CASO UVA / PER LA CASSAZIONE TUTTI INNOCENTI COME GIGLI CANDIDI

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Tutti innocenti come gigli candidi poliziotti e carabinieri processati per il caso Uva. Lo ha stabilito in via definitiva la sentenza pronunciata dalla quinta sezione penale della Cassazione.

“Senza verità non c’è giustizia. Non mi arrendo”, sono le parole pronunciate a caldo dalla sorella di Giuseppe Uva. E’ lo stesso senso delle parole che hanno urlato tante volte familiari e parenti dei senza giustizia del nostro Paese, come abbiamo emblematicamente ricostruito nelle due cover della Voce dedicate ai casi più eclatanti che infangano la storia del nostro povero Paese.

Confermata quindi l’assoluzione dei sei poliziotti e due carabinieri accusati di omicidio preterintenzionale e sequestro di persona per la morte del quarantottenne operaio di Varese, morto undici anni fa, a giugno 2008, in ospedale, dopo aver trascorso la notte nella caserma dei carabinieri.

Un caso che ha sempre molto ricordato quello che ha coinvolto la famiglia Cucchi. Ed infatti così commenta l’odierna assoluzione l’avvocato Fabio Anselmo, storico legale di Ilaria Cucchi e sempre in prima fila nella difesa delle vittime di abusi da parte delle forze dell’ordine. “Sono profondamente addolorato. Speravo di non avere questa notizia”. E osserva Ilaria: “Sono addolorata, come semplice cittadina non ho gli strumenti per tutto questo, ma da cittadina che ha seguito attentamente il processo Uva, andando ad ogni udienza, posso dire che non dimenticheremo mai Giuseppe”.

“Una sentenza sbagliata rimane sbagliata anche se confermata in Cassazione. Ci rivolgeremo alla Corte europea per i diritti dell’uomo”, sottolinea con forza il legale della famiglia Uva, Fabio Ambrosetti.

La famiglia Uva è da sempre convinta che il decesso sia stato provocato dalle percosse e dalle manganellate inflitte a Giuseppe dalle forze dell’ordine che lo tenevano in custodia: unicamente “colpevole”, l’operario varesino, di aver alzato un po’ troppo il gomito.

Per i giudici, al contrario, è stata legittima la condotta di carabinieri e poliziotti, ed Uva è morto per una patologia cardiaca e per lo stress causato dallo stesso fermo (era in compagnia, Giuseppe, di un amico).

“E’ finita, è finita”, gioisce uno dei poliziotti imputati, Luigi Empirio. “Il momento più bello dopo undici anni di vita distrutta e dignità calpestata, di carriera bloccata, perché non abbiamo mai potuto progredire”. E aggiunge: “Non ho mai creduto che un procuratore generale, che rappresenta anche lui lo Stato, non sia umano”.

Duro e netto l’intervento sul caso Uva che Luigi Manconi scrisse quasi tre anni fa, il 27 luglio 2016, per le pagine dell’“Osservatorio Repressione”, intervento pubblicato anche in un articolo della Voce.

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