INTERNI DI GOVERNO / TUTTE LE OMBRE, DAL VIMINALE ALLA FARNESINA

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Scusate il ritardo. Solo ora parte il governo giallorosso, l’unico possibile – ma non realizzato – un anno e mezzo fa dopo il voto del 4 marzo.

Mesi buttati al vento, soprattutto per via delle folli bufere anti immigrati quotidianamente scatenate da ‘O Sceriffo Matteo Salvini, ora a godersi una lunga, ci auguriamo lunghissima pausa di riposo. Almeno non farà più danni.

Un quasi perfetto equilibrio tra 5 Stelle e Pd nella formazione dell’esecutivo, 9 a 8, più un Leu e un tecnico.

Nessuno squillo di tromba, né nomi di alto e prestigioso profilo. Una squadra un po’ grigia (senza nulla togliere a quel bellissimo colore), senza infamia e senza lode, sbiadita, certo non il massimo per le speranze di ripresa del Paese. Comunque si poteva fare anche peggio.

Si è regolarmente sostenuto, in questi giorni, che tre sono le caselle fondamentali, e sulle quali il capo dello Stato Sergio Mattarella avrebbe usato la lente d’ingrandimento: Interni, Esteri ed Economia. Andiamo allora a vedere chi occupa adesso quelle poltrone.

 

INTERNI / LA PUPILLA DI ANGELINO ALFANO

Ecco il primo interrogativo grosso come una casa. Ma ha letto bene, Mattarella, il pedigree di lady Luciana Lamorgese, la nuova inquilina del Viminale? Certo, di fronte a ‘O Sceriffo c’è un abisso, ma ci voleva poco, davvero poco.

Angelino Alfano. In apertura i neoministri del Conte bis Luigi Di Maio, Luciana Lamorgese e, a sinistra, Roberto Gualtieri

Il premier Giuseppe Conte – al quale va comunque il merito di essere uscito dal tunnel e di aver portato in salvo il Paese dalle minacce fasciste – con ogni probabilità si è dovuto barcamenare, non ha forzato la mano con nomi assai più noti, come ad esempio il capo della polizia Franco Gabrielli. Ha preferito volare basso, battendo la via prefettizia. Una via – rammentiamolo – che non ha mai portato bene, visto anche il precedente con l’ex prefetto Anna Maria Cancellieri, troppo amica della famiglia Ligresti.

Ma è soprattutto il modo attraverso cui Lamorgese è diventato, due anni e mezzo fa, prefetto di Milano, a destare non poche preoccupazioni. Ricostruiamo in breve quella esperienza.

Dopo essere stata lì lì per diventare prefetto a Roma, la destinazione, a gennaio 2017, va in direzione di Milano. Dove Lamorgese prende il posto di Luciano Marangoni. La sua “etichetta”? Di stretta osservanza alfaniana, vale a dire l’ex ministro prima della Giustizia e poi degli Interni, Angelino Alfano, passato dalle truppe berlusconiane a quelle pararenziane, con quel partitello, Nuovo Centro Destra, durato una stagione politica lampo,

Dio li fa e poi li accoppia. Lamorgese, infatti, è la compagna di un altro super prefetto, Giuseppe Procaccini, poi capo di gabinetto al Viminale con Angelino. Ricordate il giallo Schalabayeva che mise in subbuglio l’Italia e rischiò di troncare precocemente la carriera politica dell’Angelino nazionale? Ebbene, Procaccini salvò il suo capo, immolandosi per lui, e cioè assumendo tutte le responsabilità per quella sciagurata gestione del caso internazionale.

Il premio? Una poltrona per la sua compagna, che così diventa prefetto in una piazza strategica come quella milanese.

Un anno davvero trionfale, quel 2017. A giugno lady Lamorgese viene nominata in pompa magna “Socio Benemerito e Ambasciatore Amici del Creato”, nel corso della “Giornata Mondiale dell’Ambiente” promossa e organizzata dalla Fondazione “Sorella Natura”, la corazzata partorita dal largo ventre dell’Opus Dei.

Nata ad inizio anni 2000 per impulso di alcuni banchieri – in prima fila l’ex governatore di Bankitalia Antonio Fazio – nel corso del tempo la Fondazione è andata popolandosi di vip della finanza, appunto, degli affari, della magistratura, del giornalismo, dell’imprenditoria: insomma un autentico gotha nel quale, due anni fa, entra a vele spiegata anche il prefetto Lamorgese. Ottimo e abbondante.

 

ESTERI SENZA LINGUA

Passiamo all’altro tassello strategico, gli Esteri, affidati nelle mani di Luigi Di Maio. Sorge subito spontanea la domanda, anche stavolta alta come un grattacielo.

Quale credibilità internazionale può avere l’Italia e come potrà mai godere di una minima autorevolezza quando a presentarsi sarà l’ex steward allo stadio San Paolo che – a meno di corsi accelerati intrapresi negli ultimi mesi – non spiccica due frasi in alcuna lingua?

Quale esperienza internazionale ha nel suo bagaglio politico e culturale? Boh.

Ma leggiamo le ultime settimane. Mai avrebbe voluto l’apertura della crisi, meno che mai la trattativa con il Pd.

Di Maio con Beppe Grillo

Sognava la premiership offertagli su un piatto d’argento dall’amico Matteo (Salvini), rimpiange anche la precedente offerta sempre arrivata dai leghisti: un amore che ancora gli apre una ferita nel cuore.

E’ stato capace di massacrare il movimento 5 Stelle, facendone dimezzare i consensi (dal 34 al 17 per cento) in un anno, rendendolo lo strapuntino della Lega.

C’è voluto solo il ritorno (benedetto) in campo di Beppe Grillo per mollargli due ceffoni e riprendere in mano il partito: altro che i 10 o 20 punti alla Standa!

Come fanno i bimbi con i giocattoli, ne voleva due, fare il vice di Conte e avere un dicastero pesante. Ha dovuto ingoiare il rospo del voto sulla piattaforma Rousseau e, soprattutto, l’intesa con il Pd che – nonostante lui – andava fisiologicamente formandosi.

Nel suo ultimo bestiario – per citarne solo una – fa spicco la frase più sciocca che un politico possa oggi dire: tra destra e sinistra non c’è alcuna differenza, sono finite le ideologie. Giustamente nota Domenico De Masi come una frase del genere possa essere pronunciata solo da uno di destra e/o con una cultura politica praticamente pari a zero.

Capito, mister Farnesina?

 

ECONOMIA, SI VOLA SULLE ALI DALEMIANE

Eccoci al tassello per certi versi più importante di tutti, perché riguarda i prossimi destini economici del Paese e la possibilità di ridar fiato ad un tessuto produttivo massacrato negli ultimi anni, ben compresi quelli dei governi centrosinistri.

Dopo un toto nomi da far girar la testa (impreziosito da quello di Lucrezia Rechlin, che sarebbe stata la scelta di gran lunga migliore), eccoci in presenza di un politico di medio-lungo corso, l’europarlamentare PD e docente di storia dell’economia, Roberto Gualtieri.

Stefano Patuanelli

Esordi addirittura nella Fgic, dalemiano, quindi il consigliere più ascoltato di Stefano Fassina, il cui nome – forse per scherzo – è da alcuni stato evocato in questi giorni proprio per la poltrona dell’Economia. Invece c’è il suo nume.

Il nome di Gualtieri ha fatto capolino nei principali think tank che un tempo contavano a sinistra, ossia Italiani Europei ispirato da Massimo D’Alema e Vedrò griffato Enrico Letta.

Hanno contato non poco, per la scelta, i rapporti che ha saputo tessere negli ultimi anni, soprattutto a livello europeo. Un asse, di certo, con il probabilissimo Paolo Gentiloni commissario Ue.

Riuscirà nella titanica impresa ereditata dal povero Giovanni Tria?

 

SCACCHI E TESSERE IN CAMPO

Restando in campo economico. Saprà gestire la patata bollente delle centinaia di crisi aziendali esplosive il neo titolare dello Sviluppo Economico,  Stefano Patuanelli? L’ingegnere sembra uno dei meglio attrezzati, tra le fila pentastellate. Ma non sarebbe stato più logico il nome di Lorenzo Fioramonti, invece catapultato all’Istruzione?

Mentre lo stesso Patuanelli avrebbe potuto certo fare quello che Danilo Toninelli non si è mai sognato alle Infrastrutture e Trasporti, dove invece il Pd ha piazzato la sua vicesegretaria  Paola De Micheli. Il cui nome, invece, avrebbe potuto meglio figurare, nell’organigramma governativo, proprio allo Sviluppo Economico.

Una sorta di gioco dei tre cantoni. O a scacchi, con diverse pedine non ben piazzate al loro posto.

Lorenzo Fioramonti

Giustizia, altra poltrona bollente. Non è stato toccato Alfonso Bonafede, del resto legato da vincoli di profonda e storica amicizia con il premier Conte. Nel precedente esecutivo gialloverde, comunque, la performance del Guardasigilli non è stata certo da incorniciare: qualcuno vede all’orizzonte la lontana sagoma di una giustizia più giusta, più rapida ma soprattutto fatta di fatti e non di parole? Neanche l’ombra più sbiadita. Sarebbe stato certo più opportuno cambiare radicalmente la cabina di regia. Un grave errore.

Alla Difesa – un altro dicastero pesante – va il renziano Lorenzo Guerini. Neanche in questo caso la scelta pare delle più azzeccate. Un uomo di apparato. Certo, Elisabetta Trenta non poteva essere riconfermata per i tentennamenti continui e le stucchevoli triangolazioni con Salvini e Toninelli sul fronte dei porti.

Riemerge dagli scantinati di Liberi e Uguali Roberto Speranza, che occupa una poltrona non da poco, la Sanità. Niente o quasi ha combinato Giulia Grillo, confusionaria a partire da uno dei nodi più complessi, quello sui vaccini. Sta ora a vedere cosa riuscirà mai a fare Speranza. Incrociamo le dita e affidiamoci alla dea bendata.

Buona la conferma di Sergio Costa all’Ambiente. Ha fatto quello che poteva, con la guardia stretta piantatagli addosso dai leghisti. Ora potrà agire meglio, e cercare di raggiungere gli obiettivi focali: lotta ai roghi nella Terra dei Fuochi, ai crimini ambientali, una politica vera contro abusivismi e scempi d’ogni sorta, un percorso finalmente chiaro per quanto concerne i rifiuti. C’è tanto da fare e l’ex vertice della Forestale ha i numeri per andare a segno.

Torna sul luogo del delitto, ossia la Cultura che ha già gestito, Dario Franceschini. Non senza una caterva di polemiche, infatti, la sua precedente esperienza governativa, sulla quale pesavano anche alcuni conflitti d’interesse, visto l’impegno politico della consorte in Campidoglio. E ora, tra i punti del maxi programma di governo, alla fine è spuntato anche il filone sull’“abbellimento” di Roma.

Lavoro, una casella che tutti hanno dimenticato. Eppure, un tempo, era strategica. Ora va ad una grillina che pochi addetti ai lavori – è il caso di dirlo – conoscono. Si tratta della pentastellata Nunzia Catalfo, nel cui pedigree spicca una ciliegina: aver lavorato, per anni, sul progetto del reddito di cittadinanza. Come dire: ora i 5 Stelle fanno quadrato per mantenere in vita – e dar fieno – al loro cavallo di battaglia, che fino ad oggi ha corso poco. Staremo a vedere se comincia a galoppare.

 

UN PROGRAMMA EXTRA LARGE

Poche note a proposito del programma, sul quale torneremo nei prossimi giorni.

Megagalattico, da 10 poi a 25, quindi a 26 punti, riassunti in poche, striminzite righe ciascuno. L’universo. Come talvolta si dice, a tradurne in pratica anche un quinto ci sarebbe da esultare come dopo la conquista di un Mundial.

Di tutto e di più, peraltro senza specificare un minimo su quali basi finanziarie realizzarlo. Un libro di sogni e di ottime intenzioni, che oggettivamente chiunque avrebbe potuto realizzare con un copia incolla dai vademecum delle migliori – e perfettamente condivisibili – utopie. Facciamo solo qualche esempio.

Giuseppe Conte

Giustizia. Si punta alla “riduzione drastica dei tempi per la giustizia civile, penale e tributaria”. Qualcuno pensa il contrario? In che modo non viene nemmeno accennato.

Autonomia regionale. Viene scritto di “autonomia solidale”. Come si traduce in realtà?

Opere pubbliche. “Realizzarne di nuove e riammodernare quelle esistenti”. Un temino da quinta elementare. Il Tav? Tutto il resto?

Rai. Si parla di “riforma radiotelevisiva” da mettere in campo “per garantire indipendenza e autonomia”. Se ne parla da decenni, auspicando il modello Bbc. E poi, qualcuno è a favore di non indipendenza e non autonomia?

Last but non least, il taglio dei parlamentari, cavallo di battaglia dei 5 Stelle e costantemente evocato da Di Maio in queste bollenti settimane; accettato dal Pd.

Ma si rendono conto, lorsignori, che è una boiata pazzesca? Un autogol da antologia? Lo voleva Licio Gelli nel suo Piano di Rinascita: lo vogliamo adesso noi per risparmiare 56 milioni di euro (una coscia di Cristiano Ronaldo) e mutilare per sempre la democrazia?

Ai confini della realtà.

Possibile sperare in un contro colpo di sole post agostano?

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