180 sì: Pd, Bonino, Fi, Fdi. 180 no ai 5Stelle. Goleada di Salvini

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Tutti al mare, tutti al mare, a mostrar le chiappe chiare…Non quelle di Salvini,  perché  si è giàabbronzato in quel di Milano Marittima con il figlio centauro su moto della Polizia.
Le 13 di questo maledetto 7 agosto, è l’ora ics del “sciogliete le file” di Palazzo Madama, l’ora di una tragedia all’italiana che annuncia disastri di incalcolabile portata per questo nostro Paese piegato in due, prono, in ginocchio, ai piedi del truce Salvini, ministro dell’Interno, vice premier e capo in testa del razzismo leghista. Ma non è solo l’invasione barbarica di Matteo Attila, alla testa di un’orda di Unni, che per una volta eleggiamo a protagonismo di giornata.
Molto più attuale è l’auto crocefissione del manipolo di dem, che al completo sbando, senza speranza, hanno “regalato” al presunto nemico i voti per bocciare la mozione anti Tav dei 5Stelle. I grillini gridano “traditori”, “complici”, ai dem, al Pd, oramai palesemente ridotto a una truppa di dilettanti allo sbaraglio, che  ha mascherato il sì al Treno ad Alta Velocità con motivazioni surreali, per nascondere il vero scopo del favore a Salvini e cioè il terrore di una frana di maggiore consistenza nel consenso delle regioni e delle imprese  del Nord, ormai ai minimi termini. Ora Zingaretti e  compagni (si fa per dire, compagni) chiedono chiarezza, che Conte vada in aula per capire se la faglia sismica della maggioranza preluda a un crisi di governo. C’è da chiedersi: “Quale vantaggio trarrebbe il Pd dalla fine del governo gialloverde?” e soprattutto dopo lo sciagurato incidente di percorso del sì Tav e il “no” alla mozione pentastellata? Previsioni per nulla azzardate di un nuovo insuccesso hanno solide basi. Questo Pd è in caduta libera, arcipelago di satelliti a dimensione insignificante alla sua sinistra, che persegue la stolta filosofia del “fuori dal Pd purché esistiamo, anche se a dimensione minimale” e sottrae un paio di milioni di voti alla possibile competizione con la destra. Zingaretti si arrabatta tra l’anima moderata del partito e timide spinte per il ritorno a forza popolare, al lavoro politico tra la gente, a fianco della classe operaia, di tutte le fragilità sociali. Il caos tutt’altro che calmo in cui si dibatte il partito democratico ha tinto di blu la cartina di tornasole per l’accertamento della sua inconsistenza politica e ha rivelato che come ogni altro partito rappresentato in Parlamento teme lo sconquasso dell’esecutivo, il ricorso prematuro alle urne. Nella compagine di deputati e senatori domina la paura di una nuova competizione senza garanzia di rielezione. Tra le voci discordi si distinguono, giusto per accrescere il disordine interno al Pd quelle di Zanda e Calenda, con un velleitario “Bisognava uscire dall’aula”, evidente tentativo, gratuito, inutile, ambiguo di star  fuori dal coro. Il Pd, a prescindere dall’incertezza permanente sulle ragioni del sì o del no al Tav, aveva un’opportunità unica per aprire una breccia nel finto ‘volemose bene’ dell’alleanza Lega-5Stelle e lasciare che si scannassero definitivamente, ciascuno assumendo l’impossibile onere di giustificare con i propri elettori l’insanabile frattura del fronte gialloverde.
Ora l’imputazione ai due Dioscuri di non  essere più maggioranza non porta al Pd neppure un voto, anzi lo espone all’eventualità da più parti prevista di un nuovo balzo in su del consenso a Salvini e del possibile    esito della crisi con la nascita di un governo di destra condiviso da Forza Italia e se occorresse da  Fratelli d’Italia. Ovvero, dalla famosa padella all’altrettanto celebre brace, come preconizza Salvini.
L’assurdo di giornata: bocciata con  181 “no” la mozione M5S, promosse tutte le altre a favore dell’opera.  Anche più assurdo è che siano stati decisivi i 180 “sì” a quella del Pd, i 181 della Bonino, i 181 di Fratelli d’Italia, i 182 di Forza Italia: una micidiale, esplosiva  miscela interpartitica.
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