SEPARAZIONE O NO, RIFORMA CHE ELUDE IL NODO DEI MAGISTRATI-LEGISLATORI

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C’è un convitato di pietra nel duro scontro in atto fra Lega e M5S sulla riforma della magistratura, “acqua”, come l’ha definita Matteo Salvini, fortemente voluta dal ministro Alfonso Bonafede e dettata a tavolino – secondo attenti osservatori – da quel “partito dei magistrati” che sarebbe da sempre nell’ombra a pilotare l’azione politica dei pentastellati, specie in tema di giustizia.

Quel convitato si chiama “fuori ruolo” e riguarda la principale anomalia, tutta italiana, del nostro sistema giudiziario, che vede le toghe regolarmente artefici di quelle stesse leggi che dovrebbero limitarsi ad applicare, eseguire, secondo la volontà sovrana del parlamento.

Un corto circuito che va avanti da anni, in spregio alla “separazione dei poteri” prevista dalla Costituzione, e che ancora oggi potrebbe essere incredibilmente rinnovata, visto che questo, il principale argomento di qualsiasi riforma seria dell’ordinamento giudiziario, non è nemmeno fra i temi in discussione nel braccio di ferro Salvini-Di Maio.


«In nessun Paese del mondo giudici e pubblici ministeri siedono nelle commissioni parlamentari, o addirittura al Ministero della Giustizia – tuona un avvocato – per elaborare quelle stesse leggi che la loro categoria sarà chiamata ad applicare senza se e senza ma».

Il ministro Giulia Bongiorno. In apertura Matteo Salvini e Alfonso Bonafede

In Italia però succede. Ed accadrà ancora, se la riforma dovesse passare così come è, sia pure con i correttivi richiesti da Salvini e dalla ministra Giulia Bongiorno. «Attenzione – si sbraccia un penalista – qui il punto non sono quei magistrati che si candidano in politica ed esercitano le funzioni di parlamentare, magari per 20 anni, per poi tornare agli uffici giudiziari. No. Qui parliamo dei tanti giudici e pm che ispirano e dirigono l’iter delle leggi in qualità di consulenti o ispettori, a Monte Citorio, nei ministeri o a Palazzo Madama, spesso dietro le quinte, ma non certo immuni dalla naturale tentazione di far sì che le norme preservino in perpetuo le loro straordinarie, esclusive garanzie di intangibilità, collocandoli entro confini di impunibilità preclusi a qualsiasi altro comune mortale sul territorio italiano».

 

L’ESERCITO DEI MAGISTRATI-LEGISLATORI

Sono attualmente 136 i magistrati ai quali è stato concesso dal Consiglio Superiore della Magistratura il cosiddetto “distacco fuori ruolo”, vale a dire la possibilità di svolgere temporaneamente il proprio mandato in altre sedi. Guarda caso, solo 32 fra loro non sono presenti fra Governo e Parlamento come consulenti o ispettori. Gli altri, ben 104, siedono pressoché stabilmente nei luoghi in cui si fanno, si elaborano, si determinano le leggi. Sono decine e decine gli incarichi assunti da magistrati in servizio negli uffici legislativi di Camera, Senato e Via Arenula, come è possibile verificare dalla tabella, resa su dati ufficiali del CSM e pubblicata a pie’ di pagina. Senza contare poi le consulenze occasionali richieste per varie Commissioni parlamentari e non riportate in elenco.

«Quanti sono i magistrati, giudici o pubblici ministeri, che negli ultimi 10 – 20 anni hanno influenzato l’attività legislativa del Parlamento, determinando di fatto l’espropriazione della sovranità popolare a tutto vantaggio di una Casta già di per sé ingiudicabile, intoccabile e sempre più dispotica? E perché – attacca ancora un avvocato – a capo degli uffici legislativi dei Ministeri, come quello ad esempio degli Affari economici, non vengono nominati docenti universitari, avvocati, giuristi insigni, che avrebbero competenze superiori e nessun interesse “di categoria” da tutelare?».

Vediamo allora quanti sono i super-distaccati. Per una toga “dirottata” in Via XX Settembre, ce ne sono 4 alla Farnesina, un altro “di collegamento” in Marocco, analogo quello con l’Albania, e poi uno al MIBACT, un altro all’Ambiente, uno come consigliere giuridico al MISE… fino al clou: la bellezza di 86 magistrati in Via Arenula, la maggior parte dei quali in forza all’ufficio legislativo, cioè intenti ad elaborare le leggi che riguardano la propria categoria, quella dei magistrati, a partire proprio dalla riforma della giustizia penale, civile ed amministrativa.

Il penalista Franco Coppi

“Fuori i magistrati dai luoghi in cui si fanno le leggi in nome del popolo italiano!”. Con questo striscione già qualche anno fa si elevava la protesta silenziosa di avvocati-coraggio e docenti universitari durante i seminari tenutisi a Palazzo di Giustizia, Napoli, per esaminare l’ennesimo bluff, la riforma sulla responsabilità civile dei magistrati varata nel 2015 dall’esecutivo di Matteo Renzi. Il quale, se non altro, ci aveva provato, prima di finire travolto nei torbidi depistaggi dell’affaire Consip.

Altro che fuori! I magistrati sono rimasti tutti “dentro”, nelle stanze in cui si legifera. Senza contare naturalmente le eterne porte girevoli di giudici e pm che si fanno eleggere in parlamento con un partito politico, salvo poi rientrare tranquilli nei ranghi, in caso di non rielezione, alla faccia della fantomatica “terzietà”.

Ma quello della insana commistione fra potere legislativo e potere giudiziario è un tema che oggi nessuno solleva più, nemmeno in questi giorni in cui la “Riformina” del ministro Bonafede rischia di mandare a gambe all’aria il governo gialloverde. Basti considerare che nella sua pur lucidissima e rigorosa intervista ad Annalisa Chirico per il Foglio, un nume dell’avvocatura italiana come Franco Coppi non ne ha nemmeno fatto cenno. Perché? Forse perché è proprio questo il nervo scoperto della magistratura italiana, quel timore di essere allontanati dal luogo deputato alla sovranità popolare dei cittadini, così perdendo quel potere di controllo sulla stessa che ha consentito alle toghe italiane di mantenere privilegi inesistenti per le analoghe categorie in qualsiasi altra parte del mondo?

Forse. In ogni caso, dell’intervista a Coppi dovrebbero fare tesoro tutti coloro che ancora hanno la forza di resistere alla cosiddetta malapianta della Giustizia italiana. E pretendere che vengano attuate, quanto meno, riforme come quelle sul reclutamento e sui controlli, indicate nell’ultimo passaggio del professore Coppi: «Il problema non è la separazione delle carriere, sta da un’altra parte, e riguarda le modalità di reclutamento dei magistrati e l’assenza di controlli dal giorno successivo al concorso». Quanto infine ad “errori” ed “orrori giudiziari”, Coppi è non meno perentorio: «se un giudice vede regolarmente le proprie sentenze riformate in appello e in Cassazione, ne deve rispondere oppure no? E’ possibile che non gli si possa dire: guarda, il penale non fa per te, adesso passi a occuparti di cause condominiali. Un minimo di controllo nel corso della carriera andrebbe ripristinato. I capi degli uffici sono tali non solo per presenziare a inaugurazioni e manifestazioni calcistiche: se sono capi, devono saper comandare».

 

L’ELENCO DEI “FUORI RUOLO” DISTACCATI NEI LUOGHI DEL POTERE LEGISLATIVO

elenco dei magistrati collocati fuori ruolo presso altri uffici o enti aggiornato al 28 giugno 2019

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