Chi tardi arriva, male…

Condividi questo articolo
Come arrivare fuori orario al traguardo di una tappa decisiva per la maglia rosa. Con  evidente anacronismo, il pavido Di Maio, in larga misura responsabile della presa del potere di Salvini, tira fuori gli artigli e contribuisce al caos in cui il governo gialloverde ha ficcato l’Italia. Per più di un anno, lo sconquassato manipolo di dilettanti allo sbaraglio, mandati al governo da un voto di protesta incapace di leggere nel futuro, si è illuso di confermare il successo elettorale correndo a ruota della Lega.
Non ha tardato a manifestarsi l’incazzatura dei delusi tra chi ha votato 5Stelle e creduto nelle promesse di concreta solidarietà con i sei milioni di poveri, di rigore ambientalista (Ilva, Tap, Tav) di moralizzazione della politica. Tra defezioni, espulsioni dei critici interni e voltafaccia degli  improvvisati cinquestelle, il movimento ha assistito passivamente alla ghigliottina che si è abbattuta sul suo tesoretto di consensi, praticamente dimezzati. Nel ruolo di astuta e cinica volpe, Salvini ha pigiato il piede sull’acceleratore e ha imboccato ad  alta velocità la corsia di marcia opposta a quella dell’alleato.  Di Maio e i deficitari componenti del suo cerchio magico sono entrati in letargo, hanno preso schiaffi in faccia dalla Lega e hanno progressivamente attaccato a picconate l’edificio politico che avevano costruito sul tema “finalmente il nuovo di un antipartito proiettato nel futuro”. Il percorso in retromarcia dei pentastellati è costellato di inciampi. Primo fra tutti l’aver affidato il governo della capitale a un’ incompetente, invischiata in rapporti ambigui con uomini  finiti sotto processo e totalmente inadatta a dirimere i nodi di una città divenuta progressivamente invivibile. Di pari gravità le vicende giudiziarie di sindaci grillini e per non farsi mancare nulla gli illeciti delle famiglie Di Maio e Di Battista. Il capo politico pentastellato, sotto attacco di suoi parlamentari e non li ha indotti o costretti alle dimissioni, con atti di insofferenza per la critica interna di Paesi a trazione dittatoriale come la Turchia di Erdogan, la Russia di Putin, la Cina, l’Iran, Israele di Nethaniau. Messo in angolo, alle corde, dal despota Salvini, Di Maio  prova ad uscire dal sonno della subalternità alla Lega, con un gioco perverso di cazzotti in faccia e riconciliazioni, a giorni alterni. E allora no alla flat tax, no strillato al Tav, alle autonomie regionali, alla morte di migliaia di migranti per mancato soccorso in mare e da ultimo il lancio di un missile ad altezza uomo con mira non esplicita, ma ovvia, contro  Salvini e le sue responsabilità per l’insicurezza di Roma, clamorosamente rivelate dalla tragica morte del carabiniere ucciso in pieno centro e per ll’insufficiente presidio della città, dove agiscono impunemente le gang della droga;  ma anche plateali attacchi all’alleato in Parlamento sulla vicenda della trattativa con Putin per ottenere finanziamenti, illeciti, in cambio del via ibera a un’Europa sovranista. Tuto troppo tardi. Il giorno dopo, un ipocrita ‘volemose bene’.
Chi ha ordinato ai due carabinieri di intervenire in borghese, all’appuntamento con i giovani americani? Mille arzigogoli sulla tragedia del carabiniere ucciso in pieno centro a Roma, ma silenzio su chi ha emanato l’ordine di incontrarli.
Condividi questo articolo

Lascia un commento