Lascia o raddoppia?

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Martedì 27 Agosto, ore 11, niente rendez vous Zingaretti-Di Maio. Dal Movimento 5Stelle legittimano lo stop con i tentennamenti del Pd sulla richiesta di confermare Conte presidente del consiglio del governo in fieri. Dal Pd: passi per Conte, ma che Di Maio chieda per sé il ruolo di vice premier e di ministro dell’Interno, è oltre ogni umana tolleranza. Così non si va avanti, meglio il voto. All’idea di far saltare tutto i Cinquestelle rispondono che non è vero, Di Maio non avrebbe chiesto il ministero dell’Interno.  Quiz popolare:  chi rema contro?

Tensione per il count down

che precede l’ora ics

Manca un tassello al progetto democratico di rispedire Salvini, la Lega, il sovranismo, nella palude degli effluvi mefitici. Anzi sono due gli step incompiuti. L’esito del più importante è in retta d’arrivo, sempre che il duello politico di fioretto con in pedana Zingaretti e Di Maio, non degeneri in assalti alla sciabola, con feriti più o meno gravi. Secondario, ma promettente tema è l’iter giudiziario che incombe sul tracotante ‘capitano’ del Carroccio, chiamato a rispondere dalla magistratura di sequestro di persona, per aver impedito lo sbarco di migranti e del personale delle navi salva vita, e della querela sporta da Carola Rackete, capitana della Sea Watch, vittima di ripetuti insulti, volgari e sessisti.
In attesa che giustizia sia fatta, siamo costretti a subire le velenose esternazioni del “ce l’aveva duro”, che politicamente incapace qual è, si è incartato, probabilmente debilitato dall’insolazione in quel di Milano Marittima, dove è incappato nell’aborto della dichiarazione di guerra conclusa con l’apertura della crisi. Con lo sguardo appannato, come accade ai pugili rintronati da uppercut al mento, il defenestrato vice premier si è dato a farneticazioni in sequenza. Ha minacciato di mobilitare la piazza, ha provato a screditare il tentativo di metterlo fuori gioco con l’accusa a 5Stelle e Pd di aver tramato alle sue spalle subito dopo le elezioni europee. In pratica un autogol. Ma come, uno stratega del suo livello, non accorgersi di quanto accadeva e, peggio, agevolare il ‘nemico’ con l’apertura della crisi, prodromo della trattativa per il governo giallorosso?
Certo, non è stata ancora scritta la parola fine al laborioso contrattare di Zingaretti e Di Maio, ma c’è già da stupirsi per l’ingaggio offerto a Conte, che nel guazzabuglio di disastri combinati dal sodalizio gialloverde, si è tirato fuori con una mossa da consumato interprete di furbizie istituzionali con la feroce arringa contro Salvini, che ha calamitato l’entusiasmo dei grillini frustrati per la sudditanza al coinquilino di palazzo Chigi, e la simpatia dell’Europa anti sovranismo.
E così per il faccia a faccia 5stelle-Pd, momento clou della trattativa per uscire dalla crisi, Di Maio si è presentato con il premier dimissionario, neofita della politica e soggetto passivo nel rapporto di subordinazione al vice leghista nei 14 mesi del contratto. In questo Paese dell’apparire, evidentemente basta un bel portamento, leggere fingendo che sia farina del proprio sacco quanto ha scritto il portavoce, la galanteria di baciare la mano alle signore della politica e un pizzico di spavalderia, per diventare l’uomo del giorno, l’asso nella manica  di un Movimento incapace di esprimere un proprio candidato a guidare il governo, nascente tra non poche difficoltà. Giornata calda questo 27 Agosto, che nella mediocrità complessiva del sistema politico italiano, registra la vittoria con punteggio tennistico del Matteo dem, con tutte le incognite di questo dato di fatto.
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