Sovranismo: Polonia sì, Ungheria no

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Due notizie, una buona, una cattiva. La buona induce a soddisfazione, alla speranza che il sovranismo cominci a tentennare, come si augura la democrazia mondiale. Budapest boccia il truce Orban, premier ungherese che ne perde il controllo. Il Fidesz, che lo sostiene, secondo quanto emerge dai dati provvisori del voto retrocede anche in oltre la metà dei capoluoghi quando è stato scrutinato il 75% delle schede. Gergely Karacsony, candidato dei Verdi, che si era imposto nelle primarie fra tutti i partiti d’opposizione, ottiene a Budapest il 50,4. A Jobbik,  l sindaco uscente orbaniano, nazionalista di destra, va il 44,6%. L’esito del voto in Ungheria si somma allo sfratto di Salvini dal governo gialloverde e all’avvio delle procedure di impeachment  nei confronti del tycoon Donald Trump, al successo dei socialisti in Portogallo, all’incipit dell’alleanza demostellata che governa l’Italia e alle prospettive, anche se da perfezionare, di accordi strutturali Pd-5Stelle per le amministrazioni locali.
La cattiva notizia è il netto successo elettorale dei sovranisti in Polonia, che ottengono la maggioranza assoluta di 239 seggi su 460, una trentina in più rispetto alle precedenti elezioni. Gli exit poll trasmessi dalla tv di Stato polacca lasciano pochi dubbi. Se fossero confermati dal conteggio delle schede,  la Polonia continuerà a rappresentare una spina nel fianco di Bruxelles, per le sue posizioni nazionaliste, tradizionaliste e sostanzialmente ostili ai valori comuni europei, percepiti come un’intrusione nel sentire popolare, compresa l’omofobia del leader del partito Kaczynski. Perplessità, dunque notizia non buona, destano il plurimo disaccordo in corso tra grillini e dem su molti punti del programma di governo demostellato, le posizioni tutt’altro che univoche in casa 5Stelle tra il fondatore Grillo e Di Maio sull’alleanza con Zingaretti e le fronde del travaglio per la scissione Renzi e l’esodo di Calenda-Richetti, che il Pd deve riuscire ad ammortizzare.
Il lupo spelacchiato ha perso il pelo, non il vizio di barzellettiere prestato alla politica. Il Berlusconi giullare con vocazione di cabarettista, è tornato a raccontare storielle che i “meno male che Silvio c’è” fingono di gradire con risate a comando, go-gò. Avessero come argomento centrale il discolo Pierino o le coppie di carabinieri, poco male, sarebbero divertissement salottieri da archiviare nel  bestiario delle banalità, ma tutto cambia se, come nel caso in questione, la barzelletta, di suo volgaruccia, è pretesto per un attacco in quanto svedese, a Greta Thunberg, la ragazza di sedici anni che scuote le coscienze del  mondo nel tentativo salvarlo dall’estinzione. Il Berlusca la racconta alla ‘Convention IdeeItalia’ di Milano. Gli chiedono della giovane attivista svedese e lui rispolvera una storiaccia. Protagonisti sono un parlamentare di Forza Italia, il Viagra e donne svedesi. La barzelletta, che nulla ha in comune con Greta e la crisi climatica, è completamente fuori luogo. Eccola: “Andrea Mandelli, un nostro parlamentare, mi ha detto che una volta è andato da lui Carletto, suo  caro amico. Gli  avrebbe chiesto dieci pillole di Viagra, che gli servivano per trascorrere sabato, domenica e lunedì con tre donne svedesi. Gli dice l’amico Allora ho bisogno di fare bella figura’”. Berlusconi finge di non ricordare che le pillole richieste sono di Viagra e commenta sulle svedesi: “Sono liberali, mica come noi”. Non pronuncia la parola ‘puttane’ ma poco ci manca. Comunque la barzelletta prosegue: “Mandelli, presidente lombardo dell’Ordine Farmacisti, temendo che potessero provocare un ictus, gli propone ‘una nuova medicina, più efficace del Viagra’, un  innocuo placebo. Il lunedì, Carletto torna in  farmacia. Mandelli gli chiede com’è andata e Carletto risponde  ‘ho fatto una figura di merda”. Ride la sala, povera Italia.
Trump ‘muro impenetrabile’. Una bambina di 8 anni, Lucy Hancock, in meno di un minuto ha dimostrato a Trump quanto sia facile scalare, il ‘muro di sicurezza’ alto 5 metri che separa gli Stati Uniti dal Messico, servendosi di mani e piedi. Non ha scalato il muro vero e proprio, ma una replica, una riproduzione in legno costruita da un ingegnere in pensione nel parco di arrampicata su roccia Muir Valley, nel Kentucky.  È  stata una vera sfida dopo le dichiarazioni di Trump che aveva definito il muro, quello originale, in metallo, ‘impossibile da scavalcare’.
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