Agnese Borsellino, il coraggio di dire la verità

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Nell’eterno diluvio di retoriche fanfare per l’anniversario di Via D’Amelio (basti pensare alla commemorazione di oggi a Palermo, con Gigi D’Alessio come guest star), questo 19 luglio risuonano altre parole. Parole vere, di forza, di orgoglio, capaci di restituire l’unica dignità possibile alle vittime. Sono quelle di Agnese Borsellino, la moglie di Paolo, che qualcuno ha tolto quest’anno dal dimenticatoio in cui cui erano state nascoste da chi, con tutta evidenza, aveva interesse a farlo.

«Paolo mi disse che non sarebbe stata la mafia ad ucciderlo, della quale non aveva paura, ma i suoi stessi colleghi». Macigni, le parole di Agnese, che già da tempo avrebbero dovuto inchiodare i “pupari” di quel sistema marcio capace, dalle stragi del ’92 in poi, di infettare l’intera magistratura italiana. E oggi ne vediamo i risultati.

Il cantante Gigi D’Alessio oggi alle celebrazioni per la strage di Via D’Amelio con le autorità siciliane. In apertura Agnese Borsellino.

Nessuno ha mai osato mettere in discussione, per questa lapidaria enunciazione, Agnese Borsellino e il suo coraggio, pari solo a quello del marito e dei suoi figli. Troppo forte il rimbombo di quell’eccidio, nel cuore e nella mente degli italiani, per ribaltare contro di loro quel potente j’accuse. Si è preferito seppellirlo sotto una corte di omertoso silenzio.

Un’altra moglie, quella di un rigoroso magistrato  “eliminato” senza spargimenti di sangue, ha dovuto espiare invece, per anni e anni, la colpa di aver pronunciato parole di verità su chi aveva voluto la rimozione di suo marito, anche lui emblema di lotta senza quartiere ai poteri occulti e a tutte le mafie, comprese quelle che allignano nei Palazzi di Giustizia.

Stiamo parlando di Agostino Cordova, che arriva a Napoli come procuratore capo nel luglio 1993, proprio sull’onda emotiva delle stragi siciliane, per offrire alla “capitale della camorra” una speranza di cambiamento, e alla magistratura tutta una chance di effettivo riscatto.

E’ accompagnato da una grande fama, Cordova, quando il Csm lo invia a Napoli. E’ stato il mastino che, guidando la Procura di Palmi, ha scoperchiato la massoneria deviata e ne ha svelato gli intrecci perversi con il potere. Quello stesso potere che, nonostante la caduta del Gran maestro Giuliano Di Bernardo, comincia di lì a poco a ricompattarsi. Prima facendo naufragare l’inchiesta romana sui massoni coperti (fra cui decine e decine di magistrati) contro il muro dell’omertà, con migliaia di faldoni lasciati per anni a marcire nell’umidità dei sottoscala di Piazzale Clodio, fino alla pietra tombale dell’archiviazione, decretata nel silenzio molti anni dopo. Poi, con una lenta ma incessante delegittimazione dello stesso Cordova, il quale aveva avuto l’ardire di denunciare dinanzi al Csm anche i guasti trovati dentro gli uffici della Procura.

Agostino Cordova

Uno scenario spaventoso, ripercorso come in un racconto horror, tremendamente reale, nella coraggiosa interrogazione del senatore Elio Lannutti ad aprile del 2012: «Cordova, un magistrato un tempo in auge e preferito per la Superprocura addirittura a Giovanni Falcone, venne prima esaltato, lodato e invocato come “salvatore”, anche perché erroneamente scambiato per una toga militante. Poi, da procuratore della Repubblica di Napoli, fece l’errore di denunciare non solo la politicizzazione, ma anche la scarsissima voglia di lavorare di una parte della magistratura napoletana, segnalando di aver scoperto 697.000 pendenze, con tanto di 200.000 fascicoli neppure iscritti nei relativi registri; più circa 2 milioni di atti rimasti in sonno del tutto intonsi, più altri 300.000 atti inseriti a casaccio in oltre 500 faldoni».

Nel 2001, esattamente un anno dopo che il Consiglio Superiore ne aveva attestato i meriti maxima cum laude, quello stesso Csm accolse le richieste dei colleghi partenopei e trasferì Cordova da Napoli per “incompatibilità ambientale”, accentuandone quell’ombra di discredito che avrebbe segnato per sempre la carriera e la vita di una magistrato coraggioso, indipendente, onesto.

Come dar torto allora alla moglie di Cordova, Marisa, quando nel 2005 in una intervista a Giorgio Bocca per il libro “Napoli siamo noi”, dichiarò fiera: «mio marito la camorra l’ha trovata dentro il Palazzo, non fuori»?

Per quella frase, nella quale la signora Cordova non aveva nemmeno pronunciato un nome, quattro sostituti procuratori di Napoli hanno ingaggiato per oltre dieci anni un processo civile a suon di risarcimenti milionari: sia contro di lei che contro Giorgio Bocca e i suoi eredi.

Facile, troppo facile massacrare la famiglia di un uomo, come Cordova, già ferito a morte per “via giudiziaria”.

A dimostrazione del fatto che, se ai tempi di Paolo Borsellino era ancora necessario usare il tritolo, dieci anni dopo esisteva già un esplosivo ben più efficace: privare la vittima designata, sia esso un magistrato o un giornalista, della dignità, dell’onore, delle risorse necessarie, fisiche e morali, per desiderare ancora di vivere.

Onore perciò, in questo 19 luglio 2019, ad Agnese Borsellino. E anche a Marisa Cordova.

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