Il perché dei perché

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Perché. Perché un elettore di centrosinistra avrebbe dovuto votare per una coalizione sbilenca, improvvisata, rabberciata, comatosa, tenuta in vita con respirazione e alimentazione assistita, nata da un estemporaneo copia-incolla di due soggetti alle prese con problemi di identità, reduci dalla bocciatura delle europee, privi di alcun significativo attrattore per compensare la deleteria condizione di orfani dopo il bye-bye dal ruolo minimale di vittime sacrificali  dell’abbraccio letale con Salvini, l’altro in cerca affannosa di spazi politici, ferito dalla scissione di ‘Italia Viva’, estraneo da anni  al faccia a faccia con i bisogni dei cittadini?
Conviene non abbandonare il ragionamento sugli sconfitti. Il valico impervio delle europee si è rivelato la cartina di tornasole per testare la salute politica di un Movimento di per sé malato di caos interno e per di più estraneo al toccasana dell’autocritica, ancorato a una leadership inconsistente, a suo tempo imposta da Grillo per conservare a se stesso il dominio di un mondo pentastellato estremamente variegato, tenuto insieme da un collante molto goliardico, da dilettanti allo sbaraglio. Di qui le castronerie di Di Maio e ‘compagnia bella’,  il bluff smontato in tempi brevissimi dell’affidamento di Roma a un donzella sprovveduta, per di più in  balia di marpioni interessati unicamente a trarre vantaggi dal potere personale, accordato loro dalla sua ‘ingenuità sconcertante. Di qui la sequenza inaudita di inciampi, le vicende giudiziarie degli ex gemelli Di Maio e Di Battista dei sindaci 5Stelle, l’incompatibilità fra proclami da campagna elettorale e riscontri nella realtà. Così  i grillini hanno eroso gran parte del credito concesso dall’Italia degli scontenti e la mazzata finale è puntualmente arrivata con gli sciagurati 14 mesi di governo gialloverde, con i 5Stelle Salvini-dipendenti e default clamorosi come le gaffe di Toninelli, le risse interne, le antitesi Fico-ultra moderati, il dispotismo del ‘tutti i poteri a me, sono il capo’. Si sono accese invano le spie del malessere di gran parte degli elettori grillini inizialmente suggestionati dallo slogan  “Nuova vita per l’Italia dei cittadini”. Nessun vero sommovimento ha provocato la debacle delle europee. Allora,  piena bagarre per l’elaborazione del documento di economa e finanza, condizionata dal rebus dei 23 miliardi e passa per sventare l’aumento dell’Iva e mantenere le promesse di non imporre balzelli sostitutivi.
In seno al Movimento prende ritmi sempre più sostenuti la fibrillazione di nuclei ostili di Di Maio, uomo solo al comando e diventa contestazione. Tra loro, si può scommettere, c’è anche il fuoco amico di chi sospetta che l’esito del voto on line sul nascente governo demostellato sia stato possa viziato da manipolazioni di chi accede alla piattaforma Rousseau. Nessuna meraviglia se la Caporetto umbra dei pentastellati è stata umiliante, ma impressiona l’infimo  numero di ‘croci’ sul simbolo del Movimento: 7,4%, trenta punti meno della Lega, 3 meno della Meloni! Di Maio tenta di assorbire il colpo, scarica la colpa dello sconquasso sull’alleanza con i dem, annuncia la fine del sodalizio per le prossime elezioni regionali. Non si dimette, ma dovrà emulare Ercole e le sue mitiche fatiche se ha in mente di non mollare. La base mastica amaro e medita di ricorrere alla ghigliottina.
Il Pd e l’incompleto leader Zingaretti, hanno un bel da fare per leccare la profonda ferita del 22% che ha regalato alla candidata del centrodestra venti punti in più nelle urne frequentate dai circa 700mila elettori umbri, cioè da un nucleo di votanti pari a un paio di grossi quartieri di una grande città italiana.
Un  passo indietro. Di là dai proclami, nella leadership del governatore del Lazio non c’è traccia di quanto anche il meno attrezzato tra i politologi ha diagnosticato e cioè il recupero del rapporto con la gente e i suoi bisogni, storico caposaldo della sinistra. E poi, se i 5Stelle hanno consultato centomila iscritti (numero gonfiato?) e hanno esibito oltre il 70 percento al governo giallorosso (numero reale?), il Nazareno ha consultato se stesso, cioè i suoi vertici, disinteressati a recepire il parere della base. Sul voltafaccia elettorale in  Umbria ha pesato non poco il ‘tiro’ che Renzi ha riservato a Zingaretti: “sì” al governo con Di Maio, per ritagliarsi il tempo di rodaggio di ‘Italia Viva’ e a un niente dopo la spartizione dei ministri, “ciao Pd, continuo da solo”.
L’establishment dalla Zingarettopoli ignora il malumore della base, che non dimenticato le abissali distanze dal goliardico cinquestellismo e le raffiche di insulti con destinatario il Pd.
Di nuovo i perché: perché l’Umbria di decenni con mono governo della sinistra, avrebbe dovuto glissare sulla corruzione di esponenti istituzionali, l’anomalia del patto elettorale con i grillini, il vuoto pneumatico di un programma articolato per il governo della regione e il ‘mezzo servizio’ di Zingaretti, contemporaneamente segretario e governatore di una mega regione qual è il Lazio. Grave non premunirsi dal rischio che un ex del calibro di Renzi lavori, come sta facendo, per un’alternativa dc-riveduta e corretta, impegnata ad attirare adepti senza distinzione di appartenenza con esche appetitose . Il tema del dopo Umbria è “Come andrà a finire?” Di nodi su cui meditare e imparare in fretta a scioglierli la sinistra ne ha e di troppo. Il primo è come imporre l’inversione di marcia a quel 10% di transfughi, che con uno spericolato salto mortale senza rete, si sono aggregati al carro del truce vincitore e hanno votato Lega. Secondo atto, post pentimento per le colpe della sconfitta in Umbria, sicuramente,  non facile, è puntare a un rapida alternativa al vertice, a un leader carismatico, capace di restaurare il Nazareno perché sia compiutamente la sinistra. Landini della Cgil prestato alla politica? Se non lui, uno come lui.
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