Sfida sulla precoce maturità

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“La prima cosa bella”, (incipit di una canzonetta di successo dei Ricchi e Poveri) che Greta può ascrivere alla sua missione ambientalista, ha  la firma di Enrico Letta. Il presupposto: di là dal compito fondamentale della politica e dei partiti al governo,  di garantire l’ordinamento democratico del Paese che governa, è moralmente prioritario garantire il futuro dell’umanità e il futuro è specialmente delle nascenti generazioni. Chi per il momento le rappresenta è l’universo giovanile, quello variopinto, combattivo,  consapevole dei mille cortei che hanno sfidato la subdola incoscienza del mondo, imputata di preparare l’agonia della Terra, pianeta sacrificale di biechi interessi del profitto. Forse per la frequentazione quotidiana con gli studenti universitari, o semplicemente per una felice intuizione, Letta, direttore alla Sorbona di Scienze Politiche e di recente tornato Pd, propone una avveniristica riforma costituzionale, realizzabile in un anno e forse, con un impeto di buona volontà collettiva anche prima, che scali in giù l’idoneità anagrafica al voto, anticipandola ai sedici anni. Conta davvero poco la mini polemica sul copyright dell’idea geniale: analoga intenzione l’aveva manifestata Beppe Grillo, inascoltato, ma Letta rivendica di averla proposta per primo e motiva l’iniziativa di far presto con l’impegno a recepire in concreto il monito che i ragazzi di tutto il mondo hanno rivolto alla politica per salvare la Terra. Pura, velleitaria utopia, o saggia risposta ai milioni di pubblici ministeri del pianeta giovani che pretendono fatti, oltre il rituale, gratuito e improduttivo “bravi ragazzi”?. Se accadesse che ‘passato il santo, passata la festa’, la protesta dei “Fridays4future” rischierebbe di diventare meno pacifica e tollerante.
Non è l’unica ragione per estendere ai sedici anni la partecipazione al voto. Per capirci: fino a cinquant’anni addietro uomini e donne, varcata la soglia dei mezzo secolo di vita, viaggiavano spediti verso la senescenza e di contro i giovani maturavano spesso oltre lo spartiacque dei vent’anni. Il tempo ha mutato radicalmente gli uni e gli altri connotati dell’umanità. S’invecchia molto più tardi, si matura molto più presto. Ne hanno consapevolezza gli eletti chiamati a disegnare questi mutamenti, tiene conto della rivoluzione che ascrive a giovanissimi talenti inventività coniugata alla tecnologia, prodigi della ricerca? È un caso se grandi imprese e settori avanzati della produttività riempiono le caselle dei loro vertici dirigenziali con uomini  e donne sempre più giovani? Si valuta pienamente il gap generazionale a ruoli invertiti?
L’idea di Letta non è estranea ai prodigi raccontati dagli eventi in corso. Se una ragazzina di sedici anni assume la dimensione di coscienza del mondo e milioni di coetanei ne condividono la missione, è blasfemo parlare di casuale unicità e colpevole ignorarlo o addirittura osteggiarlo. In altro emisfero una bambina di dodici anni guida la rivolta contro il suo governo che non condivide la campagna contro la plastica. Ancora, nel volontariato che libera città e spiagge dei rifiuti si arruolano giovani  e giovanissimi. Ovunque l’aria avvelenata mini la salute si elevano proteste di chi ne subisce le conseguenze e i cortei sono spesso guidati dai ragazzi, con le loro madri.
Forse non basta. Le nuove generazioni, in piazza prevalentemente per i diritti a una scuola migliore, sono molto poco partecipi della vita politica e non per loro colpa. I rari esempi di coinvolgimento di istituzioni locali, che hanno invitato gli studenti a sostituirsi ‘per gioco’ a consigli comunali e sindaci, non compensano l’estraneità agli strumenti legislativi e di gestione del potere.  Nei loro tour elettorali, ormai senza soluzione di continuità, i partiti incontrano lavoratori, cittadini, pensionati, categorie sociali e quasi mai, anzi mai, i ragazzi. La nuova stagione della vita, che ha scelto per emblema la piccola, grande Greta, non può più ignorare  il nuovo, rivoluzionario, che irrompe nella società.
Manca qualcosa alla repressione delle fughe di parlamentari dal luogo dove sono politicamente nati, dai partiti per  cui occupano gli scanni di Montecitorio e Palazzo Madama: non è prevista la fustigazione in piazza e neppure l’iscrizione nella casella giudiziaria, ma non fa difetto il deterrente della ‘multa per il disertore’. L’invenzione è del Movimento 5Stelle e nessuno ha mai capito come farebbe il tesoriere a riscuoterla, dal momento che non esiste un modo legale per farlo. In quel dell’Umbria, alla vigilia del voto per il governo regionale, Pd e 5Stelle sperimentano la traslazione dell’alleanza di governo alle elezioni amministrative. L’andare a braccetto ha indotto idem a plagiare i compagni di cordata e così, multa (30mila euro) a chi abbandona Zingaretti per altri lidi, in pratica a chi pensa di squagliarsela per approdare a Italia Viva di Renzi. Intanto è bagarre nel governo demostellato. Materia del contendere è la stramaledetta Iva. Aumentarla, e come? Non toccarla e allora dove pescare i miliardi del Def, senza tagliare su sanità e altri servizi essenziali? Discussioni serrate, summit, veglie notturne.
Si intuisce cosa prevale sull’urgenza di rispondere con la concretezza alla pasionaria Greta?
La stima in calo dei leghisti per Salvini, la rabbia per il suo suicidio del via alla crisi del governo gialloverde, spiegano il ripescaggio di un  personaggio che sembrava affondato nella pantano di un linguaggio scurrile e da querela qual è Calderoli, che ridiventa protagonista e teorico della battaglia per la riforma della legge elettorale in chiave anti proporzionale. Per premiare la Lega dovrebbe trasformarsi in maggioritario sulla spinta di un referendum, battezzato Popolarellum. Gli obiettano che il governo potrebbe non essere  d’accordo e lui, con un’espressione aulica, lieve, signorile, corretta, democratica: “Se il governo si rifiutasse, tornerebbero i forconi per le strade. E questa volta non sarebbero solo per l’agricoltura”. Nella minaccia, non ci sono gli estremi per imputazione alla violenza?
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