Per chi è finita la pacchia?

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Morales, ovvero Salvatore Scuotto,con i fratelli della ‘Scarabattola’, interpreta l’arte presepiale e la scultura a livelli di eccellenza. Ora fa notizia per la rappresentazione in miniatura di Salvini, (in una mano la pistola, nell’altra il crocifissso), nell’atto di sparare a una donna africana che tiene in braccio il figlioletto, rappresentati come zombi. Il titolo dell’opera, “La pacchia è finita,” inchioda alla sua brutalità la truce espressione, razzista,  dell’ex ministro dell’Interno per pubblicizzare il decreto xenofobo sui ‘porti chiusi’. In pieno exploit dell’onda lunga di sardine, alici e fragaglie, che finalmente “allaga” l’Italia da Nord a Sud in forma inedita di partecipazione dal basso, la buona notizia arriva dalla procura di Agrigento, che per la seconda volta imputa a Salvini il reato di sequestro di persona  e pone le premesse  perché, chiusa la tetra parentesi del governo gialloverde, il Parlamento, 5Stelle compresi, dicano sì all’autorizzazione a procedere.
Si moltiplicano i segnali di rinsavimento degli italiani drogati dal piglio mussoliniano dell’ex ministro del Carroccio e testimoniano il ritrovato antagonismo avverso ai pericoli del sovranismo leghista. Decine di comuni, grandi e piccoli partecipano all’elenco di inviti a Liliana Segre perché accetti la cittadinanza. Escono finalmente allo scoperto autorevoli esponenti del mondo intellettuale e artistico e alcuni confluiscono nel titolo “La pacchia è finita”, che come un boomerang si ritorce contro l’ex ministro.
Ilaria, coraggio e determinazione infinita, querela l’ex ministro per la sua ignobile insinuazione sulla responsabilità del  rapporto droga-morte  nella tragica fine di Stefano Cucchi, massacrato dai carabinieri, come ha sentenziato il tribunale.
In questo contesto assume valore iconico la scultura di Salvatore Scuotto, che ‘La galleria Nabi Interior Design’, di via Chiatamone, a Napoli, espone insieme ad altre opere. La mostra si inaugura oggi  sabato 23 Novembre alle 19 e 30. L’opera è destinata a suscitare reazioni choc. Il commento dell’autore: “La pacchia è finita anche per me , perché credevo impossibile che un fantomatico ‘capitano’, per nulla coraggioso, che bacia crocifissi e promette porti chiusi ai disgraziati, potesse diventare un pericolo serio per il futuro di queta sgangherata democrazia. È vero che la scultura più nobile è quella che ha mitizzto le divinità e gli eroi, ma è da tempo immemore che questi soggetti scarsegggano. Allora, con  quel poco che so fa fare, utilizzo la scultura per smascherare i protagonisti del nostro tempo malato e  spero di rendere tangibile il loro inganno”.
Poco, davvero  non è. Le sue opere, di là dalla bellezza scultorea, connotano dell’autore protagonismo della più elevata intellettualità impegnata nella coniugazione dell’arte con la simbologia dell’impegno civile.
L’arte, racconta il comunicato che introduce la mostra, provoca, mette sale sulle ferite, crea rotture traumatiche (e susciterà risentimenti polemici, ndr), è l’obiettivo di Salvatore Scuotto, è denuncia, intenzione di far  emergere le contraddizioni.
Dettagli della scultura di Scuotto: Salvini è in maglietta verde (!) e il numero 49 sulla schiena ricorda che vigliaccamente non ha mai risposto in Parlamento dei 49milioni truffati dalla Lega allo Stato. Il suo può, dovrebbe essere anche l’ncipit stimolante per altre forme di contestazione del salvinismo, a cui contribuire con le armi della scrittura e di ogni altro strumento divulgativo, perché l’articolato pianeta della creatività esprima apertamente energia “politica” antirazzista. La scultura traduce plasticamente la repulsione per il bieco razzismo dell’ex ministro leghista, che assume contorni stragisti se misurato con la tragedia di migliaia di vittime del mare per mancato soccorso e per la ricerca disperata di porti sicuri dove mettere fine al calvario. Le fragilità delle vittime, uccise da miseria, dolore, dall’abbandono. nel racconto  scultoreo raccontato dalle opere di Salvatore Scuotto, esasperano l’indignazione per l’atteggiamento rabbiosamente aggressivo di Salvini nella rappresentazione immaginata   come un maledetto gioco. “È irriverente e sovversivo” scrive Amalia De Simone di Morales-Scuotto , “perché ci costringe a guardare, perché ci strappa un ghigno e un po’ di rabbia. Ci affilia e ci deride, ci salva e ci denuncia”.
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