Italia  a consulto: “Dica trentatré”

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Due parole chiave, per leggere le patologia dei questo nostro Paese sorpreso da eventi insoluti: ‘prevenzione’, ‘manutenzione’. Lo racconta anche il successo della medicina che previene prima ancora di curare.
Ragioniamo. Il cambiamento climatico, di cui ha responsabilità  il rapporto distorto dell’uomo con il profitto senza limiti, non coinciderebbe con la tragica prospettiva  di progressivo suicidio del pianeta se l’umanità avesse operato per tempo con terapie d’urto contro l’inquinamento. Per non parlare in astratto, con investimenti lungimiranti in energie alternative, con appropriato contrasto alla sovranità violenta delle ‘Sette sorelle’, del petrolio e dei suoi derivati come la plastica.
Con adeguati piani e strumenti di prevenzione avremmo evitato di intaccare le risorse del Paese per finanziare interventi i  favore dei luoghi    del Paese colpiti ripetutamente da eventi distruttivi ‘naturali’, terremoti e alluvioni: costruzioni antisismiche, divieto di edificare in aree esposte al rischio di frane, a ridosso di fiumi, a valle di montagne innevate, rimboschimento di terreni (spogliati della diga naturale in difesa del pericolo di nubifragi), pulizia dei corsi d’acqua.
E veniamo a due casi che rischiano di mettere spalle al muro l’Italia e per essa il governo, che prova con ardui sforzi a tener lontano il rischio di esporci alla iattura del ritorno al governo della destra parafascista, della   combutta Salvini-Meloni. L’Italia, depredata del comparto produttivo alimentare da Paesi europei e multinazionali di mezzo mondo, è sul punto di perdere il controllo sulla produzione dell’acciaio e dell’importante indotto, per aver abdicato al sacrosanto diritto di vincolare con clausole ineludibili chi è subentrato alla proprietà pubblica dell’Ilva di Taranto, Non è servito a nulla il caso Italsider, di aver perso trent’anni fa l’altro polo siderurgico italiano di Bagnoli, appena ammodernato con un nuovo treno di laminazione costato 1.500 miliardi di lire e svenduto ai cinesi.
L’Ilva di Taranto, non da ieri, è la sfida, purtroppo teorica, di sovrapporre competitività internazionale e tutela della salute di Taranto, impasse che ha costretto Conte a confessare di non avere soluzioni e a chiedere agli operai “che fare per salvare l’impianto  e garantire la salute di chi abita un niente dall’acciaieria”. Oltre all’apprezzamento per il premier, che si è speso a tu per tu con gli operai e  domande brucianti sulla salute dei cittadini, la provocazione di scaricare la soluzione della crisi sugli operai ha il sapore di una via di fuga dal grave problema. Hanno ragione i sindacati che imputano ai governi del passato, recenti e attuali la debolezza contrattuale nei confronti delle imprese in territorio italiano.  Clausola determinante per ottenere contropartite rassicuranti da imprese straniere che operano in  Italia, in caso di esodo anticipato dal nostro Paese, sarebbe l’onere di una penale pari al valore di un’eventuale riconversione. In altri luoghi del mondo deterrenti di questo livello garantiscono il futuro delle attività produttive gestite da imprese straniere.
Considerazione parallela è sovrapponibile al caso Alitalia. Pessime governance hanno progressivamente ridotto la compagnia di bandiera a un carrozzone malato, in perdita quotidiana di cifre da default, malata di  sovradimensionamento del personale accumulato nel tempo con  assunzioni clientelari, priva del respiro espansivo indispensabile per competere con la concorrenza e vertici manageriali inadeguati. Ovvia la difficoltà di mettere sul mercato la disponibilità per la vendita o la partnerschip, ovvi i tentennamenti di potenziali interessati a rilevarne onori e soprattutto oneri.
Se mi voglio liberare della vecchia auto e ricavarne un buon profitto, la proporrò all’acquirente dopo aver sostituito gli pneumatici senza più battistrada, affidato al carrozziere la riparazione di ammaccature e graffi, dopo averla sottoposta a lavaggio accurato.  Se al governo tocca di proporre l’Alitalia  al miglio offerente, il paragone con l’auto da vendere calza a pennello. Ancora meglio se la gestione dello stato di salute dell’auto, fosse il risultato di periodica e puntuale manutenzione.
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