I sì, i no, i nì di casa 5Stelle

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Lavori in corso. Zingaretti e chi lo segue del Nazareno prova ad adescare Di Maio e chi lo segue di casa 5Stelle. Offre agli alleati di governo l’esca del tandem elettorale in proiezione del voto in Umbria e oltre. Dalla cabina di comando della piattaforma Rousseau, dove a dettare la linea del Movimento è Casaleggio junior, di antica empatia con il leghismo, si tentenna. Né no, né sì. Il pianeta pentastellato è palesemente a un bivio: puntare sulla ricaduta con il segno più del governo demostellato e riacciuffare quota trenta percento di consensi popolari, o sull’effetto sinergia con il Pd, in regioni dove Salvini punta alla rivincita sull’idiozia dell’8 Agosto e i grillini non godono di universale popolarità. Il problema è che a decidere quale delle due corsie imboccare non è il “fate presto” di Conte, della sua acclarata tendenza ad affrettare le decisioni e nel Movimento persiste la storica riluttanza a zittire l’ostilità anti dem, cavalcata a suo tempo per strappare consenso agli scontenti Pd. Di quasi certo c’è che senza pedalare all’unisono su bici tandem, la prevedibile compattezza elettorale Lega-Forza Italia-Fratelli d’Italia è probabile che avrebbe elettoralmente la meglio.
Dal salto nel buio di Salvini, dalla sua inetta illusione che la morte dell’esperienza gialloverde sfociasse automaticamente nella soluzione del voto subito; dall’amaro risveglio dell’ex, ex, ex infarcito di rabbia biliosa, nasce il confronto-scontro di tesi contrapposte sull’ipotesi da più parti evocata di spegnere le luci dei media sul ‘truce’ del Carroccio, o l’opposto, cioè sulla demolizione del successo guadagnato dall’univoca leva dell’insicurezza, della paura, sostenuta da dati oggettivi e molto di più da esagerazioni enfatizzate dei media.
“Se non ne parliamo, sparisce dalla scena” sostiene a spada tratta la casta dei silenziatori. “Nessuna tregua e che guerra sia, per costringere Salvini a issare la bandiera bianca della resa. Lo abbiamo solo bastonato, non annientato” è opinione di altri tuttologi. La prima analisi evoca dalla  memoria il fallimento dell’anti berlusconismo strillato, quasi ossessivo, che sortì paradossalmente effetti opposti: privo di contenuti specificamente politici fu la censura a uno stile di vita, deprecabile, ma che affascinò milioni di italiani e li fece sognare di essere al suo posto.
Chi provò politicamente a contrastare la popolarità del miliardario di Arcore fu un leader del Pd, che nel corso della campagna elettorale s’impose di non citare mai il fondatore di Forza Italia, grazie a perifrasi come “Il nostro principale avversario”. La scelta di ignorarlo non ebbe  rilievo positivo sul risultato del voto. Tutt’altro.
È possibile una terza via? Si può provare a ignorarlo in quanto portavoce  dell’opposizione al governo  demostellato, ma senza perderlo di vista quando i processi a suo carico entreranno nella fase risolutiva.
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