Anni ’50, Peter Van Wood: “Ho giocato tre numeri al lotto…”.

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Il contabile della  banca “X, a sera, alla chiusura degli sportelli per il pubblico, impegnato a far quadrare i conti del dare-avere di giornata, scopre un ammanco di “Y” euro. Se non vuole rimetterci di tasca sua, azzera  tutto e con pazienza ripete il conteggio, fino a trovare l’errore.
Il consiglio al  Pd, che naviga all’interno della crisi di governo con scelte oscillanti tra “al voto subito”, in nome della chiarezza e la tentazione di sottrarsi alle incognite delle elezioni in tandem con il grillismo degli gli ex nemici per la pelle, il consiglio è di emulare il ragioniere bancario e di ripartire da zero. I conti dei dem non tornano, a prescindere dall’amletico dubbio sugli sbocchi della crisi.
Zingaretti e compagni alle 10 del mattino giurano in coro “Mai con i 5Stelle”, alle sedici del pomeriggio sono possibilisti “Perché no, un governo con i grillini, ma con un programma chiaro, dettagliato, onnicomprensivo”. All’ora di cena, imbeccati dal redivivo Prodi, il futuro teorizzato sarebbe “l’interessante ipotesi di una soluzione tedesca, molto simile al progetto renziano del “dentro i moderati, che si vince così. ”
A tratti è in emersione la linea dell’ottimismo, sostenuto dall’immagine di un Salvini finto arrogante, che maschera malamente il terrore di uscire di scena. Il piglio elettoralista dei dem nasce dal presupposto che se il 40% del Pd a guida Renzi è crollato in un amen, anche il 38% di Salvini può dimezzarsi o peggio, perché le batoste subite in questi giorni  potrebbero scoraggiare lo strano miscuglio di italiani che lo hanno adottato per disperazione. In contrapposizione, il manipolo dei dem che tifa per un arduo, ma rapido ritorno al  protagonismo politico del partito, dimentica di aver massacrato Renzi per il suicidio del referendum costituzionale e sposa la sua sollecitazione al sodalizio con i 5Stelle.
Zingaretti staziona a metà del guado, posizione incompatibile con la  l’importanza della posta in palio. Dell’inopportuno equilibrismo, per restare ai tempi della cronaca, profitta l’autorevole dem Francesco Boccia, che censura la segreteria per la decisione prematura di aderire al  progetto di un nuovo governo con il Movimento di Di Maio. La definisce ‘un tragico errore, per eccesso di protagonismo’, che ha concesso ai 5Stelle una centralità enorme.  Lo stesso Boccia,  che all’indomani del voto del 4 marzo era favorevole a intese con i 5Stelle e che continua a ritenere un grave errore politico di Renzi e Di Maio la rottura del 2018 senza neppure un confronto,  ritiene che oggi il dialogo si può costruire “ma dopo il voto, se non c’è una maggioranza” (maggioranza del Pd da solo?, ndr). Parole di Boccia,  identiche per qualunque esponente del Pd: “O si sta con il lavoro, l’equità, la giustizia sociale o si sta con le destre per i dazi e contro l’Europa. Non c’è una via di mezzo e chi la cerca comprando tempo attraverso la gestione del potere, commette un grave errore politico. Diventa necessario capire chi vuole rappresentare cosa, tanto che oggi ci sono le stesse possibilità del 1996 quando tutti davano per vincente Berlusconi, ma vinse a sorpresa Prodi”. Che dire, sperare  non costa niente, neppure illudersi che questo Pd delle incertezze possa ottenere a future elezioni il 51% dei consensi.
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