“PRIMA” DEL RIFORMISTA / IL FLOP GRIFFATO ROMEO & SANSONETTI

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Se il buongiorno si vede dal mattino, per il fresco Riformista è già notte fonda.

Non avrebbe potuto fare un peggior ritorno in edicola il quotidiano ora diretto da Piero Sansonetti e finanziato da Alfredo Romeo, il protagonista dello scandalo Consip.

Doveva essere un botto, è invece un tric trac. Scialbo nell’impaginazione, un colore di riferimento (lo storico arancione) del tutto smorto, una decina di “illustri” (sic) penne, e la ciliegina sulla torta, ossia il fumetto “politico”. Un Grand Hotel sgarrupato, battutine da baretto di periferia, un fotoromanzo vintage che più ridicolo non si può. Montaggio triste e testi da primina.

Deborah Bergamini. In apertura Alfredo Romeo e Piero Sansonetti

Formato tabloid (o vecchio Riformista), appena 16 pagine (il classico “sedicesimo” che costa meno in tipografia), al prezzo di 2 euro. Commentano alcuni edicolanti: “Penso che in edicola non ci starà per molto, 2 euro per poca carta non esiste”.

Dice: ma anche il Foglio per 4 pagine si faceva pagare. Può darsi. L’informazione, quella vera, non va pesata tanto al foglio, ma per la qualità. Delle inchieste capace di sfornare, di un po’ di controinformazione, quella che da noi è ormai merce sempre più rara, praticamente introvabile.

E allora, come si giustifica quel prezzo? Quali tesori mai racchiudono quelle 14 pagine? Andiamo alla caccia dell’oro, sfogliando il quotidiano voluto e pensato da Alfredo Romeo, il re delle gestioni immobiliari e del multiservice.

 

TUTTO IL RIFORMISTA PAGINA PER PAGINA (TOTALE 16)

Partiamo dalla prima. Tre quarti di pagina (con il seguito che occupa l’intera seconda) sono dedicati al fotoromanzo, stavolta dedicato “Alla Corte di Leopoldo X” con tanto di personaggi e interpreti, da Leopoldo X, appunto, a Madonna Elena (Maria Elena Boschi che, udite udite, sarà una delle firme di prestigio per il quotidiano), alla nutrice fedele (Teresa Bellanova), passando per il primo cavaliere e lo scudiero (rispettivamente Luigi Marattin ed Ettore Rosato), i cortigiani (Roberto Gualtieri e Dario Franceschini), per finire col ciambellano (Nicola Zingaretti), il reggente (Giuseppe Conte) e IL (una sorta di Innominato, vale a dire Luigi Di Maio).

Penoso.

Comincia in prima per poi occupare tutta la tredicesima pagina il pezzo forte, firmato dal direttore Sansonetti (da notare subito che in prima pagina non c’è alcun editoriale di presentazione del giornale, circostanza ben strana per un giornale che torna in edicola). E’ titolato “Naufraghi se non c’è più Salvini inutile salvarli”), un pistolotto sulla solidarietà pelosa di tanti pseudo progressisti. Scontato. Rammentiamo ancora i pezzi corsari per la sua Liberazione: ma poi, presa la strada del Dubbio, oggi ritroviamo un gemello super sbiadito al timone del rinato quotidiano.

Paolo Guzzanti

Eccoci a pagina 3. Un altro pistolotto, stavolta griffato Paolo Guzzanti, una vita alla macchina da scrivere e poi al computer, da Repubblica passando per tutta la filiera della stampa di destra e ora l’approdo al garantismo doc. Scrive sull’uccisione di Al-Baghdadi, da buon esperto sia di affari internazionali che di spioni, vista l’esperienza maturata nella famigerata Commissione Mitrochin, uno dei cui consulenti più ascoltati era Mario Scaramella, il faccendiere-pataccaro che incontrò a Londra Alexander Litvinenko prima del fatale tè corretto al polonio.

 

 

ARIECCO IL PIDUISTA CICCHITTO

Siamo alla crema, in quarta, con l’alto Pensiero di Fabrizio Cicchitto, che tira le orecchie al Pd dopo la batosta in Umbria. “Caro Pd, lascia stare Rousseau e torna al Riformismo”.

Un mito che non tramonta mai, quello di Cicchitto, un tempo anima di quell’ala sinistra del Psi che faceva volare speranze & utopie. Peccato lo scivolone con l’iscrizione alla P2 del Venerabile Licio Gelli, che ne ha frenato l’inarrestabile ascesa. Ma ha avuto modo di cavalcare in sella a Forza Italia, quindi in compagnia di Angelino Alfano. Siamo già ansiosi delle sue prossime, profonde analisi.

Passiamo alla sesta, dove Sansonetti ritrova un amico degli ultimi anni, Gian Domenico Caiazza, presidente dei penalisti italiani. Il suo Dubbio, infatti, è stato voluto proprio dall’Ordine degli avvocati per illustrare ai cittadini le ragioni del garantismo. E Caiazza, nella sua prima al Riformista, non può che restare sul tema, e discetta di prescrizione: si può essere imputati a vita?, l’interrogativo di fondo.

Per par condicio, nella pagina seguente, campeggia l’opinione di un magistrato per anni di punta a Milano e a Torino, Armando Spataro: scrive proprio di garantismo, che “non deve essere una categoria ma la regola”.

Fabrizio Cicchitto

Ma eccoci alle due pagine centrali, siamo nel cuore del quotidiano. Che pulsa e si esibisce in uno scoop che le generazioni future avranno impresso nella memoria. Si tratta di un reperto archeologico di inestimabile valore, un’intervista rilasciata da Marguerite Yourcenar nientemeno che a Giovanni Minoli, altra star dell’informazione ora alla corte di Romeo. Un’intervista andata in onda su Mixer e datata 1987, trentadue anni fa ma sembra sfornata oggi, calda come una sfogliatella.

Non può mancare la pagina sugli esteri, dedicata alle elezioni argentine, con un’Italia che si “specchia nel trionfo peronista”. Autrice Angela Nocioni, già tra le fila di Liberazione, poi collaboratrice al Foglio.

 

DALLE FORZISTE AL SALOTTIERO ROSSO

La giudiziaria è affidata alla penna di Tiziana Maiolo, un percorso politico che forse parecchi ricordano. Esordi sotto i vessilli di Rifondazione Comunista, quindi dopo solo due anni inversione a U in direzione Forza Italia, dove viene eletta nel 1994 e nel 1996. Nel 2010 passa nella meteora Futuro e Libertà guidata da Gianfranco Fini e dal fedele scudiero Italo Bocchino (il quale poi passa proprio alla corte di Romeo quale addetto alle pubbliche relazioni a 10 mila euro al mese, come viene rivelato nel corso dell’inchiesta Consip).

Nel suo pezzo d’esordio Maiolo passa ai raggi x (sic) il caso Bossetti, “Il Dna ti salverà”, basato sulla notizia che l’avvocato Carlo Taormina ha chiesto una nuova prova genetica. Ma per essere garantista a tutto tondo, come mai Maiolo dimentica l’unica pista che può salvare Bossetti, ossia quella della camorra nei cantieri in Lombardia? E il giallo di Yara Gambirasio ne è una palese dimostrazione. E come mai i giudici non hanno mai voluto indagare in quella ben precisa direzione?

Siamo in dirittura d’arrivo con un’altra sorpresa. Un intervento tecno-filosofico partorito da Deborah Bergamini, che è anche il fresco condirettore del Riformista.

Uno dei pezzi forti di Forza Italia da anni, Bergamini, riconfermata in parlamento alle politiche del 2018. Giornalista, lavora a lungo in Rai, dove occupa la strategica poltrona di direttore marketing. Poi un incidente di percorso, un “ritardo” di qualche minuto nel fornire i dati per le elezioni regionali del 2005: un’inchiesta della magistratura non approda a nulla, ma in Rai le danno il benservito su un piatto d’argento, una liquidazione da 390 mila euro. Approda subito ad un’altra corte, quella berlusconiana, dove diventa presto responsabile delle comunicazioni. Adesso il volo ai vertici del Riformista.

Fausto Bertinotti

Nella sua “prima” affronta un tema caldo: “la tecnologia pervade ogni aspetto delle nostre vite ma ci è impossibile sapere quanto le stravolgerà”. Imperdibile.

E siamo alla ancor più imperdibile ultima. Perché si tratta di un vero capolavoro: il re di tutte le sinistre e di tutti i salotti romani, Fausto Bertinotti, si esibisce come critico letterario. Altro che Veltroni! A parte l’incomprensibile titolo (“Il riso di Joker ce lo insegna il male trionfa. Ammenochè…”), ecco lo zar rosso cimentarsi in un faticoso incipit: “Se Magritte recitava ‘Ceci n’est pas une pipe’, questa, a buona ragione, non è la recensione di un film”. Ci avete capito qualcosa? Ma prima di chiamare due infermieri, arriva uno spiraglio: “il film di cui tuttavia qui si parla è Joker. Un film letteralmente straordinario”.

Come certo è straordinaria la fatica del lettore nel seguire l’Autore nelle sue arrampicate critiche.

 

IL GIOCO DELLE TORRI

Note a margine. La redazione e amministrazione del quotidiano si trova a Roma, in via Pallacorda, mentre la “Romeo Editore srl unipersonale” (tale è la dicitura) è acquartierata al Centro Direzionale di Napoli. Dove c’è la Torre di proprietà Caltagirone. E dove è ubicata da un anno e mezzo la redazione del Mattino. Un Mattino in fortissima crisi, motivo per il quale la proprietà Caltagirone pensa ormai da mesi di mollare baracca e burattini. Per vendere a chi?

Ma proprio al Romeo ovunque, che secondo i rumors ha avanzato un’offerta da 30 milioni di euro. A fronte di una richiesta di 40. Come nel mercato dei calciatori, alla fine di raggiungerà un accordo a metà strada?

Il prezzo è da vero saldo, un’occasione da non lasciarsi fuggire per il super immobiliarista che ha certo bisogno di ottima stampa, viste le bufere che si approssimano con i processi, a partire dal giallo Consip. E visto che il Riformista non sembra proprio da Pulitzer – stando alla sgangherata prima – forse è meglio “accattare” la testata storica del Mezzogiorno a prezzi stracciati.

Vedremo.

 

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