TAV & MAXI INCIUCIO / NASCE IL GRANDE PARTITO DEGLI AFFARI

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La maggioranza parlamentare è favorevole a consegnare gli appalti per l’Alta velocità alle mafie.

Il Grande Partito degli Affari vince, sfonda e apre le porte a cosche & clan che non aspettavano altro: l’ok finale al TAV, il disco verde alla maxi opera su cui hanno da sempre puntato, con ‘ndrine e non solo pronte a schierarsi compatte per lanciarsi tra palate milionarie.

Alla faccia della legalità, della trasparenza, delle minime regole della concorrenza e del mercato, del rispetto per l’ambiente.

Chissenefrega. Il Partito Unico degli Affari ha pensato bene di ossigenare le casse delle mafie, da tempo in attesa di quella manna che si chiama Alta velocità.

Matteo Salvini in Parlamento nelle ore calde del voto TAV.

Come mai nessuno, tra le fila della Lega, del Pd, di Forza Italia e di Fratelli d’Italia si accorge che le mafie esistono, sono già strapotenti e non aspettavano altro? Non sanno, lorsignori, che il tumore della malavita organizzata ha già creato le sue malefiche metastasi al centro nord da vent’anni a questa parte e che il business targato TAV è il propellente giusto al momento giusto?

Perché non una parola, non un cenno al vero, grande pericolo che l’Italia corre, in una folle impresa suicida, quella di consegnarsi del tutto agli strapoteri mafiosi? E tutto questo qualcuno riesce a farlo sapere ai distratti (nel migliore dei casi) parlamentari europei?

Lo abbiamo scritto qualche giorno fa. La miglior sintesi l’ha fornita un cittadino della Valsusa che, intervistato per 5 secondi dai Tg Rai, ha avuto appena il modo di affermare: “Ma lo sanno i nostri parlamentari che qui non si muove foglia che la ‘ndrangheta non voglia?”. Perfetto. E’ questa la situazione.

Ma ‘O Sceriffo Matteo Salvini se ne frega. Tanto lui le mafie le stritola da solo, con le sue mani. Come ha fatto con una villetta dei Casamonica a bordo di una ruspa, come farà gonfiando il petto quando trascorrerà il suo ferragosto di lavoro a Castelvolturno per dar la caccia a migranti e casalesi. Basta lui, il Nembo kid del Viminale per terrorizzare cosche, clan e ‘ndrine e riportare l’Ordine nel nostro sciagurato Paese.

 

LA SCENEGGIATA “COSTI-BENEFICI”

Partiamo dalla autentica sceneggiata alla napoletana su “costi e benefici”.

Sorge subito l’interrogativo: se sappiano bene che i soldi finiranno in gran parte nelle casse mafiose, di cosa stiamo parlando? In quale “voce” collochiamo i subappalti, il movimento terra, il calcestruzzo, il pietrisco che sono un diretto appannaggio delle imprese mafiose?

Abolita anche l’Anac, chi mai effettuerà lo straccio di un controllo? Libertà quindi assoluta di subappalto alle sigle colluse, contigue, o anche emanazione diretta degli uomini di rispetto, in grado di presentare, attraverso il facile gioco dei prestanome, certificati antimafia immacolati. Come, per fare un solo esempio, è appena accaduto con il ponte Morandi di Genova i cui lavori non sono ancora iniziati!

Quindi la storia “costi-benefici” nasce già taroccata fin dall’inizio, e non ha alcun senso parlarne. Quando anche si volesse farlo, c’è un macigno altrettanto grande sul percorso TAV: quello dell’impatto ambientale devastante in Valsusa, dei danni che verranno provocati al territorio, delle ferite che saranno inferte. Come lo calcoliamo, questo “costo”?

I benefici? Un quarto d’ora in meno di percorso per le merci. Un po’ di spiccioli che arrivano dalla Ue tanto per darci la mancia. E la Francia che gongola alla faccia nostra.

Il lavoro, l’occupazione? Con opere mille volte più utili, sul serio, per il sistema dei trasporti (regionali) e per i cittadini, per i pendolari trattati come merci, è il caso di dirlo, si dà eguale se non maggiore occupazione.

Ma lorsignori, dalla Lega al Pd passando per Forza Italia e FdI, se ne fottono: perché stanno lavorando alla costruzione del Grande Partito degli Affari e degli Appalti. Finalmente hanno trovato un cemento con il quale consolidare la neo formazione. Vergogna.

 

CORRUZIONI AD ALTA VELOCITA’

Ma torniamo al vero bubbone, quello delle mafie da tutti messe in naftalina, dimenticate, oscurate anche dai media che sul TAV hanno regolarmente ignorato la realtà dei fatti.

Soleva raccontare Ferdinando Imposimato, il grande magistrato, sempre in prima linea contro i poteri mafiosi. “Per forza i media, sia giornali che televisioni, non parlano di Alta velocità: perché i loro editori sono dentro gli stessi business del Tav”.

Il libro di Ferdinando Imposimato e Sandro Provvisionato

Una mosca bianca della politica a lottare, in modo rigoroso e stra documentato, contro i progetti dell’Alta velocità, Imposimato. Abbiamo diverse volte ricordato la sua battaglia nella Commissione Antimafia, quando a metà anni ’90 (era un senatore del Pds) presentò una coraggiosa relazione di minoranza in cui venivano dettagliate tutte le magagne politiche, le corruzioni che già avanzavano, le connection mafiose. Una relazione che ovviamente non passò (ma resta nella storia parlamentare) anche perché furono gli stessi Pds ad affossarla. Proprio come oggi il Pd corre a fianco della Lega e di Forza Italia per il Si Tav.

E gigantesco fu lo sforzo dello stesso Imposimato e di Sandro Provvisionato (il padre di “Misteri d’Italia”) per scrivere, esattamente 20 anni fa, metà 1999, il più forte j’accuse contro il TAV, un libro che OGGI tutti dovrebbe leggere per capire come nasce il grande imbroglio, “Corruzione ad Alta Velocità”.

Ci sono tutti gli ingredienti del caso, tutti gli esplosivi elementi della stratosferica combine. Il ruolo giocato dall’IRI e da Romano Prodi per il decollo, le “imprese di partito” arruolate, gli accordi con le mafie, e anche le non-inchieste. Ossia le inchiesta avviate e poi insabbiate. Due in particolare, all’inizio, quella romana e quella milanese.

 

INCHIESTE INSABBIATE & DEPISTAGGI

La prima, infatti, viene praticamente scippata alla procura di Roma da Antonio Di Pietro, uno degli ultimi atti prima di abbandonare la toga.

Ha tra le mani, Di Pietro, un inquisito eccellente, “l’Uomo a un passo da Dio”, come lo definiva lo stesso pm, ovvero Francesco Pacini Battaglia. Sta verbalizzando, a Milano, sulla madre di tutte le tangenti, Enimont: ma sa anche moltissimo sull’affaire dell’Alta velocità, Pacini Battaglia.

Antonio Di Pietro

Gioco facile, per Di Pietro, chiedere il fascicolo sul TAV alla procura di Roma per unificare tutto sotto il suo controllo.

Ma il parto è un piccolo tric trac: perché il solito rigido, ruvido pm di ferro si scioglie come neve al sole e indossa i panni del passerotto timido: non cava un ragno dal buco da Pacini Battaglia, il super faccendiere che tutto sa sui maxi appalti pubblici. Non passa neanche una notte in gattabuia ed esce libero come un fringuello.

E’ così che l’inchiesta sull’Alta Velocità muore prima ancora di nascere. Quando invece c’erano tutti gli elementi per impostare una grande inchiesta e un grande processo: il clou, il vero cuore di Tangentopoli. Ma Di Pietro, guarda caso, lascia baracca e burattini e si tuffa in politica. Tutto un caso?

Magistrati che insabbiano e magistrati che scoprono. Pochi lo sanno, ma i primi ad accendere i riflettori sulle prime manovre per l’Alta Velocità sono stati Giovanni Falcone e Paolo Borsellino. Furono loro, infatti, ad ordinare al Ros dei carabinieri e allo Sco della polizia di redigere dei rapporti sui legami tra le imprese di mafia e quelle nazionali, gemellate sul fronte degli appalti. Il dossier del Ros, 890 pagine, titolato “Mafia e Appalti”, fece una minuziosa analisi di quei rapporti.

Il dossier, a febbraio 1991, finì sul tavolo di Falcone che ebbe il modo di lavorarci su per parecchi mesi, incrociando le sue ricerche con quelle di Borsellino. Un lavoro “esplosivo”, che valse il tritolo prima per l’uno e poi per l’altro: a dimostrazione che la pista-appalti era il vero movente sia per Capaci che per via D’Amelio, come da anni denuncia nel deserto Fiammetta Borsellino, figlia di Paolo, che punta l’indice anche contro inquirenti e magistrati che hanno palesemente depistato nelle prime inchieste sulla strage in cui sono stati ammazzati Paolo e la sua scorta.

 

SEMPRE LE STESSE IMPRESE

Un’altra inchiesta, stavolta portata avanti a metà anni ’90 dalla procura partenopea, ha puntato i riflettori sul TAV. Le indagini erano partite da alcune intercettazioni telefoniche intercorse tra un pezzo da novanta di Cosa nostra, il “ministro dei lavori pubblici” di Totò Riina, ovvero Angelo Siino, e alcuni faccendieri napoletani, i fratelli Spiniello, massoni. Un’inchiesta al color bianco, perché guarda caso vi ricorrevano diversi nomi di imprese che erano già nominate nel dossier del Ros e quindi nei documenti su cui lavoravano Falcone e Borsellino. Per fare solo un esempio, ICLA, l’acchiappatutto del dopo terremoto molto cara a ‘O Ministro Paolo Cirino Pomicino. E guarda caso l’uomo ombra di Pomicino, il faccendiere Vincenzo Maria Greco, ha incrociato i suoi compassi per le prime progettazioni dell’Alta Velocità.

Otello Lupacchini

L’inchiesta partenopea sulle piste tracciate da Siino si è poi persa nel nulla, passando al porto delle nebbie, alla procura di Roma. Dove – vedi i destini – era appena partita un’altra inchiesta, affidata al pm Paolo Saviotti. Anche in questo caso implacabili rapporti dei settori investigativi delle forze dell’ordine, un’ordinanza del gip Otello Lupacchini al fulmicotone, una gigantesca radiografia di appalti in mezza Italia ma soprattutto in Campania e in Lazio (ben compreso il TAV), ancora diverse di quelle imprese coinvolte (per la terza volta c’è l’Icla), ma poi il flop. A processo subiscono minime condanne dei pesci piccoli. Il gotha resta sempre, immancabilmente intoccato.

E TAV continua a correre su binari sicuri, divorando palate di miliardi di lire prima e di milioni di euro poi. Una cifra che nel 1999 – ai tempi di Corruzione ad Alta Velocità – era già lievitata a 150 mila miliardi di lire, partendo da una piccola base da 27 mila miliardi di lire secondo l’iniziale project financing griffato Iri.

I primi articoli della Voce sull’affare TAV sono del 1992. E in un’inchiesta del ’93 faceva già capolino il nome di Francesco Pacini Battaglia, l’Uomo a un passo da Dio, dentro un arcipelago di sigle che – per conto delle nostre Ferrovie – avrebbero dovuto “sorvegliare” sulla correttezza dei lavori per l’Alta velocità. Ai confini della realtà.

Ma queste cose il Grande Partito degli Affari non le sa…

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