Tortellineide

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Ah, ah. Ah, ah, ahahaha…Aha / Ih, ih, ih.Ihiiiiiii. Perdonate questo bislacco esordio della nota quotidiana che ‘posto’ per i miei amici di Facebook. Nasce da un irrefrenabile stimolo a ridere e piangere in rapida alternanza. Il ‘Ce l’aveva duro’ di Pontida, ridotto a elemosinare qua e là pretesti per un’interpretazione spendibile di oppositore del governo demostellato, si proietta  con piglio da falco predatore sulla diatriba ‘tortellini’, sfoggia patriottismo sovranista e scaglia anatemi sulla variante a imbottitura di pollo. Sogniamo o siam desti? Di fronte a così rilevante dilemma (carne o pollo?), detto tra noi appassiona molto di più il caso Fioramonti, massino esponente istituzionale del mondo scolastico e il suo pronunciamento laico sull’obbligo storico di adornare la parete alle spalle della cattedra con il crocifisso. Meglio un poster con il mappamondo, o un cartello che riproduca i più importanti articoli della Costituzione,  propone il ministro. Come non dargli ragione se tanti concorrenti di quiz televisivi non distinguono il Veneto dalla Lombardia e restano muti se la domanda è sul fiume più lungo d’Italia? E, ci mettiamo del nostro, perché no, l’immagine delle immense isole di plastica che asfissiano gli  oceani.
Il Bel Paese, ma i cattivi lo hanno ribattezzato paese di Pulcinella, Repubblica delle Banane, è terra del grottesco, del paradosso, dell’involontaria comicità. La questione tortellini, carne o pollo, esula dal rigore delle competenze culinarie e piomba nel calderone della pochezza che la politica nazionale esibisce quotidianamente. Bologna, patria del tortellino, è in festa per il patrono san Petronio (di qui petroniani, sinonimo di bolognesi) e nelle sagre cittadine, sui tavoli imbanditi, accanto all’offerta dei tortellini secondo tradizione, imbottiti di carne di maiale, affianca la variante pollo. Per un capriccio di chi li prepara? La ragione è altrove. La sopravvenuta multietnicità introduce nelle nostre città la presenza, seppure fortemente minoritaria, di immigrati islamici o ebrei che non mangiano carne ‘rossa’. Insomma, il tortellino al pollo nasce all’insegna dell’accoglienza, nella migliore tradizione di una città convintamente ospitale. Apriti cielo. In armi, contro l’eresia, due sponde politicamente opposte, disputano asincroniche sulla fattispecie del tortellino doc. Contro la variazione dell’imbottitura polo scaglia starli velenosissimi, e di che meravigliarsi, il truce Salvini: “Cancella la nostra storia, la nostra cultura (? Ndr) pur di cercare il consenso dell’Islam”. Gli va dietro, come un  cagnolino docile  e fedele, la Borgonzoni, candidata della Lega per le regionali e non  è da meno la forzista Bernini. Si associa perfino il regista Pupi Avati: “Tradimento dei nostri sapori”. La risposta del sindaco Merola: “Bologna è città di riconosciuta tradizione nell’innovare  e accogliere”. Nel ruolo di pompiere Romano Prodi: “Nella nostra tradizione ha un posto dominante la libertà” e dalla parte della tolleranza anche l’arcivescovo di Bologna Zuppi. Per continuare nell’altalena risate-guaiti di sofferenza, ci auguriamo che la cosa non finisca qui.  In attesa che Salvini trasferisca nelle aule di Montecitorio e di Palazzo Madama il cahier de doleances contro la carne bianca del tortellino, contiamo sull’adeguato dispiegamento di  uomini  e mezzi perché radio e televisioni non perdano di vista la disputa di interesse nazionale sull’evento del giorno. Ancora meglio se l’occhio dei media spaziasse oltre i confini italici, se  sovrastasse le questioni ‘secondarie’, dei dazi Usa che ghigliottinano l’esportazione  di prodotti d’eccellenza made in Italy, del futuro della Terra minacciato dai mutamenti climatici, degli spettri della recessione che vagano minacciosi nel Vecchio Continente.
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