SALUGGIA / INCHIESTA BOLLENTE SULLE SCORIE NUCLEARI

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Allarme a Saluggia, nel vercellese, dove si trova il principale deposito italiano di scorie nucleari.

Svariati esposti ai carabinieri e, soprattutto, l’apertura di una inchiesta da parte della procura di Vercelli animano la scena. E’ partita quindi la caccia ai fusti tossici certamente sotterrati nell’area ex Sorin, oggi occupata da stabilimenti del settore biomedicale che impegnano addirittura un migliaio di dipendenti, sotto le insegne di LivaNova Site Management.

Sorge immediato un interrogativo: ma i vertici della società sono a conoscenza di quanto si trova sotto i loro piedi, o meglio dei loro mille dipendenti? La domanda è forse retorica, ma sarà il primo nodo che la magistratura dovrà affrontare di petto.

Ricostruiamo la story.

Nel sito esattamente 60 anni fa, nel ’59, venne impiantato il reattore nucleare Avogadro, a scopi sperimentali. Rimase in funzione fino al 1971, poi nel ’78 fu disattivato per diventare deposito nazionale di materiali radioattivi.

Come deposito viene gestito da Fiat Avio, fino al 2002, per poi passare ad Avogadro srl che si trasforma in Avogadro spa, tutte creature di casa Fiat.

Le prime denunce risalgono al 2007, quando un ex dipendente dell’azienda, Carlo Alberto Tirone, segnale nell’area la presenza di fusti tossici. Ossia, in una sua dichiarazione si riferisce all’interramento di molti fusti avvenuto in occasione della realizzazione di un edificio industriale.

Nello stesso anno viene presentata un’interrogazione parlamentare che rimarrà sempre senza risposta.

Dieci anni dopo, siamo nel 2017, Legambiente presenta un dettagliato esposto, in cui tra l’altro vengono menzionate sia le dichiarazioni dell’ex dipendente che l’interrogazione senza risposta.

Passa un anno e Legambiente torna alla carica, presentando un secondo esposto. A questo punto la Procura di Vercelli decide di aprire l’inchiesta, che porta, un mese e mezzo fa, al ritrovamento – effettuato dagli uomini dell’Arpa, l’agenzia ambientale regionale – di alcuni fusti tossici.

Ma ecco l’ultimo colpo di scena. L’ex dipendente Tirone precisa che non è quella l’area esatta su cui indagare. L’area “incriminata” si trova a poca distanza, perché la zona è sostanzialmente suddivisa in due parti.

A questo punto aumentano le preoccupazioni circa il tasso di inquinamento radioattivo nell’area dove si insedia il grosso complesso industriale. Se sono stati trovati fusti già nella zona non sospetta, figurarsi cosa si troverà in quella più sospetta!

L’argomento è stato appena affrontato, il 23 luglio, in seno alla Commissione parlamentare sulle Ecomafie.

A questo punto spetta alla procura di Vercelli dare una forte accelerata ai tempi dell’inchiesta, ordinando al più presto una ispezione radicale nella zona ad altissimo rischio salute.

Verrà effettuata in “tempo reale” o bisognerà attendere i soliti tempi lumaca della nostra sgarrupata giustizia?

 

Nella foto l’area a rischio di Saluggia

 

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