scenario hollywoodiano del Teatro Teresa Carreñodi Caracas.

  • §§

Nell’Avenida Bolivar avanza il corteo del Sul, sindacato unico dei lavoratori. E’ il primo Maggio, la comunità dei nostri connazionali lo festeggia a Casa Italia. Gruppi folcloristici si esibiscono in balli e canti delle regioni, che più di altre hanno fatto grande il numero degli immigrati. Sul maxi schermo nella grande sala dell’“accoglienza”, passano le immagini e l’audio dell’intervista ad Alma e Casa Italia è in festa. Anche per questo.

 

 

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Il Racconto di Domenica 10 marzo 2019

Sogno o son desto

DI LUCIANO SCATENI

E’ antico il vezzo di catalogare l’accumulo di “cose” utili, superflue, nocive alla salute mentale, dimenticate, obsolete, consumate dall’usura, programmate da chi le produce per emettere l’ultimo respiro a breve termine, barattoli di sottaceti stracolmi di chiodi, viti, rondelle, bulloni, chiavi, spilli, guarnizioni; cassette di vini in legno, doni natalizi messi in disparte “che vedrai, verrà un giorno serviranno” e infatti conservano in mazzi legati con elastici due set di giravitini piccolissimi, medi, maxi, tenaglie e pinze, una morsa made in China, tre saldatori elettrici, martelli, lime e raspe, rotoli di fil di ferro, pacchi di carta vetrata, taglierini, mega spillatrice, trapano Bosh, mini sega a pile, metro metallico, ganci per quadri; nell’ampio contenitore di dodici bottiglie del Brunello di Montalcino, riserva 1998, scolate in allegre serate goderecce, lampadine tradizionali e led , rotoli di nastro isolante, spine, prese singole e multiple, perette aperte e mai richiuse in corto circuito, spezzoni di fili elettrici, decine di pile stilo, cilindriche, cariche e scariche…vatti a ricordare; in scatole metalliche di cioccolatini Lindt una ventina di auricolari, sette cellulari old style, alimentatori, libricini con le istruzioni d’uso, tre vecchi cordless, accessori del computer fuori uso, ventotto dvd per l’installazione di web cam e altri congegni, quattro mouse con annessi tappetini logori, calcolatrici tascabili, chiavette con giga saturi di foto ricordo e file di articoli pubblicati negli anni, bozze di sceneggiature mai trasformate in fiction, una marea di account e password scaduti, copie di lettere, sette mailing list mai unificate, disegni da replicare in stamperia, scritti di qualità acquisiti con il copia-incolla; nello scatolo, dove all’atto dell’acquisto erano allineati venti preziosi esemplari di classici della letteratura in piccolo formato, rilegati in pelle, si affollano cd e dvd con tanto di etichette per informare sul contenuto di fotografie, musica leggera e classica, copie di documenti; sui ripiani laterali della scrivania uno sull’altro un pacco di carta copiativa, un secondo di carta fotografica, in memoria di quando nacque il raptus della stampa domestica del bianco e nero, album di immagini catalogate per avvenimenti: matrimonio, anniversari, panorami, gite, ‘istantanee belle’ , ‘strane’, ‘curiose’ ‘di Napoli’, ‘viaggi’, ‘vacanze’, ‘parenti’, ‘amici’; in un paio di mensole della libreria, copie in cassetta di programmi televisivi realizzati in venticinque anni di Rai, la serie “Capolavori della Campania in dieci capitoli”, lo scatolo con tutto quello che serve per accedere in aeroporto alla sala vip, dono della banca di riferimento, quattro boccali per la birra residuo di un October Fest, zeppi di bic, stilografiche, matite, pennarelli, un tagliacarte d’acciaio, forbicine, clip, gomme, l’esemplare di penna da scuola elementare con pennino da intingere nell’inchiostro, tre foto tessera sfocate; in un mobile a muro senza ante, barattoli di colori primari acrilici, spry di fissaggio, in un involucro di cannucce strette da cotone robusto pennelli in decine di dimensioni, un armamentario di righe, compassi, oggetti di varia foggia utilizzati per disegni geometrici; poggiato alla parete di fronte un cavalletto professionale, da studio e poggiate in terra tele made in France di ogni dimensione, un paio di quadri in attesa da mesi di essere incorniciati; sulle pareti decine di quadri, datati dl 1990 al 2019, molti residuali di mostre, alcuni in attesa di essere cancellati con il bianco denso di una vernice coprente per essere riutilizzati; in un armadietto che ha perso gran parte del colore lucido originale, in ventitré cartelle è custodita la storia di mezzo secolo raccontata dalla bollette di acqua, luce, gas, telefono, telepass, da alcuni anni di Sky, resoconti bancari, documenti vari, lettere, recensioni di libri e mostre, cartoline da tutto il mondo, vecchie pagelle, moduli vergini per stilare il testamento biologico, disposizione post mortem: “Cremazione, no funerali”, il menù di un pranzo che ha riunito tutta la famiglia in una borgata dei Castelli romani; eccetera, eccetera, eccetera.

Due chance: far finta di niente, ovvero bere due bicchieri in più di robusto aglianico e mandar via dalla mente l’idea di selezionare con animo di giustiziere l’ottanta percento di quanto si è accumulato, senza moderazione e discernimento tra essenziale e superfluo, o telefonare a “Ciro, svuoto case e cantine, cellulare 335….571”, e adottare la filosofia del ‘change’, cioè brindare a un nuovo modello di vita, tutto proiettato oltre i limiti della stanza dove dipingere e disegnare, scrivere articoli quotidiani, racconti, saggi, romanzi, dove confinare le relazioni esterne con il surrogato di Skipe, dove dialogare con il personal computer e in sottofondo la cascata di invenzioni di Keith Jarrett, genio del pianismo jazz, per fortuna presente su You Tube con il suo strabiliante virtuosismo.

L’effetto del doppio aglianico si esaurisce con una dormita pomeridiana anomala e subentra una sorta di sogno incubo a occhi aperti.

[Il furgone di Ciro ha percorso tutto il viale. Pochi metri e sarà alla porta di casa, un pacco di scatoloni di cartone in testa, da ricomporre e riempire fimo a spogliare lo studio fino all’ultima spilla.

“E no, Ciro, la macchina fotografica no. La mia Nikon ha scoperto a Venezia che frammenti di muri sono opere d’arte spontanee a saperli guardare.

La mia Nikon ha indagato Napoli, quella del labirinto di vicoli dove scopri una vecchia porta dipinta da un ignoto, geniale grafitaro, presidiata da una vecchina di ottant’anni che ne dimostra centotrenta e potrebbe fornire il titolo di apertura al capitolo sulla donna più longeva del mondo, quellal della città che dai bastioni di Castel Sant’Elmo, piomba sull’ordito di case senza respiro tra l’una e l’altra, sovrastate all’80 per cento da sopraelevate abusive, che sbirciano a sinistra il profilo del grande vecchio, l’imponenza del Vesuvio e di fronte la sagoma di Capri, la “bella del golfo”, a destra le propaggini collinari di Pausillipon in picchiata sul blu dipinto di blu del mare nostrum.

No, la Nikon no. Ha esplorato Roscigno, quasi irraggiungibile, nel Cilento interno, luogo di pietre fantasma, tronchi svuotati di linfa, mura sbrecciate, dell’inesistente vigilato da un matusalemme canuto, con il suo intrigo di rughe celate dalla corona di lunghi peli bianchi, terra spinta giù senza radici che ne trattengano l’inconsistenza.

La mia Nikon no, ha inglobato l’ovale di un volto nobilmente etereo, della mia donna, come neppure Hamilton avrebbe saputo raccontare.

“Smartphon, tablet?” “Please, Ciro sono tuoi, nessun rimpianto e bye, adieu, ciao”. Sembra che respiri a fatica il motore del furgone, che trattenga il fiato nel misurarsi con la ripida discesa del parco, traballante sotto il carico in eccesso, una sembianza sempre più piccola nel procedere. Infine un punto, niente di più. Troppo presto, per sempre.

Ora è il luogo della mia vita di solitario, è un cubo inanimato, pareti desnude, solo pavimento e solaio, evanescenza, bisbigli del vuoto, passi incerti, privi di memoria senza i noti riferimenti di destra, sinistra, alto, basso. Dalla finestra spalancata a mandar via polveri e odori di antico, penetra la scia di un drrrrrrrrr irriconoscibile fino al momento che tra un’alta palma e l’antenna di un ripetitore di telefonia si inoltra un drone ronzante. Avessi una carabina, di quelle a pallini di piombo, la punterei contro. Nessuna speranza di abbatterlo, ma il gusto di impallinarlo, di provarlo della superbia con cui esibisce un’idea di futuro].

Fine della finzione: clicco su word, seleziono Times New Roman, corpo 16. Ovvero, tutto come prima.

PD RINATO? C’E’ CHI CI CREDE

Zingaretti, nel ragusano, terra di Montalbano, fa il pieno di voti.

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Il Racconto di Domenica 3 marzo 2019

ESTRELITA

Molto simili una all’altra, le grandi famiglie circensi tramandano in via diretta da padri e madri a figli e figlie un’arte ricca di fascino, coinvolgente. A distanza di decenni l’identico cognome spicca in risalto sui manifesti che pubblicizzano l’arrivo del circo nelle città e nei paesi di mezzo mondo. Ma c’è chi interrompe il rito dell’ereditarietà, attratto da altro. 

DI LUCIANO SCATENI

Perché Estrelita? Perché questo nome che pretende di calzare un essere di eccelsa statura estetica, di livello etico superiore, di straordinaria empatia, perché? Nascere in uno dei mille luoghi del mondo dove Romeo Nasti ha piantato le tende del suo circo itinerante, non è normale, specialmente se a metterti la mondo è una donna che vigila da mattina a sera sulla sostenibilità economica di acrobati, pagliacci, trapezisti, domatori, inservienti, autisti, ballerine. Le doglie, la rottura delle acque colgono mamma Rosa nel bel mezzo del numero clou di una serata riservata ai bambini delle scuole di Castelleda Marina. Romeo affida al suo vice la scaletta del programma messo giù per il maggior gradimento dei piccoli spettatori e fila veloce in auto in direzione dell’unico ospedale con un reparto di ostetricia, distante venti chilometri da Castelleda.  La bimba nasce con difficoltà. Problemi di respirazione, il battito irregolare del cuoricino, è sottopeso. Alla bimba la mamma vuole regalare un nome che sa di speranza, dell’auspicio di lasciarsi alle spalle l’inizio non felice della vita, di diventare una trapezista, com’è nella tradizione familiare.

  • §§

Previsione smentita. La vocazione di Estrelita va in tutt’altra direzione. Per il gioco che l’ha catturata all’età di otto anni, adatta un grembiulino a camice da dottoressa e coinvolge amici e amiche, ingaggiati come  ammalati da curare.

  • §§

“Perché Estrelita”, chiede a mamma Rosa quando a scuola un bambino a sua volta si pone il perché di nome “strano”.

“A suo tempo diventerai la nostra stella, la nostra star che farà faville nel nostro circo”.

  • §§

Una stellina, certo, e complimenti da tutti, coccole della mamma, vani i tentativi del padre di interessarla al mondo circense. Alla figlia, divenuta una ragazza da far girare la testa a coetanei e adulti, del circo piace da morire l’umorismo surreale di Guelfo, il clown autore di un monologo irresistibile, forse troppo sofisticato per il pubblico che ogni sera affolla il tendone per assistere con il fiato sospeso alle evoluzioni dei trapezisti e al numero del dominatore che avvicinava la faccia alla bocca del leone.

Della ragazza si invaghisce Oreste, figlio della donna cannone, un ragazzo dal fisico scultoreo, con il destino segnato di acrobata comune ai due fratelli più grandi, ma Estrelita ha altro per la testa, impegnata anima e corpo per ottenere il massimo dei voti all’esame di maturità, condizione per ottenere la borsa di studio e affrontare le spese dell’università al Policlinico del capoluogo.

  • §§

Un studentessa bella come una miss non passa inosservata e sono in molti a provarci, senza ottenere che rifiuti decisi, ma cortesi e un sorriso beffardo.

Il docente di anatomia patologica, etichettato come don Giovanni dalla comunità universitaria, ci prova con tutte le studentesse di bell’aspetto, compensate con voti generosi al momento delle sedute di esame.

“Come si chiama signorina?”

“Romeo”

“No, di nome…”

“Estrelita”

“Sia benedetta sua madre, ha messo al mondo una bella creatura”

“Professore, ho chiesto di parlarle dell’esame”

“E parliamone. Lei sa certamente che promozioni e voti alti non ne regalo”

“E non vorrei mai regali”

“Tutti sanno che il mio è forse l’esame più difficile di tutto il corso di laurea”

“Le chiedo solo se per lei conta la nozionistica o l’interpretazione dei sintomi, l’anamnesi delle malattie”.

“Né l’una, né l’altra, ma per farti capire meglio come affrontare l’esame abbiamo bisogno di più tempo. Vieni stasera a casa mia”

  • §§

Gli l’hanno detto e ridetto.

“Attenta, il prof ci prova con tutte”.

“Non con me” risponde sicura Estrelita, che ci pensa su e invia un messaggio al giovane trapezista del circo. “Oreste, so che stasera e domani non devi lavorare, non c’è spettacolo. Vieni a trovarmi? Ti aspetto nella libreria Dante alle sette”.

  • §§

“Cosa non va? Perché mi hai chiesto di venire?”

“Un favore, grande. Devo vendicare tutte le ragazze vittime di un docente che pensa di poter profittare del suo ruolo. Ti spiego…”

  • §§

A quest’ora il professore è come sempre ancora all’università. Sul retro della villetta la porta finestra è chiusa con un serratura che il giovane trapezista apre senza difficoltà con la lama di un temprino multiuso. L’esplorazione richiede poco tempo e Oreste memorizza la pianta della casa.

  • §§

All’indomani nella villetta non c’è nessuno oltre il professore, che ha concesso alla vecchia domestica un paio di giorni per recarsi a trovare la figlia e i nipoti che non vede da tempo. La villetta è contornata di aiuole e di piante esotiche.In una grande fontana la statua di una sirena riceve gli zampilli a diverse altezze d’acqua riciclata.

  • §§

“Brava Estrelita, ti aspettavo, hai fatto bene a venire, entra”.

Oreste forza la porta dell’ingresso posteriore che dà accesso alla grande cucina e s’intrufola in casa. Si avvicina silenziosamente allo studio dove il professore ha introdotto la ragazza. Alla parete di fronte all’imponente scrivania è addossato un lettino da psicanalisi.

“Quanti anni hai?

“Diciannove”

“Forse te ne hanno parlato. Una della lacune del corso di laurea in medicina è l’impossibilità di confermare verificare l’apprendimento teorico di discipline fondamentali, come l’anatomia. Il numero elevato di studenti non consente loro di esaminare i pazienti e le loro patologie. Con alcuni di voi mi adopero per colmare questa lacuna. Ecco, per questo ti ho chiesto di venire da me. Non devi vergognarti se ti chiedo di spogliarti. Oltre che docente sono anche medico e fai conto di essere una paziente da visitare.”

“Professore, mi ha preso per una delle ragazze di cui abusa in cambio di un bel voto al suo esame?”

“Ma sentila…hai fatto forse il voto di castità, sei ancora vergine, mi consideri vecchio, che altro?

“Te lo dico, mi fai veramente schifo, sei un pervertito, un vigliacco, un animale”

“Ragazzina, basta chiacchiere, vieni qua. Ora ti spogli, con le buone o con le cattive”

“Oreste…”

Accorre il giovane trapezista. Ha ascoltato con il ricevitore auricolare quanto è successo dalla stanza dove si è appostato. Irrompe nello studio e si avventa sul professore che ha bloccato i polsi della ragazza e sta per spingerla sul lettino.

“Brutto animale, non ti spacco la faccia, mi fa schifo perfino metterti le mani addosso, ma hai finito di fare il porco, anzi qui finisce anche la tua carriera di docente. Estrelita digli perché”.

La ragazza libera il trasmettitore dal cerotto che lo fissava al petto e lo mette sotto il naso del professore.

“Vedi, bestia che non sei altro, abbiamo registrato tutto e c’è un giornale nazionale interessato a pubblicare parola per parola”.

  • §§

Il titolo è in prima pagina:

Cade nella trappola tesa da una studentessa

“Finite a letto per un trenta e lode”

Abusi sessuali di un docente universitario

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Il Racconto di Domenica 24 febbraio 2019

Lo iettatore dei cinque milioni

Un episodio, se evento sporadico, passi. Ma tre, uno dietro l’altro, trasformano la casualità in dato statistico significativo

DI LUCIANO SCATENI

Giacomo esce dalla bottega di Ermete, storico tabaccaio di Forcella, regno dell’illecito su cui hanno regnato i Giuliano e s’inchioda sul quadrato di porfido vesuviano, appena oltre la soglia. “Acc…, il cellulare, dove cavolo l’ho perso?” Si fruga in tutte e tasche, sbircia nella busta dove tiene due stecche di aromatiche Dunhil e spera “l’ho lasciato da Ermete”. Dietrofront e un sospiro di sollievo, lo smartphone è sul banco, mezzo nascosto dall’espositore di cartoline con le bellezze della città. Esce frettolosamente dal negozio e urta involontariamente un’anziana signora malferma sulle gambe, costretta a un passo di lato. Dal cornicione viene giù un blocco di intonaco e finisce dritto sulla testa della donna che si affloscia sul marciapiedi. Dalla profonda ferita sgorga molto sangue, per lei non c’è più niente da fare. Una ragazza è testimone del dramma e commenta l’episodio con il capannello di curiosi richiamati dall’incredibile episodio. “E che iella, senza quella spinta, beninteso, involontaria, la donna si sarebbe salvata”. C’è chi cerca nel libro della smorfia i numeri per un terno al lotto e chi non dimentica quanto è successo.

  • §§

Claudio ha fama di abile cercatore di funghi e la stagione è propizia per una battuta sulle alture della Sila. A sera, dopo una giornata in compagnia con il fido Thor, che ne ha scovata una buona quantità, i porcini si trifolano in una grande padella, ricoperti d’olio. Cotti al punto giusto, sono serviti in grandi piatti decorati con disegni floreali. Giacomo, ospite abituale di Claudio, non resiste al bis e si sazia, come il comune amico Vincenzo. Sicuro delle capacità di giudizio acquisite in tanti anni di spedizioni a funghi, il padrone di casa ha evitato di sottoporli alla valutazione dell’esperto della Asl. Chiede Giacomo “Siamo sicuri? Garantisci tu? Ho i miei dubbi”.

Crampi, sempre più dolorosi, vomito, diarrea, un cerchio opprimente tra fronte e nuca, stomaco in subbuglio, tremore diffuso: Vincenzo stringe le braccia attorno al ventre, dalla bocca cola una bava nauseabonda, non ha voce per darne alla paura. In casa nessuno. A fatica compone il numero 118 sulla tastiera del cellulare.

In rianimazione non risponde all’aggressione della terapia antiveleni. Il cuore cede, debilitato da precedenti insulti. L’ultimo pensiero è per i dubbi di Giacomo e la iella di aver mandato giù un ‘amanita Verna’, incredibilmente non riconosciuto da Claudio. “Sono devastato, dichiara Claudio “e non ho alibi”. Ho affidato i funghi alla cuoca senza riguardarli uno per uno e non so spiegarmi come sia capitato tra i porcini che ho raccolto. Purtroppo ho ignorato il timore di Giacomo. Avrei fatto bene ad ascoltarlo”.

  • §§

Il commendatore Russo ha gestito per oltre trent’anni l’agenzia numero 27 della compagnia di assicurazioni La Fidata, ma ritagliandosi ogni fine settimana il tempo per guidare escursioni di appassionati sui monti a lui noti dell’Appenino umbro. Un fedelissimo al seguito è il suo collaboratore più anziano. Giacomo Colasanto, appena laureato, è stato assunto dall’agenzia grazie alle buone referenze del rettore della facoltà di giurisprudenza.

“Domenica ce ne andiamo sul Monte Utero. Vedrai: magia dei paesaggi, giusta alternanza di salite e pianori, vegetazione rigogliosa, aria pura, come sempre, piacevole compagnia”.

Di buon’ora, sacco in spalla, scarpe adatte, buona disposizione a condividere l’entusiasmo del capo, Giacomo tiene a stento il suo passo, benchè sia molto più giovane. Dopo un’ora di cammino, s’infittisce il bosco in cui s’è inoltrato, ed è distanziato dagli escursionisti che avanzano più spediti. All’improvviso la vegetazione fitta si apre in uno spiazzo con erba alta fino al ginocchio. E’ difficile a cosa attribuire un fruscio insistito, in assenza di vento che Giacomo avverte con inquietudine, la solita che lo accompagna da sempre esponendolo a noiosi stati di ansietà. Affretta il passo e raggiunge Russo, il gruppo in sosta per un coffee break.

“Dottore, non ci sarà niente di strano, ma poco distante da qui ho avuto l’impressione che un animale mi seguisse nell’erba. In queste montagne dicono che si incontrano lupi aggressivi”.

“Tranquillo sono leggende”.

“Mi auguro che abbia ragione”.

Freddo fa freddo, altro che.Qualcuno suggerisce di trovare della legna, di accenderla e fare colazione al caldo. Il volontario della compagnia è Giorgio, tra i più giovani e ben allenati.

“Vado io, cominciate a sistemarvi”.

Giacomo lo ferma

“Aspetta, vengo anch’io, non vorrei che fossi da solo a fare brutti incontri” La replica

“Qui, in montagna? Non siamo mica nelle periferie a rischio di città mal frequentate. Rimani con gli altri e riposati”.

Giacomo

“Come vuoi, ma usa la prudenza”.

Girano panini con speak, frittate, formaggio, vino robusto, e per chi ha stomaco forte una grappa distillata da Fra Gregorio sul Carso, dove ha vissuto per anni in un convento poi chiuso per mancanza di frati. Ne ha portato a Grottaminarda, nell’Irpinia interna una botticella, per e le grandi occasioni, come questa camminata in Montagna. In lontananza, e stavolta non è solo Giacomo a preoccuparsi, arriva l’ululato di lupi. Da un cespuglio, ai limiti dello spiazzo dove sosta la comitiva dei marciatori, vien fuori a fatica Giorgio. Preme una mano insanguinata stretta sul fianco e avanza con difficoltà. Russo gli va incontro e lo sostiene, con il braccio sotto l’ascella del lato dove non è stato ferito.

“I lupi?”

“Sì maledizione, purtroppo aveva ragione Giacomo. Ne ho colpito uno con

il bastone e un altro mi è saltato addosso, mi ha azzannato qui al fianco”.

Russo.

“Rosa, apri il mio zaino, c’è una cassettina del pronto soccorso”

La moglie prepara acqua ossigenata, bende e una largo cerotto e medica il ferito.

“Ma allora”, commentano le donne della spedizione. Non è un pettegolezzo la fama di iettatore di Giacomo…”.

 

Non è vero, ma ci credo. Anche i più scettici, i razionalisti della combriccola, distolgono lo sguardo dalla figura dell’“untore” che lascia trapelare lo sgomento per l’etichetta che gli hanno messo addosso. La gita prosegue senza altri incidenti di percorso, ma c’è chi, tornato in città, mette in fila gli episodi nefasti accaduti in presenza di Giacomo per escluderlo da ogni rapporto. L’emarginazione diventa comportamento virale di amici e conoscenti e a nulla vale la scelta opposta della compagna, che ostenta con disinvoltura la normalità della relazione con il presunto porta iella. Giacomo si auto suggestiona. Con lenta, ripetuta sequenza, gli cade di mano e smette di vivere lo smartphone Samsung da seicento euro e la stilografica Montblanc senza cappuccio, regalo di laurea dei genitori. Il pennino d’oro è fuori uso per sempre. La vittima di questi incidenti va in depressione e l’aria lugubre che assume contribuisce a renderlo cupo, per nulla empatico, da evitare.

  • §§

Il 5 Gennaio, la madre di Giacomo, afflitta per la tetra fama del figlio ed evitata dalle amiche di sempre, prova a scuoterlo.

“Devi uscire, non puoi eclissarti. Fammi un piacere, vai alla tabaccheria di Tommaso e compra due biglietti della lotteria, uno per me, uno per te”.

Il tabaccaio, con ironia

“Sei nato con la camicia, sono gli ultimi due, non ne ho più”.

 

  • §§

Amadeus conduce la serata che può arricchire italiani baciati dalla fortuna e chi ha sperato trattiene il fiato quando legge i dati dei vincitori. Pende dalle sue labbra anche la madre di Giacomo, delusa per non essere tra i possessori dei tagliandi dei premi dal secondo in poi. Non resta che incrociare le dita.

“Hai controllato il tuo biglietto?”

“Mà, non ci penso proprio. Te l’immagini che la dea bendata bussa alla mia porta?”

“Certo che no, ma dammi il biglietto, controllo io”

Amadeus.

“Siamo al momento sognato da milioni di italiani, non resta che scandire lettere e numeri del premio da 5 Milioni. E allora. Biglietto seria EV, venduto a Napoli. 3…8…1…7…9…5.

 

Sviene la povera donna e Giacomo deve soccorrerla. Le alza le gambe per far affluire il sangue alla testa e aspetta che si rianimi.

“Mamma, stai bene? Passato?”

“Giacomo, se non m’è venuto un infarto, non succederà più. Il tuo biglietto è quello del premio da cinque milioni. Da ora in poi sfido chiunque a trattarti come iettatore”.

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Il Racconto di Domenica 17 febbraio 2019

La magia del ‘Change’

Storie di ordinaria conflittualità. Quando non originate da incompatibilità insanabili, sempre che ne esistano, nascono tra le acque inquiete di piccoli dissapori, pericolosamente reiterati e alimentati da pigrizia nell’affrontarli, da superbia, permalosità, sessismo, invidia.

DI LUCIANO SCATENI

 

“Ma che fai?”

“Non lo vedi? Le valigie”

“Credi che sia così facile scappare?”

“A te che sembra?”

“Che sei nato vigliacco. Un fottuto vigliacco”

“E tu una povera stronza”

 

Lo studio di Elena Menegatti è severo, sobrio, ingombro di libri lungo tre pareti, in scaffali che raccolgono le annate di pubblicazioni giuridiche e neppure un romanzo, ma l’intero catalogo di Astrolabio, editore dei titoli in italiano di quanto elabora la scuola di Palo Alto su “The split Brain”, il cervello diviso. Ad Alba lo ha raccomandato la zia Veronica, che dopo anni di separazione dal marito, ha ricucito il rapporto guidata con successo dall’avvocato Menegatti.

Milano è città ostile in questo scorcio di Febbraio che alterna pioggia, nebbia e neve. Concedersi una mattinata intera coccolata dal tepore del piumone, questa è vita pensa Alba, ma si affaccia pestifera alla memoria la pagina del calendario da scrivania con gli impegni di giornata, in gran parte dettati alla costrizione all’autosufficienza dopo la separazione da Mario, così si rassegna e si organizza mentalmente per riservare lo spazio pomeridiano dell’appuntamento con l’avvocatessa Menegatti, accreditata come stimata matrimonialista, ovvero di grande competenza professionale, integrata da qualità collaterali di psicologa non accademica, in scia con il sapere inedito acquisito metabolizzando le ricerche di Watzlawick, Bandler, Grinder e specialmente del mitico Erickson.

 

Mi chiamo Elena e tu?”

“Alba”

“Sei molto bella e ancora molto giovane…”

“Grazie. Mi hanno parlato molto bene di lei”  

“Di te”

“Sì, di te. Sei davvero così brava?”

“Lo scoprirai. Da dieci a cento, quanto ti ha segnato il trauma della separazione?”

“Non ho parlato di separazione”

“E’ vero, ma non è questo il tuo problema?”

“Sei anche indovina?”

“In qualche modo, sì anche, ma soprattutto esperta di comunicazioni non verbali”

“Ovvero?”

“Vedi, da come sei vestita, dal modo diretto di esprimerti e altri dettagli, deduco che sei single e che non lo sei stata in passato”

“Spiega”

“Una donna bella, e tu sei molto bella, di trenta, trentacinque anni, evoluta, se ha un compagno ha molta più cura di sé, a cominciare dal trucco. Non vedo traccia di fard, mascara e rossetto sul viso…”

“Tutto qua?”

“Ah, no. Non nascondo la mia specializzazione di matrimonialista, è perfino in evidenza sul mio biglietto da visita, accanto al mio nome nell’elenco telefonico e immagino che non saresti venuta nel mio studio per parlare di regnanti inglesi”

“Sono indotta dall’intuito a darti credito, ma sono anche ragionevolmente pessimista”

“Hai figli?”

“Aldo, quattro anni. Gli manca il padre e crede che sia colpa mia. Antonella è piccina, ha due anni e andiamo d’accordo. Complicità al femminil?”

“Quando vedono il padre?”

“Se va bene a Pasqua e Natale. E’ architetto e ha deciso di lavorare a Lugano, in uno studio di professionisti associati”.

“Racconta”

“Non so da dove cominciare. O forse sì. E’ nato tutto da un irrazionale conflitto sostanzialmente verbale. Abbiamo inventato il gioco perverso di rinfacciarci di tutto e per di più cose di nessun conto”

“Per esempio: ‘Lasci sempre il tubetto del dentifricio aperto”. ‘E tu, mi spieghi come fai a proiettare gli spruzzi dello spazzolino elettrico sullo specchio?’”

“E’ un buon inizio, continua”

“Impossibile ricordare tutti i pretesti per liti banali, ma accese in continuità e sempre con maggiore astio, insolenti. Provocazioni insensate, se giudicate a freddo”.

“E poi?”

“E poi è salito il livello dello scontro”

“A che livello?”

“Lui: ‘Rompi, sei ossessiva, intollerante. Torno a casa dopo una giornata difficile, faticosa, di scelte di grande responsabilità e strilli come un’isterica perché ho dimenticato di comprare le pile per il telecomando del televisore. Non potevi pensarci tu?’ Io: ‘Da oggi in poi riempirò un diario con tutto quello di cui mi occupo oltre le ore di insegnamento. Chi tiene la contabilità di casa, chi bada alla scadenza delle tasse, delle assicurazioni, che ne sai dei mille problemi che tocca a me risolvere per tirare su i bambini?’”

“Mi sembra ancora poco per giustificare la separazione”

“Certo, c’è altro. Lui è comunista da sempre e non accetta che la sinistra storica si sia dissolta nel nulla. È talmente arrabbiato da impedirmi di vedere i telegiornali perché monopolizzati dai leader del governo Lega-5Stelle. Io ho votato per il movimento di Grillo e anche se non sono più convinta di aver fatto la scelta giusta, difendo alcuni suoi provvedimenti condivisibili. Lui non ama il cinema, io non potrei farne a meno, io ho una carica erotica mai totalmente soddisfatta, lui considera il sesso una componente non fondamentale nel rapporto di coppia”

“Tutto nella norma. Devi imparare da Watzlawick le dinamiche del cambiamento, racchiuse nel termine secco ‘change’”

“Spiega”

“Se lo chiami e gli chiedi di venire a Milano perché vuoi parlargli, come pensi che ti risponda?”

“Con un garbato ‘non rompere’”

“Se gli scrivi che Aldo domenica prossima si esibisce a scuola in una recita per bambini come protagonista e ha chiesto ‘viene papà?’, cosa ti aspetti?

“Già, ma Aldo non ha nessuna recita in programma”

“E’ vero, ma la bugia non sarà uno stratagemma fine a se stesso”

“Cioè?”

“Aldo preparerà con il tuo aiuto un disegno del papà e della mamma con tanti cuoricini e tu gli confesserai di aver inventato la recita della scuola. E certo che lui ti assalirà, come sempre ed è certo che si aspetterà la tua abituale reazione. Che non ci sarà. Gli regali una copia della famosa colomba della pace di Picasso e una riedizione della summa di scritti di Marx. Stappi una bottiglia di champagne. Gli chiedi: ‘La lontananza ci ha sottratto alla spirale di liti banali o motivate da convinzioni non omogenee che tra persone mature possono integrarsi reciprocamente. In questi giorni ha chiesto di incontrarmi Ettore Damiani, l’archistar che è stato testimone del nostro matrimonio. Il suo studio di Milano si occuperà di due mega progetti che assicurano lavoro per i prossimi dieci anni. Ti vuole come partner e socio. Accetta e giuro, sono decisa a impormi il pacifismo del niente più screzi, ripicche, rimbrotti”.

“Funzionerà?”

“Applica con convinzione e senza trasgressioni la magia del ‘Change’, non voglio più vederti in questo studio”.

 

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Il Racconto di Domenica 3 febbraio 2019

Pasquale e Hans

Archeologia bellica le trincee, immagini cinematografiche ricostruite dagli scenografi, scene recuperate dalla memoria del tempo, storie di vite perdute, di guerre con milioni di vittime, di conflitti sovranisti, intrecci di vite spezzate, di soldati assurti a dignità di eroi per aver imbracciato fucili e mitra e sparato, sparato su commissione, in obbedienza a ordini superiori subiti, spesso non condivisi: la guerra.

DI LUCIANO SCATENI

Piove da due settimane, sono fradicio, il cappotto intriso d’acqua pesa tre volte quanto dovrebbe sulle spalle curve di stanchezza. Pensieri bui, rabbia, senso di impotenza. Dall’elmetto con la vernice scrostata, chissà quanti prima di me ha protetto, vengono giù rivoli di pioggia. Solcano le guance. Il gocciolare s’interrompe incontrando le sopracciglia, le trafigge e sono spine ghiacciate. Geremia, ha vent’anni, è un gigante che prima di raccontare dei suoi due anni Padova a studiare medicina, diresti che di mestiere era uno spaccalegna e nel tempo libero “pilone” della nazionale di rugby. Come farà? Sembra che sopporti pioggia e gelo senza averne danno e gioca con il termometro da esterni. Me lo mostra: segna cinque gradi sotto zero. Oltre il calare della sera? Meglio non pensarci. In trincea c’è un solo e minimo riparo, l’involucro di cartone che ha portato fin qua armi e munizioni che qualcuno ha ficcato nella ferita del terrapieno scavata con una baionetta. Per tutti noi è prescritta, come vero e proprio ordine di servizio, la situazione che permette di ripararsi, lo spazio per scrivere. Per questo una lettera al giorno per Fiorella, anche se nessuno garantisce dal fronte arrivi a destinazione, ma almeno per mezz’ora me ne sto al riparo e proteggo le lettere dalla pioggia sotto la piccola tettoia, dopo aver letto l’ultima di Fiorella e le poche righe in coda di mia madre. I piedi sono congelati. Negli scarponi, che avrebbero bisogno di un calzolaio, l’acqua, che dopo il diluvio di tanti giorni penetra fra suola e tomaia, ha inzuppato i calzerotti di lana e zero ricambi.

Quante pietose bugie. “Sto bene, non vi preoccupate per me. L’ultimo assalto, quello di due giorni fa, ve l’ho raccontato ieri, è stato un nostro successo e ci fa sperare di concludere questa operazione con il prossimo. La vita in trincea è fatta di solidarietà fra tutti noi. Ci facciamo coraggio,  raccontiamo della nostra vita prima della chiamata alle armi che speriamo sia solo una parentesi e breve, di madri e mogli, fidanzate, qualcuno dei figli. Imparo un po’ alla volta a capire i dialetti dei commilitoni di mezza Italia. Sapeste, c’è un abisso tra il veneto di Livio, esuberante padovano e il calabrese di Toto, tra i rimpianti di Lucio per le sua amate orecchiette con le rape e il risotto allo zafferano di Antonio, specialità milanese. Io difendo il ragù che faceva nonna Concetta. Cara Fiorella, come va da voi, ancora bombardamenti? Per fortuna avete trovato ospitalità dagli zii contadini di Baiano e non vi mancherà il mangiare. E mamma, come vanno i suoi reumatismi? Scusa, ora devo lasciarti ora, con un bacio e infinita nostalgia per i momenti trascorsi insieme. Un abbraccio a mamma. Tuo Pasquale”.

  • §§

“Dai Pasquale, muoviti, ci prepariamo a uscire dalla trincea, dobbiamo chiudere il conto con questi crucchi”.

  • §§

Hans ha sangue nobile in circolo, ha compiuto da tre giorni i diciotto anni e all’indomani del compleanno bussa alla porta della villa, nei dintorni di Vienna, il comandante della stazione militare di Evenbruck.

“Hans Winker?”

“Sono la madre”

“Suo figlio partirà tra due giorni con il contingente comandato dal colonnello Junker. Questo è l’ordine di arruolamento. Si presenterà al comando alle sette del mattino di dopodomani”.

“Winker?

“Ja”

“Siamo in difficoltà. Gli italiani lo sanno e sono più numerosi di noi. Ci aspettiamo un attacco. Per non soccombere abbiamo una sola opportunità. Vedi quelle colline alla destra delle trincee nemiche? Dobbiamo provare a raggiungerle per attaccarli alle spalle ed è possibile solo di notte”.

  • §§

“Allora, pronti? “

“Caggiano, Verdi, Di Tommaso, Ottavi, tocca a voi creare un diversivo per far concentrare i tedeschi sul lato destro delle loro postazioni. Noi attaccheremo dalla parte opposta. Pasquale, sei il più esperto, mi raccomando”.

  • §§

“Achtung, ci attaccano, lasciate che si avvicinino e pronti a sparare.

“Hans, alla mitragliatrice”

  • §§

Avanzano di corsa, piegati in due, con rapidi scarti a destra e sinistra, con l’adrenalina a mille e la paura scacciata dalla concentrazione. Pasquale corre alla testa degli altri tre incursori.

Joseph Reinther mira proprio a lui, primo bersaglio a tiro. Spara e spara, ma è difficile colpire un uomo che si muove velocemente a zig-zag.

 

“Fiorella, Dio, Madonna delle Grazie non voglio morire per la fucilata di un maledetto tedesco”

Corre ancora più veloce Pasquale, con la rabbia in corpo.

  • §§

Non sbaglia Hans e lo colpisce, appena sotto il ginocchio della gamba sinistra. Pasquale piomba sul terreno ghiacciato e rimane immobile, come morto.

Il diversivo dei quattro incursori ha funzionato e l’attacco italiano riesce, almeno in parte. Gli austriaci si ritirano in una trincea arretrata, ma decimati, gli italiani nelle loro postazione.

  • §§

“La riuscita del piano per aggirarli è ancora più importante. Hans stanotte. Il cielo è ancora nuvoloso e possiamo muoverci senza essere visti. Trasmetti l’ordine a tutti”.

  • §§

A sera, Pasquale si trascina su una sola gamba e riesce a raggiungere la sua postazione. Il medico al seguito si accerta che non vi sia ritenzione del proiettile e benda la ferita, che non fa molto male grazie a una compressa di antidolorifico. Alla luce di una torcia, Pasquale mette giù altre poche righe. “Fiorella, operazione riuscita, molte perdite tra i nemici, un bacio”.

  • §§

Una dozzina di austriaci sguscia in silenzio dalla trincea e nel buio totale raggiunge le colline alle spalle dei soldati italiani.

“Facciamone fuori quanti è possibile” sussurra il colonnello Kritsle.

Hans piomba su un terminale della trincea italiana e con lo sten uccide quattro o cinque soldati nel pieno del sonno. Avanza sparando, ne fa fuori altri tre.

Pasquale non riesce ad addormentarsi che a notte inoltrata. E’ ancora sveglio e intuisce che gli austriaci sono riusciti a sorprendere chi dorme. Imbraccia il fucile e avanza con cautela imprecando fin dove hanno fatto irruzione. Zoppica, ma può camminare. Con il cuore in tumulto sa di dover affrontare un commando di soldati decisi a tutto. Oltrepassa una curva stretta e si trova faccia a faccia con Hans. Non un attimo di esitazione dei due nemici. Sparano contemporaneamente. Un proiettile colpisce il soldato austriaco al petto e trapassa il cuore, la scarica del mitra di Hans è altrettanto mortale, Lede organi vitali.

  • §§

Raccomandata, dal comando militare di Trieste alla signorina Fiorella Cappelli. “Con profondo cordoglio le comunichiamo la scomparsa del soldato Pasquale Caggiano, morto eroicamente in un conflitto a fuoco con un militare tedesco”.

  • §§

Alla nobile famiglia Winker. “Questo comando comunica con dolore la morte in battaglia del giovane Hans Winker, avvenuta al fronte durante un attacco a postazioni. Le più sentite condoglianze

 

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Il Racconto di Domenica 27 gennaio 2019

Mad, giovane dea della Martinica

DI LUCIANO SCATENI

Amici per sempre. Noti così nell’immaginario del cerchio magico dei “ragazzi” di San Martino, area urbana molto esclusiva, vissuta con la presunzione di superiorità verso tutto l’altro del quartiere collinare, custodi di un segreto mistero che ha fatto arrovellare un’ampia cerchia di curiosi: di chi hi era innamorata Gloria, di me o di Rino? L’affetto visibile che ci legava rendeva impossibile scoprirlo. Era Rino il compagno dell’affascinante romana immigrata a Napoli al seguito del padre bancario, promosso direttore con obbligo di trasferimento a Bergamo o a Roma, filiali senza dirigente da tempo: “Napoli, nessun dubbio”, la risposta immediata dell’interessato e approvazione entusiastica di Gloria. Ci siamo conosciuti in facoltà, al corso di laurea. Abbiamo eletto Rino leader del terzetto, all’unanimità e gli abbiamo delegato la gestione del tempo libero, dello svago, delle trasgressioni. Rino godeva di grande notorietà. Il padre, ortopedico da centomila lire a visita senza rilasciare la ricevuta, gli regala un “Giulietta sprint”, oggetto del desiderio di tutti i giovani del rione. L’auto diventa un cult. Rino suscita l’invidia dei coetanei e interessati innamoramenti di molte ragazze. Il fascino di Gloria ha ragione della concorrenza, ma il rapporto con Rino rimane clandestino, per loro scelta, in un gioco dell’ambiguità condiviso da me.

A primavera inoltrata il “Pigalle club” in posizione strategica, affacciato sulla baia di Trentaremi, rioccupa gli spazi esterni con i suoi tavolini orientati verso il mare e le giovanissime ragazze che vanno e vengono dal bar con i vassoi di portata. Siamo assidui frequentatori del “Pigalle. Rino, amico del cantautore ingaggiato dal proprietario del locale, si avvicina al piano e si fa accompagnare per un’interpretazione garbata di “Canzoni stonate”.

Applaude e gli sorride Madelen. E’ bella da restare senza fiato, il corpo statuario è da copertina di Playboy, la pelle scura a metà è ambrata, in contrasto con i grandi occhi verdi. Si accompagna a una ragazza bionda, con i tratti somatici delle svedesi, gustano il Pigalle long drink, specialità del barman Antonio, in arte Anthony. Ci provo. Avvicino Madelen, le chiedo se vuole ballare, appena il cantante ha intonato l’incipit di “Resta cumme”, omaggio a Napoli di Modugno.

“Di quale Paese magico sei?”

“Martinica”

“Perché Napoli?”

Mi dice, in francese, che un suo amico gli ha raccontato di Napoli, delle sue bellezze, di una città viva, accogliente e ha scelto di conoscerla. Ha indosso un odore lieve, naturale, niente a che vedere con i profumi di grandi firme.

“Conosci Capri?”

“Conosci la Martinica?”

Il patto è di colmare i reciproci vuoti di conoscenza e Capri soddisfa il primo impegno. Madelen se ne innamora.

Il volo charter dell’Iberia è un’opportunità preziosa per cercare idee condivise, percorsi paralleli, ma in situazioni sociali e politiche vissute in ambiti tra loro disomogenei.

L’aereo inizia la discesa sulla Martinica dopo aver sorvolato l’esordio  delle Piccole Antille.

Madelen per gran arte del viaggio mi racconta di Colombo che ha scoperto la Martinica, della fortuna di abitare a poca distanza dalla spiaggia delle Salines, la più bella della Madinina, nota agli indigeni come isola dei fiori.

“La mia casa dista poco dal mare, è in cima a una piccola collina immersa nel verde, dove è fitto il succedersi di alberi, piante e fiori, come in un gande giardino naturale”. Nelle pagine centrali di una rivista infilata nella tasca della poltrona dinanzi a me in un lungo articolo corredato di immagini suggestive, si legge “La popolazione delle Piccole Antille è un mixer di etnie, nato dal flusso di conquistatori europei e dalla deportazione di neri africani. L’esito di questi incroci è visibile nei corpi perfetti, nei bellissimi volti, negli occhi color smeraldo, nella pelle levigata, imbrunita dal sole. E le ragazze: fisico perfetto, disegnato dal vento, grazia innata, armonia ed energia sconosciute ai bianchi”.

Il bus che collega l’aeroporto ai quattro arrondissement (qui è invasiva l’influenza della Francia) è una delle mille occasioni per la gente della Martinica di manifestare al gioia di vivere in un paradiso terrestre, dove la musica, il ballo e l’allegria collettiva si fondono in sequenze permanenti.

Durante il tragitto i passeggeri mi guardano con evidente curiosità e sorridoeno, tutti. Impossibile non lasciarsi coinvolgere. Madelen prova a capire se sono a mio agio e mi prende la mano, si stringe a me, sorride anche lei, rassicurate.

La casa dei suoi è un bel fabbricato di due piani, le pareti esterne sono dipinte con colori pastello su cui risalta il verde intenso delle persiane di legno. Michel e Justine, i genitori di Madelen, mi accolgono come fossi un vecchio amico della figlia e non sembra che siano a disagio per il mio francese approssimativo. La camera degli ospiti che mi hanno riservato è confortevole, l’arredamento è simpaticamente minimalista, un ventilatore da soffitto rinfresca l’aria piacevolmente. La madre di Madelen ha cucinato quello che l’isola offre con generosità. Pesce dal sapore della cernia, crostacei di ogni tipo e un’insalata coloratissima, coltivata in un ampio orto che circonda la casa.

E’ sera, vicina al tramonto di un sole rosso fuoco. In motorino, che Mad guida con perizia, lasciamo la sommità della collina e pochi minuti arriviamo a un niente dal mare. Dove si conclude la curva a ovest della spiaggia, un capanno con il tetto di canne usato da tutti per svestirsi e indossare il costume, in questa stagione non è ancora utilizzato. Madelen mi precede all’interno, oramai quasi buio. Si spoglia, senza alcun imbarazzo e la imito, con qualche esitazione.

E’ amore estasi, intensità a mille, momenti di tenerezza, di carezze delicate, di parole dolci, di piacere mai sazio.

Sono a disagio con Michel e Justine, per aver tradito la loro accoglienza. Non è così per Madelen e quando è per tutti l’ora di andare a dormire si stende accanto a me nel letto, e si addormenta stretta a me.

Dopo tre giorni che non dimenticherò mai è vicina la scadenza del tempo programmato come turista nell’eden della Martinica. “Non te ne andare” dice con convinzione la splendida creatura dagli occhi verde intenso con cui scoperto il bello della vita lontano dal gran caos di Napoli. “Devo andare” le dico senza convinzione.

E’ l’ultimo giorno in questo angolo unico al mondo.

“In spiaggia, un’ultima volta”

Come non dirle sì.

L’acqua è ancora molto fredda e per difendersi non c’è che da nuotare senza mai fermarsi.

“Mad, attenta sei troppo vicina agli scogli”

“Tranquillo, nessun pericolo”.

Ha torto. Si ferisce a una gamba e perde sangue.

“Torniamo a riva, devi medicarti”

Un urlo, all’improvviso, il mare attorno alla ragazza in subbuglio, il grido si perde mentre sparisce sott’acqua. Una macchia rossa affiora nel punto in cui Madelen si è inabissata. Poco oltre la pinna di un squalo indica che il predatore si sta allontanando. Mi avvicino alla chiazza di sangue e vado giù velocemente. Devo ripetere più volte l’immersione prima di scoprire dove il corpo senza vita, dilaniato dallo squalo, si è adagiato su uno scoglio piatto.

“Maledetto Atlantico, maledetta Martinica, dannato quell’incontro al club Pigalle, maledetto me e la sbandata per una dea in terra, dagli occhi verdi e un corpo oltre la perfezione.

 

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Il Racconto di Domenica 20 gennaio 2019

L’uomo di Montevergine

Primo attore di questa pièce è Guglielmo, così battezzato per devozione al santo fondatore del santuario in vetta ai milleduecento metri della montagna che incombe sul verde dell’Irpinia. Scelte di vita fuori schema, inusuali, concluse con il richiamo della terra madre.

DI LUCIANO SCATENI

Nascere in montagna, duecento metri oltre i mille, con altri duecento da guardare di sotto in su e dominare Avellino, i suoi dintorni, il verde rigoglioso, che in questa stagione, mai così rigida, s’imbianca di neve fino alla galleria di Monteforte, perché, oltrepassata in direzione di Napoli, racconta un altro meteo, senza più un metro d’asfalto coperto di fiocchi banchi. Non spiega nessuno perché, ma l’idea prevalente è che salgono dalla pianura venti temperati, interrotti dal tunnel.

Nascere nella sacrestia del santuario fondato da san Guglielmo da Vercelli. Agnese, moglie di Ciriaco Buonsignore, tuttofare ingaggiato dalla congregazione verginiana per le molteplici incombenze del santuario meta permanente del turismo religioso. Cucina per i monaci, si occupa della lavanderia e sovrintende alla pulizia dei luoghi affidata a due nipoti. Lui, nel poco tempo libero, e con l’aiuto di un monaco di origini contadine, coltiva la terra che l’Abate gli ha trasferito in proprietà, dopo l’abbandono di secoli.

Come tante donne semplici, poco dotate culturalmente, anche Agnese lavora a un niente dalla scadenza della gravidanza ed è colta dalle doglie mentre è intenta a stirare la tonaca di uno dei monaci.

“Ciriaaaco, chiamma ’a mammana, fa ’mpresso”

Ciriaco si precipita in sacrestia e telefona ai carabinieri di Mercogliano, centro ai piedi della montagna.

Per fortuna la funicolare ha ripreso a collegare il santuario con i centri sottostanti e Maria, ostetrica senza titolo, in pochi minuti è accanto alla partoriente adagiata su un divano, assistita dalle due donne delle pulizie, che hanno bollito un pentolone d’acqua e preparato panni di lino puliti.

Non senza rischi e con la tensione alle stelle del marito, Agnese dà alla luce un maschio fuori misura, che a occhio non pesa meno di quattro chili. E’ sano e Ciriaco esulta. La sua nascita segna una svolta nella vita dei Buonsignore. Maria lascia il lavoro del Santuario e si trasferisce

a Ospedaletto d’Alpinolo per crescere il bambino nella normalità di un centro abitato. Il marito vive con disagio la decisione e il rapporto con la moglie s’incrina.

Guglielmo, così lo definiscono la madre e chi lo conosce bene, è un ragazzo con la testa sulle spalle, senza grilli per la testa, positivo, studioso. Supera senza problemi gli esami di licenzia media e ginnasiale e quando la mamma gli chiede se vuole continuare negli studi e con quale obiettivo, Guglielmo non ha dubbi “Voglio fare il maestro” e sceglie di proseguire gli studi nell’ Istituto Publio Virgilio Marone di Avellino, accreditata scuola delle magistrali.

Il suo percorso di maestro diventa mitico. Nessuno gli ha insegnato a insegnare ed è la condizione che molti suoi colleghi pagano con evidenti deficit pedagogiche, che gli alunni sottolineano con manifestazioni di indisciplina.

Guglielmo sopperisce da autodidatta. Scrive saggi sulla professione dell’insegnare che fanno tendenza tra i colleghi più disposti a integrare il deficit della preparazione scolastica, ma non esaurisce nella scrittura la spinta a dare di più.

Giuseppe, suo coetaneo, eterno disoccupato, ha dato retta a un paio di amici e li ha raggiunti in Belgio, ad Anversa dove lavorano in una raffineria del porto, secondo per importanza in Europa fino al 2005. Sono un centinaio gli italiani emigrati nella città a nord di Bruxelles.

“Siamo una piccola comunità”, racconta a Guglielmo “ma abbiamo difficoltà a conservare la nostra italianità”.

Alle via dei Marinai, le famiglie degli operai hanno affittato un piccolo appartamento che si affaccia sul porto. Diventa la mini Casa Italia di Anversa e l’animatore è Guglielmo, che sacrifica a questo impegno gran parte delle vacanze estive. Per i figli degli emigranti organizza corsi di italiano, proietta documentari sulle bellezze delle regioni da cui provengono, realizzati dal ministero della Cultura e cerca con le agenzie di settore le migliori opportunità per viaggi in Italia nel periodo natalizio.

La qualità dell’attività didattica universalmente riconosciuta ha come naturale sbocco la candidatura di Guglielmo Buonsignore al ruolo di preside. Lo diventa, ma lo condivide a fatica. Non è per lui il compito di dirigere la scuola impicciato nel labirinto di regole, circolari e soprattutto non è nelle sue corde amministrare risorse insufficienti, a scapito del buon funzionamento. La goccia che fa traboccare non si fa aspettare. Antonio, storico bidello della scuola, bussa trafelato alla porta della presidenza e racconta con quanto succede nella II B.

“Preside, non si può credere. Un ragazzo ha tirato fuori dalla tasca un coltello e ha minacciato il professore”.

Si chiama Genny e dicono i compagni che non è nuovo a queste “bravate”.

Il preside lo trascina per un braccio nel suo ufficio e dopo più di un’ora di domande e impacciate risposte si rende conto che il gesto del ragazzo è il risultato di una situazione ambientale dura, senza soluzione. Come preside sarebbe tenuto a espellere e sospendere il ragazzo, da attento osservatore sa che il suo comportamento aggressivo è materia per assistenti sociali di grande esperienza.

 

Lungo il versante ovest di Montevergine un largo terrazzamento è accuratamente ricoperto di vigneti. Sono piante giovani, esposte a Mezzogiorno, venute su con cura maniacale e con il sudore di Ciriaco, che Guglielmo ha imparato a rispettare come ogni cosa della natura.

Se ne sta a gambe divaricate in margine al perimetro della terra donata dal santuario. Un bambino, avrà sette, otto anni, gli circonda una gamba con il braccio. Nell’insieme, da chi s’avvicina alla terra, appaiono come una quercia con un piccolo ramo laterale. Respirano l’aria lieve che muove le foglie dei vigneti con il suono di un sussurro, lo sguardo si perde lontano. Guglielmo si rivede nell’atto di consegnare le dimissioni da preside per tornare alla terra e riflette sulla casualità della nascita. Quel ragazzo del coltello puntato su un professore…fosse nato in una sacrestia del santuario e non in una famiglia asociale…

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Per i lettori

I Racconti da gennaio a giugno 2018 potete trovarli in una pagina dedicata delle News

Il Racconto del 13 gennaio 2019

Il piacere della retrospettiva

Come si affronta un evento che mette di fronte alla possibilità di concludere la tua vita? C’è chi vive questa esperienza con rabbia: “Gesù, perché proprio io?”, chi, credente, teme di aver peccato e di presentarsi al giudizio divino senza essersi pentito per tempo. Una terza via è possibile e la contiene il racconto semi autobiografico di questa domenica di gennaio

DI LUCIANO SCATENI

Mi hanno sedato, questa è una delle poche certezze che mi ritrovo nel letto di una sala dove coabito con persone di cui non so nulla, ma tutte monitorate. Se volto la testa quanto serve a leggere il video alle mie spalle, vedo con qualche picco di ansia il punto luminoso che lascia dietro di se una traccia irregolare. Sul petto piccole ventose registrano certamente i battiti del cuore e chissà cos’altro. Il catetere è doloroso, ma a chi lo dico e provo a non pensarci. Con un infarto in corso diventa tutto il resto poca cosa. Il peggio è non sapere molto del mio futuro immediato.

Che ore erano? Forse le dieci a giudicare dalla fine del primo tempo di “Dieci piccoli indiani” lasciato scorrere sul televisore per pigrizia. Quel film l’ho visto almeno due volte prima di stasera. Improvvisa, devastante, una fitta dal petto alla schiena, un morso di dolore simile, ma molto più violento, ad altri episodi di breve durata, superati stringendo il petto con tutta la forza delle mie braccia e con una pillola di Carvasin, indicati e contemporaneamente sconsigliati in queste forme di angina, perché in grado di ripristinare il flusso del sangue in tratti delle arterie temporaneamente occlusi: segnali trascurati, da incosciente come mi avrebbe catalogato il cardiologo interrogandomi sui precedenti di questo infarto.

Sarà un effetto del sedativo, del conforto di essere in buone mani o il sollievo per la scomparsa del dolore, e non lo saprò mai. Non mi sono interrogato sulle motivazioni che mi concedono di pensare quasi con distacco di aver esposto a rischio la mia vita. Il medico di turno non mi ha nascosto che il protocollo prevede di sciogliere la riserva solo dopo quarantotto ore quando l’esame degli enzimi, e non ha approfondito quali, dovrebbero annunciare lo scampato pericolo.

Mettiamo che il cuore decida di aver pompato sangue per troppo tempo, che la faccenda degli enzimi dica male, insomma che sia arrivato il momento di chiudere con la vita: sarebbe l’ora di un percorso all’indietro che in tanti anni ho accuratamente evitato per dimenticare il peggio del mio passato e indugiare sporadicamente sul meglio, da confessare in pubblico, perché condivisibile.

Mi chiedo se vi sia qualcosa di ancestrale nel ricordo di una sera come tante, quando si cenava in cucina, sul tavolo appena discosto dalla parete dove in successione trovavano posto i fornelli e il frigo della Ignis. Mio padre era come sempre in ritardo, trattenuto da impegni di un doppio lavoro cercato per non far mancare nulla alla famiglia. Arriva, bacia mia madre sulla guancia e si dirige sparato nella mia direzione. Mi molla un ceffone con quanta forza ha nelle mani e sbatto la testa contro la parete alle mie spalle. Saprò il giorno dopo il motivo di uno schiaffo che fa più male al morale che alla faccia.

“Mamma perché?”

“Passando dalla tua stanza ha trovato nella libreria un saggio di Freud sulla sessualità e il Capitale di Marx”.

“E allora?”

“Sai che lui è molto all’antica ed è un cattolico praticante”

“E non capisce che con quella assurda reazione ottiene l’effetto contrario”

“Devi avere pazienza, è un buon padre e fa di tutto per non farci mancare niente”.

“Lo so, ma così alza un muro tra me e lui”.

Va così. Le vaghe condivisioni iniziali degli ideali del comunismo si consolidano e chiudo con la frequentazione dell’istituto religioso dove ha trascorso molti anni dell’infanzia, unico luogo dove fare sport, nel grande cortile esterno.

A concludere quella fase della mia vita contribuiscono la violenza di un prete manesco fino alla violenza e le voci sussurrate che accusavano il vice direttore, insegnante di catechismo, di molestie sui ragazzi del convitto.

Un ricordo che sembrava inaugurare l’escursione a ritroso della mia vita era approdato a un finale positivo. Buono l’inizio.

Me la cavo con fatica con la prima degli studi superiori, scelgo per simpatia la facoltà di architettura e scopro di aver talento per il disegno, ma lo accantono, preso da distrazioni che fondono l’esuberanza giovanile con la facilità, di cui non mi sono mai chiesto le ragioni, di flirt e brevi fidanzamenti, quasi sempre con compagne conosciute al partito.

A casa si avverte il disagio della crisi in atto nel Paese e il consiglio di famiglia mi spinge a tentare di conciliare lo studio con il lavoro. Si apre a Napoli una moderna libreria, il coraggioso proprietario è un mitico partigiano e mi affida il settore, unico in città, del rapporto e della fornitura di libri stranieri alla Federico II. Da cosa nasce cosa e mi invento un reparto fino ad allora inesistente di dischi letterari. Funziona e integro l’iniziativa con la vendita di dischi di musica classica, in particolare della Deutsche Grammophon. Dopo un anno piomba a Napoli l’amministratore delegato della casa discografica tedesca e mi coopta come rappresentante per Campania e Abruzzo. Guadagno un bel po’di soldi e si esaurisce per noia la mia vena di venditore. Ma che vita, in tandem con un collega della Philips che miscelava a meraviglia il lavoro e il piacere: irruzioni sprint nelle discoteche, dove era abilissimo nel rimorchiare ragazze disponibili.

E’ solo un intermezzo in una folla di ricordi che si affollano al di fuori di ogni logica temporale.

A Napoli c’era ancora un contingente di soldati americani. Più di uno mi ha avvicinato: un carezza, un buffetto, il regalo di chewingum e cioccolata. Con i miei capelli rossi e il viso pieno di lentiggini, probabilmente ricordavo loro un figlio.

Fine anni sessanta, Via San Giacomo dei Capri, strada sconosciuta al traffico delle auto, poco illuminata, ideale per fugaci incontri sentimentali, il primo vero bacio con Sonja, deliziosa quattordicenne.

Frequento l’italiano con rispetto e chi mi legge aggiunge “con qualità”. La Filcea è il sindacato del settore chimici della Cgil. Mi tira dentro, a seguito di una fase della mia vita lavorativa impegnata nell’informazione scientifica, che in chiaro, significa convincere i medici a prescrivere i farmaci dell’azienda che ti paga per questo. Resisto non per molto in questa veste di persuasore occulto. Qualcuno deve averlo scoperto. Più che decantare le virtù di antibiotici e affini metto in guardia i medici sulla pericolosità dei cosiddetti effetti collaterali. Per la Filcea, affronto affollate assemblee di lavoratori in lotta per contrastare la fase critica del settore che chiude grandi e piccole fabbriche e invento uno strumento di comunicazione del sindacato chimici, un settimanale stampato artigianalmente.

Nasce il periodico “La voce della Campania” e ne faccio parte. Nel 1975 Maurizio Valenzi è il sindaco comunista più a Sud dell’Europa. Gli do una mano come addetto stampa.

Che donna: quando mi ha detto ci sposiamo il prossimo 6 di giugno, ho provato a immaginare la vita in due con questa creatura intelligente, dinamica, saggia, generosa, attraente, ideologicamente compatibile e ho saputo che il futuro mi avrebbe regalato serenità.

Se ne vanno Luigi e Marcella, prima lei, prova da due ictus. Lui si lascia morire dopo poco. Avrei fatto così anch’io in una condizione analoga? È questo il sublime di una vita a due condivisa, come quella di mio padre e mia madre?

Marcella, figlia numero due, è una special young woman. Giornalista impeccabile a Napoli, vola a Londra e si laurea alla London School of Economics. Diventa manager di un gruppo britannico con migliaia di dipendenti, sposa un inglese destinato al successo professionale, lo segue alle Bermuda, inviato dalla sua società. Dopo otto anni torna con il compagno e due figli in Gran Bretagna, nel Sussex, in una grade casa vittoriana. Alex sette anni, è convocato niente meno che dal Chelsea per un provino. E’ nato calciatore, il suo talento stupisce tutti. E’ la copia al femminile di Marcella. Luca, di tre anni più grande ha successo nel nuoto ed è il padre in sedicesimo.

Nel ’76 Paese Sera estende il suo raggio della sua informazione coraggiosa alla Campania. Prima cronista, poi responsabile della redazione, vivo questa esaltante esperienza con l’entusiasmo alimentato dalla piena condivisione della linea politica del giornale e di battaglie storiche, per il divorzio, il femminismo, la giustizia sociale.

Lara è più grande di Marcella. Architetto si laurea con 110 e lode, sposa Alessandro, avvocato. E’ di una bellezza sconvolgente e fa innamorare mezza Napoli. Ha due figli speciali. Livia scrive e pubblica il suo primo romanzo fantasy tra i dodici e i tredici anni. Nel suo futuro c’è la medicina e diventa milanese per frequentare l’eccellenza dell’università Humanitas. E un adorabile esempio di saggezza. Lorenzo di tre anni più giovane è in bellezza la versione maschile della madre. Il suo sport è il tennis, intrepretato al meglio e connotato da mancanza di “cattiveria”, che non gli aprirà la strada dei top ten, ma gli darà molto di più nella vita.

Più di vent’anni di Rai. Inchieste, conduzione di programmi regionali e nazionali, per molti anni del Tg3 Campania, collaborazione con le tre reti, radiotelecronista di sport nobili come il basket e la pallanuoto.

Questo turbine di quote di una vita che asseconda una vocazione naturale per la creatività, racconta di una ventina di libri pubblicati, di centinaia di quadri e disegni.

Ecco, dottore, venga pure con la sua prognosi. Questo guardarmi indietro ha un punto di arrivo. Rifletto in un lampo all’ipotesi di esito negativo dell’indagine sul mio cuore ferito e sono certo che la morte mi incontrerebbe con un sorriso sulle labbra, in serenità per aver tirato una riga sotto gli addendi senza l’ombra di un rimpianto.

I pensieri sono bruscamente interrotti dal preoccupante suono di un dispositivo che controlla il cuore di quanti sono in questa sala della terapia intensiva. Entrano trafelati i due cardiologi di turno, il capo sala, una suora e capiamo dopo momenti collettivi di comprensibile tensione che sono diretti a un lettino che non è il mio. Niente di grave, solo un controllo.

Uno dei medici mi sorride: “Tutto ok, è fuori pericolo”

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Il Racconto del 6 gennaio 2019

I ragazzi del Vomero

Nel cinema America, su a San Martino, parte alta del Vomero, si accendono le luci nell’intervallo del film “Opera senza autore” e accanto a me riconosco la ragazza che un bel po’ di anni fa era riferimento centrale di una combriccola di amici vivaci”, tra il goliardico e l’anarchia. Al the end del film ci tratteniamo nel foyer a ricordare, a partire da quel ’56 che imbiancò la città e accese la fantasia dei ragazzi, improvvisate corse di bob rudimentali sulle discese del Vomero. 

DI LUCIANO SCATENI

Siamo i ragazzi del Vomero, i ragazzi delle medie, ginnasiali e del “classico” Jacopo Sannazzaro, viale delle Acacie, che fai cento metri e sei sulla soglia della scuola. Il preside come ogni mattina sorveglia l’ingresso e la solita espressione di rimprovero preventivo, per chi gli sembra esitante nel varcare il portone aperto a metà, presidiato da Giovanni, storico bidello tuttofare.

Ho greco alla prima ora, e le probabilità che il dito della professoressa Di Lieto si fermi sul mio nome è alta. Le ho provate tutte per evitare l’interrogazione e oggi non avrei una via di fuga, ma il bisogno, come ama dire Sandro Di Costanzo, insegnante di educazione fisica, aguzza l’ingegno. Prima di imboccare la rampa di scale che porta alla I C, costeggio la vetrata che s’affaccia sul cortile, dove bianche righe perimetrali disegnano la dimensione del campo di pallacanestro, attrezzato con canestri dai tabelloni in legno, in alcuni punti sconnesso e cerchi in ferro privi della retina. Di Costanzo è malato di basket, come me, che lo pratico da quando zio Mario, entrato nel giro della nazionale ha inculcato nei sei nipoti, me compreso, il virus di uno sport ancora lontano dall’atletismo esasperato del basket Usa. Anche stamattina, prima dell’inizio delle lezioni, Di Costanzo si allena al 21, un gioco che abbiamo inventato per sfidarci. A turno tiriamo dalle linea del personale. Se il pallone entra nel canestro possiamo riprenderlo per provare a segnare con l’aiuto del tabellone e se il tiro va a segno realizziamo tre punti. Se il tentativo dalla “lunetta” fallisce chi sbaglia passa il turno con zero punti. Vince chi totalizza per primo 21 punti. Ci provo: “Prof, sos, devo scansare l’interrogazione in greco”. “Ok, ci penso io. La prossima settimana inizia il campionato studentesco di basket e dirò che ti ho distolto io dalle lezioni di stamattina per allenarti”. “Grazie prof, basta giustificarmi per l’assenza alla prima ora di greco”.

Nel corridoio che porta alla mia classe incrocio Daria, la biondina che ho conosciuto una domenica fa a casa di Nicola, che assenti i genitori, ha organizzato un balletto. Monopolizzo questa ragazza dall’area di santarella, ma che mi dicono sia tutt’altro che un acqua cheta. Complice Nat King Cole l’ho agganciata.

La sua classe non distante dalla mia: le metto una mano sulle spalle e lei lascia fare. Purtroppo incrociamo l’insegnante di greco, che finita l’ora di lezione, come sua abitudine si reca in presidenza. Mi squadra con l’inequivocabile espressione di minaccia che conosco bene. Non dice niente, ma dopo poco il bidello entra in classe e mi chiede di recarmi in presidenza, dove scopro di essere “esentato” per cinque giorni dal venire a scuola, sospeso per motivi disciplinari. La Di Lieto ha fatto uno più uno: disertata la lezione di greco e “abbracciato” a una ragazza.

Sannazzaro adios. Sono tempi difficili, di un dopoguerra che non si è lasciato ancora alle spalle i disagi di un Paese che ha perso la guerra e una quota consistente della sua già precaria economia. Emigro al liceo Gianbattista Vico, sezione B, mi garantisco di studiare con i professori di italiano e latino, storia e filosofia, due che non fanno mistero di essere comunisti. Imparo da loro che cultura non è sapere molte cose, ma la capacità di discernimento tra bene e male, onestà e slealtà, egoismo e altruismo. Abito al Vomero, vado e vengo dal Vico a piedi per riservare ad altro i pochi soldi dei mezzi di trasporto. Tra i ragazzi della funicolare di Chiaia, luogo di incontro collettivo, vale un codice di solidarietà. Se si va al cinema e uno di noi non ha i soldi per il biglietto, è automatico fare una colletta per non escluderlo.

La “B” è sezione mista, come tutte le altre del Vico e un paio di ragazze non sono niente male. Sono le leader di un’allegra compagnia che integra l’impegno scolastico con diversivi francamente piacevoli. La fama di baskettaro mi segue anche qui e con la squadra del liceo vinco consecutivamente due tornei battendo gli storici avversari del Sannazaro.
Non ho mai capito come fosse possibile per i miei genitori garantirci ogni anno la villeggiatura in Cilento, ma non me lo sono neppure chiesto. Ad Acciaroli, nei mesi di luglio e agosto, tutto il turismo balneare era limitato alla presenza di quattro famiglie napoletane e due romane. Il terzo anno la consistenza dei villeggianti era discretamente incrementata e non ho mai accertato come fossero arrivate fin lì due ragazze svizzere. Una, scultrice, è stata la mia compagna di un’intera estate e la prima esperienza sessuale prolungata, esplicita, intensa tanto da scandalizzare la gente del posto e non meno mio padre, che in piena notte, su implorazione di una preoccupatissima moglie, è venuto a prelevarmi in un momento molto imbarazzante, in un campo di girasoli. Sarei sprofondato e non ho mai trovato le parole adatte per giustificare con Denise l’episodio per lei incomprensibile.

Fu merito del benestante di un paese confinante il “lusso” di balletti a tarda sera sul ponte sovrastante un fiume in secca estiva, con la musica della sua autoradio. Nel letto del fiume alla domenica si disputavano accaniti incontri di calcio contro squadre dei paesi vicini e per i tanti gol segnati ho ricevuto l’investitura di cittadino onorario di Acciaroli.

Ho rivisto a Napoli Elisabetta, una ragazza carina, tutt’altro che alta, ma con un corpo perfetto. Ad Acciaroli l’avevamo ribattezzata Brigitte per una vaga somiglianza con la Bardot. Mi ha telefonato all’inizi di Settembre, è stata la mia ragazza per pochi mesi, troppo gelosa per un ondivago sentimentale come me.

Il vicoletto Cimarosa che fiancheggia la gloriosa stazione della funicolare di Chiaia, a pochi passi dal sontuoso cancello d’ingresso della Villa Lucia, dono di re Ferdinando di Borbone alla moglie morganatica, ci si infilava nella nuvola di fumo permanente della sala biliardo gestita dal tetro Renato, quaranta sigarette al giorno, pallore da stazionamento in luogo chiuso per dodici ore, feriali, festivi e feste comandate incluse. Ai frequentatori abituali, come me, concedeva credito per una partita di boccette o di carambola. Una saletta attigua era riservata ai giocatori di ramino. Quel locale dall’aria irrespirabile è stato il rifugio di un numero consistente di “filoni” giustificati con la firma di mio padre prima che mi scoprisse falsario.
Abitavo esattamente di fronte al cinema Ideal, un locale con sedili in legno rompi sedere, dotato di una copertura scorrevole, aperta a sera per liberare la sala del fumo greve accumulato nel pomeriggio. Scoprimmo la corruttibilità della maschera e ne abusammo sistematicamente. Per un compenso di dieci Nazionali Esportazione, ci apriva la porta dell’uscita di emergenza e sgattaiolavamo dentro. Lucia, uno delle ragazze di brevi fidanzamenti, se ne vergognava, ma l’imbarazzo spariva rapidamente con i baci scambiati nell’oscurità.

Il circuito dello “struscio” quotidiano era obbligato dalle caratteristiche ambientali del Vomero. Si esauriva nel quadrilatero delle vie Scarlatti, Luca Giordano, Cimarosa, Bernini. Era il percorso degli incontri, conclusi nello spazio antistante la funicolare di Chiaia e raramente nel piazzale del museo di San Martino, improvvisato campo di calcio con le porte segnate da pile di libri di scuola e in occasioni molto speciali via d’accesso per le scale della Pedamentina che assicuravano la privacy per pomiciare con ragazze accondiscendenti.

L’oggi è lontano anni luce il tempo in cui i vomeresi dicevano “Andiamo giù a Napoli” e nella piazza Medaglie d’Oro, allora una distesa di terreno incolto, si disputavano mini tornei di calcio. L’oggi è una città nella città e chissà dove sono, cosa fanno Geppy, Enrico, Guglielmo, Rossella, Umberto, il Renato del biliardo, ora sala per signore con l’obiettivo di preservare un aspetto giovanile.

“Sapessi com’è strano, sentirsi innamorarsi a Milano” ha cantato Memo Remigi. In variante napoletana diventa “Sapessi com’è strano sentirsi estraneo in questo Vomero”.

 

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