Apri, se la fortuna bussa alla porta

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Opportunismo, nell’autorevole interpretazione dell’impeccabile dizionario Treccani: “Comportamento per cui, nella vita privata o pubblica, o nell’azione politica, si ritiene conveniente rinunciare a principî o ideali, e si scende spregiudicatamente a compromessi per tornaconto o comunque per trarre il massimo vantaggio dalle condizioni e dalle opportunità del momento (l’ambizione ha troppo spesso condotto al più basso opportunismo, Gramsci)”.
Che altro è il je accuse di Conte al morituro Salvini? Gli strateghi del deludente grillismo, clamoroso esempio di incoerenza tra promesse e mantenimento delle stesse, hanno strumentalizzato l’aspettativa del premier di sopravvivere allo tsunami della crisi per liquidare l’ingombrante compagno di un viaggio turbolento, in un mare sempre tempestoso, con al timone un nocchiero despota, legittimato per colpevole sudditanza a dettare le rotte di una traversata tutta sbilanciata per catturare consensi toccando le corde populiste, sovraniste, del popolo di razzisti latenti, gli egoismi settoriali, lo scontento legittimo per la deriva economica  e sociale del Paese. Mediatore dell’operazione, che ha messo fine all’agonia di Salvini, l’abile e insonne manovratore Casalino, nella notte precedente la crocefissione del leghista gomito a gomito con il premier per la stesura delle ‘comunicazioni’ non  caso strutturate con un netto punto e a capo, a separare la feroce arringa  contro il ‘capitano’, fitta di epiteti spregiativi, poco consoni alla dignità di Palazzo Madama, dall’elencazione di temi da candidato a un premierato bis. Alias opportunismo
L’Italia democratica esulta. Fino a quindici giorni fa era pura utopia liberare lo scenario politico dai pericoli del sovranismo. Il timore diffuso aveva motivo di crescere per la terrificante prospettiva dell’irrefrenabile spadroneggiare di Salvini. Ora che è caduta la testa del bisonte infuriato, ridotto a mansuetudine e chissà come la prenderanno i fanatici del  ‘celodurismo’, sarebbe anche ora di chiedere a Conte  e Di Maio “Ma dove eravate, quando il vostro aguzzino ha chiuso i porti e impedito il salvataggio di centinaia di migranti morti nel Mediterraneo, dove quando è passato il decreto bis sulla sicurezza, dove quando il ministero dell’interno ha insultato con ingiurie sessiste e la comandante della Sea Watch, quando ha ignorato episodi di neofascismo, di razzismo, quando, come ha Morra, in senato ha fatto esplicito riferimento ai riti pseudo religiosi dei mafiosi, rivisitati da Salvini, eccetera, eccetera.
Chi c’è sul banco degli accusati? Certo, l’Italia dell’inconsapevolezza, l’incredibile incoscienza di luoghi del Sud ipnotizzati dal piglio ducesco del ‘capitano’. Mancano le requisitorie nei confronti delle responsabilità di ben altro calibro, dei soci del vice premier valpadano. In 14 mesi, Di Maio e i suoi grillini solidali, gratificati dal ‘capo politico’ con incarichi  inadeguati alla loro condizione di dilettanti allo sbaraglio, sono diventati progressivamente vittime sacrificali del lupo mannaro Salvini. Ma l’inevitabile decrescita percentuale di ‘like’ degli italiani non avrebbe portato alla separazione in casa senza la provvidenziale cavolata del ministro dell’Interno, che su di giri per la consapevolezza di imporre il sovranismo leghista ha decretato la fine del sodalizio: Era convinto di andare al voto e di mollare i grillini per governare in solitudine o al peggio in compagnia di Berlusconi e della Meloni.
In Pd è in ambasce e non è una novità, considerata la miscela disomogenea di componenti, insomma di correnti che restano insieme per quieto vivere, ma nei fatti in conflitto. Sembra che non abbiano sentore del toc-toc alla loro porta della dea fortuna. Senza di lei quando mai questo Pd avrebbe sognato di neutralizzare la sciagura del salvinismo? Ora, che il “nemico” sembra aver fatto harakiri, salta fuori il dubbio amletico e di difficile comprensione: governo giallorosso o voto subito? Su la Repubblica Gad Lerner avanza seri dubbi sulla tesi di una scelta di lungo termine. Dice che per i dem, reduci dalla bruciate sconfitta delle europee, tornare forza di governo è prematuro. Non c’è traccia nel suo ragionamento la possibilità che i possibili partner nella trattativa con il Pd sarebbero in evidente svantaggio.
Fra molti segnali arrivati dagli scanni di Palazzo Madama, e dai microfoni aperti di ieri, i grillini hanno caparbiamente ripetuto di non aver paura del voto. È la conferma che lo temono.
Ha ragione Zingaretti, ha ragione Renzi. Il segretario, per trattare con i 5Stelle, pretende che ammetta il suo fallimento dei 14 mesi pre crisi e che il governo della nuova coalizione nasca con fondamenta solide, obiettivi chiari, per durare fino alla fine della legislatura e il no a un Conte bis. Renzi cancella l’alibi di Di Maio (mai con Renzi) e dichiara “Non mi candiderei a fare parte della coalizione giallorossa”. Non assumersi l’onere dell’opera di restauro della democrazia calpestata da Salvini, per sanare il vulnus di un’economia imperfetta, è anche possibile, non auspicabile. Rimetterebbe in gioco Salvini, che per il voto subito per ora ha scommesso e perso.
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