CAPACI / NON FU BRUSCA AD AZIONARE IL TELECOMANDO

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“Non fu Brusca ad azionare il telecomando per la strage di Capaci”.

La clamorosa rivelazione arriva dal pentito di mafia Pietro Riggio all’ultima udienza del processo ‘Capaci bis’, nel corso della quale è stato reso noto il verbale di interrogatorio avvenuto il 7 marzo scorso.

In realtà si è trattato di un confronto tra Riggio e Giovanni Peluso, indagato per la strage di Capaci.

Ecco alcune frasi pronunciate da Riggio. “Peluso mi disse: ‘Ma tu sei sicuro, credi ancora che il tasto del telecomando l’ha premuto Brusca?’. Io rimasi spiazzato. ‘Mah, dissi, non lo so perché mi dice questo’. Però ho intuito subito, nell’immediatezza dei fatti, che sicuramente conosceva, sapeva qualche cosa, o diretta o de relato o non so come, che gli facesse affermare questa cosa che Brusca effettivamente non avesse premuto lui”.

Continua Riggio a proposito delle confidenze fattegli da Peluso: “E poi mi disse un altro aneddoto della situazione che riguardava il trasporto dell’esplosivo all’interno del tunnel avvenuto con gli skateboard”.

Non meno clamorose le rivelazioni del killer catanese Maurizio Avola, che con le sue dichiarazioni aveva fatto riaprire le indagini sulla morte del magistrato Antonino Scopelliti.

Racconta Avola al Capaci bis. “Nel 1992 ho conosciuto un esperto di esplosivi a casa di Aldo Ercolano (un capomafia catanese, ndr). Era poco più alto di 1.80, robusto, capelli scuri. Vestiva elegante. Mi dicevano che era venuto per dirci come si preparava un esplosivo. Aveva la parlata tipica americana. Mi fu presentato come appartenente alla famiglia mafiosa americana di John Gotti. Ci disse come funzionava questo esplosivo potentissimo, come piazzarlo, come ottenere le frequenze giuste e l’utilizzo del detonatore. Mi fu presentato perché doveva partecipare alla strage di Capaci”.

Già negli anni ’90 Avola aveva ammesso di aver portato dell’esplosivo T4 a Termini Imerese senza sapere quale sarebbe stato il suo utilizzo. E nell’ultimo anno il pentito, che è in galera da oltre vent’anni, ha aggiunto altri particolari. “L’esplosivo – racconta – era morbido, della consistenza del pongo. Era all’interno di bidoni utilizzati per le olive. Non so quale fosse la marca di esplosivo che era contenuto nelle casse che portammo a Termini Imerese. Sicuramente c’era il T4, quello con la consistenza del pongo. Gli altri panetti erano un po’ più piccolini di forma tondeggiante e di colore marrone scuro. Non so dire se l’esplosivo che ho maneggiato sia il Sementex. Ercolano mi disse di preparare due di questi bidoni”.

Ancora. “Il programma stragista cominciò nell’aprile del 1991 quando fu deciso l’omicidio di Antonino Scopelliti. Fu deciso in provincia di Trapani in una riunione di capi mandamento. Doveva essere una catena di omicidi. Questa era la strategia. Si parlava del fatto che si doveva fare la guerra allo Stato a partire dai magistrati”.

I due elementi base circa Brusca e il misterioso americano coincidono in modo evidente con gli elementi contenuti nelle numerose verbalizzazioni ai magistrati del geometra Giuseppe Li Pera, all’epoca dei fatti responsabile dell’azienda friulana Rizzani De Eccher che si era aggiudicata diversi appalti in Sicilia.

Grosso esperto di esplosivi, Li Pera ha dettagliato come l’attentato di Capaci fosse estremamente complesso sotto il profilo tecnico, e quindi certo impossibile senza la presenza di grossi esperti in materia. A suo parere tutta la ricostruzione di Brusca non è credibile. E non manca di ricordare una “manina” dell’FBI in tutta la story: gli agenti americani, infatti, sarebbero arrivati in Sicilia non per indagare ma per depistare.

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