Silenzi e grida

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Come una delle tre scimmiette di “non vedo, non  sento, non parlo”, lui, stereotipo del terzo elemento tra quelli affibbiati alle bertucce è un esempio di strategica inconsapevolezza e si candida al guinness dei primati per prolungata e anzi permanente capacità di fare il mimo, ovvero di non rispondere a giornalisti, oppositori e perfino ai suoi follower. Silenzio tombale se interrogato su temi che lo vedono implicato in faccende, come definirle, disdicevoli. Il ruolo di ministro sfuggente, di latitante in veste di interrogato, ne fanno il leader dell’evasione, una primula ‘verde’ in continua fuga. Non è che Salvini sia affetto da una forma perniciosa di raucedine, di corde vocali in default, eh no, lui davanti alla web cam di skipe, o alla telecamera dello smartphone, nelle innumerevoli comparsate nel pianeta di televisioni nazionali e locali  strepita, urla,  fa lo spaccone, detta proclami dittatoriali, minaccia, insulta, offende, ma disperde  con le buone o le cattive chi tenta di  strappargli una risposta. Diventa un coniglio solo se messo alle strette. Quando il Parlamento fu chiamato a decidere sulla richiesta di procedere della Procura di Catania (caso Sea Watch) piagnucolò come un bambino colto con le mani nella marmellata e con l’aiuto degli alleati pentastellati se la cavò.  Strilli e strepiti per contestare la responsabilità della trattativa Lega-Putin, poi di fronte all’evidenza l’uscita strategica del “vado in Parlamento a rispondere”. Federica Sciarelli me ha fatto inutilmente un caso da “Chi l’ha visto” e  Montecitorio ne ha perso le tracce. Chi ricorda l’inchiesta sui voli di Stato di cui Salvini ha profittato per il suo tour elettorale in giro per lo Stivale? Mai risposto se non con balle di nessuna credibilità e un mussoliniano “me  ne frego” a chi gli ha posto la questione dei 49 milioni truffati allo Stato o dell’indagato leghista Siri. Si è scoraggiato chi commenta i suoi post sui social con richieste di chiarimento o cenni alle cose scottanti in cui è implicato. In questi casi non  Salvini non solo non risponde, ma  censura, omette, non le pubblica.
Sembra davvero verosimile che nessuno è davvero nella condizione di sciogliere il rebus di costi e ricavi del Tav. Non lo sono gli autori del dossier di cui si è appropriato larga parte del Movimento 5Stelle per dare consistenza al “no”  anticipato in campagna elettorale. Non lo è chi enfatizza i “pro”, ovvero i “sì”. In questo guazzabuglio il Parlamento à chiamato a decidere e l’impari consistenza degli schieramenti contrapposti lascia prevedere che prevarrà il via  all’opera faraonica. Ne è consapevole Di Maio, come poterebbe non esserlo, solo che sappia usare il pallottoliere, ma per non essere tacciato di essere sempre succube dell’alleato Salvini,  finge di rispettare il dettato del  Movimento e presenta un’inutile mozione del “no”. E come spiegare all’opinione pubblica, di suo in totale confusione, il sì dei dem? L’unica ragione di una scelta strategicamente ambigua è di non aggravare la disaffezione al Pd delle regioni forti del  Nord. Ma l’importante, di là  dalle motivazioni vere o no delle due fazioni, conta l’urgenza di liberarsi del dilemma e di occuparsi dell’urgenza di capire se l’Italia meriti ancora per molto di essere s-governata dagli inetti che le urne del 2018 hanno spedito a Palazzo Chigi.
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