Renzi: sfida a Zingaretti? O un assist ai magistrati?

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Solo gli stupidi non cambiano idea. Così recitava il vecchio adagio. O forse lo diceva Woody Allen. Comunque, ci sta.

Ci sta che Matteo Renzi sia tornato in Parlamento dopo aver detto che in caso di default al referendum si sarebbe ritirato a vita privata.

E ci sta pure che, nonostante la mancata promessa, in un momento delicato per il Paese come quello attuale smetta l’atteggiamento da senatore defilato tenuto finora e decida di riprendersi la scena.

Quello che però nemmeno i più irriducibili renziani riusciranno a mandar giù è la mano tesa di oggi ai 5 stelle di Luigi Di Maio, che in questo scorcio di legislatura proprio all’ex sindaco di Firenze non hanno risparmiato palate di fango, un giorno sì e l’altro pure.

Ma crede davvero, Renzi, che la memoria degli italiani (e dei suoi) sia talmente corta da dimenticare che era stato proprio lui a frenare qualsiasi ipotesi di alleanza 5 stelle-PD, l’autentica linea Maginot su cui stava per consumarsi l’ennesima scissione dei Dem?

E qualcuno potrebbe mandar giù senza fiatare la risposta   data a Maria Teresa Meli del Corriere sul fatto che l’appello per il governo di “salvezza nazionale” sarebbe rivolto “a tutti” e non solo ai pentastellati, pur essendo evidente che la maggioranza in Parlamento ce l’hanno i grillini?

Chiaro che tutto questo un politico consumato, qual è Matteo Renzi, lo sa benissimo.

Per interpretare le ragioni della sua fuga in avanti, allora, si dovrebbe guardare oltre.

La prima scelta potrebbe essere quella che abbia voluto lanciare la sfida finale a Nicola Zingaretti, il quale avrebbe abboccato, come previsto, e chiamato l’Huffington per declamare la sua scelta di segno completamente opposto: no ad alleanze coi grillini e subito al voto.

Poi potrebbe esserci dell’altro: se è vero come è vero che il governo gialloverde sarebbe crollato, per volontà di Matteo Salvini, sulla riforma-non-riforma della giustizia che stava per essere partorita da Alfonso Bonafede. E se è vero che la regia del “nuovo” ordinamento giudiziario portava la firma non solo degli ottantasei magistrati distaccati dal CSM in Via Arenula (la maggior parte dei quali all’Ufficio Legislativo), ma anche di un vertice superiore, una “cupoletta” interna a Palazzo dei Marescialli, la stessa che ha autorizzato i distacchi (e che potrebbe ovviamente anche revocarli). Una riforma della magistratura, insomma, fatta da magistrati per  i magistrati. E al diavolo il potere legislativo del Parlamento, nel cestino dei rifiuti la sovranità popolare.

Fonti molto vicine alla Lega – ma l’altra sera al TG3 Notte anche un cronista del Fatto – dicono che a quel punto la misura, per un Matteo Salvini più volte impallinato dalle toghe nel momento della sua massima ascesa politica, era davvero troppo.

E Renzi? Non ne sapeva qualcosa anche lui, uno che ha visto inciampare il referendum della sua vita nei depistaggi del caso Consip? Certo che lo sapeva. Però, adesso che il vento dei tribunali comincia a girare dalla sua parte (vedi la valanga di querele, di cui già qualcuna vinta, contro presunti diffamatori), potrebbe essere arrivato a più miti consigli. Si faccia un bel governicchio di garanzia. Con dentro il taglio dei parlamentari (cioè dei rappresentanti dei cittadini) e poi… poi da cosa nasce cosa. E alla fine, dai e dai, ci potrebbe arrivare pure un sì alla riformina Bonafede-Davigo. Why not?

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