NEL CASERTANO UNA STRADA INTITOLATA AL VESCOVO CHE OCCULTO’ LE PROVE DELL’ECCIDIO NAZISTA

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Quattro uomini, sette donne, e undici bambini. Furono ventidue in totale le vittime innocenti trucidate quel 13 ottobre del 1943 dalla furia nazista in un casolare sul Monte Carmignano, un’altura nei pressi di Caiazzo, nel casertano. Proprio quando la loro memoria sembrava potersi riconciliare con l’armonia del mondo terreno, in una perpetua condizione di equilibrio tra riscatto e giustizia, un fulmine a ciel sereno torna a scuotere la loro memoria.

Su quella strage, infatti, era stata finalmente fatta luce: non solo sul nome del responsabile, il boia teutonico Wolfgang Lehanigk Emden, ma anche su chi aveva contribuito a far sprofondare in un oblio durato mezzo secolo la ‘Shoah’ caiatina, il vescovo Nicola Di Girolamo.  Ma ecco che lo scorso 12 giugno, con delibera di giunta numero 94, l’esecutivo comunale targato Stefano Giaquinto ha intitolato un secolare vicolo di Caiazzo, città medaglia d’argento al merito civile, proprio a quel controverso monsignore. Il tutto, senza passare attraverso la commissione toponomastica locale e senza chiedere lumi alle associazioni culturali presenti sul territorio.

Il vescovo Nicola Di Girolamo. In apertura la strage nazista di Caiazzo

La decisione di intitolare una strada millenaria ad un vescovo sul quale ancora oggi aleggia l’ombra di aver coperto la strage nazista di Monte Carmignano ha già scatenato più di un malcontento. In particolare, come quasi sempre accade, la denuncia è passata attraverso la voce del consigliere comunale di minoranza, nonché segretario cittadino del Pd, Amedeo Insero: «La delibera  – tuona Insero – deve essere immediatamente ritirata, va convocata con urgenza la commissione toponomastica in seduta pubblica per un sereno e costruttivo confronto». Secondo l’esponente della minoranza caiatina, la giunta ha assunto questa decisione di proprio impeto, «contravvenendo, tra l’altro, al regolamento comunale, oltre che «a criteri di opportunità e buon senso».

«L’esecutivo locale – aveva dichiarato Insero all’indomani della pubblicazione della delibera – ha deciso di intitolare al vescovo Di Girolamo il secolare Vicolo Cattedrale, che da millenni collega l’antica Porta Pace alla piazza, scavalcando l’apposita commissione toponomastica di cui l’ente è dotato e a cui devono essere sottoposte preventivamente tali questioni. Non solo. La giunta caiatina ha ignorato completamente le decine di associazioni presenti sul territorio, tra le quali proprio quella ‘Storica del Caiatino’ la cui biblioteca è così vasta e così ricca da essere diventata nel tempo un riferimento per tanti studenti provenienti da diverse realtà della Campania».

Un appello al momento rimasto inascoltato, che ha spinto lo stesso consigliere comunale ad intervenire nuovamente sulla questione. «Mi vedo costretto – afferma Insero – stante l’inerzia dell’amministrazione comunale, ma ancor più alla luce della richiesta tuttora inevasa di  convocare la commissione toponomastica, a ritornare sulla delibera di giunta  con la quale, arbitrariamente e mostrando scarsa conoscenza della storia, il governo locale ha deliberato di intitolare lo storico Vicolo Cattedrale a monsignor Nicola Di Girolamo, vescovo di Caiazzo dal 1922 al 1963».

Eppure lo stesso primo cittadino lo scorso anno, in occasione del settantacinquesimo anniversario dell’eccidio, aveva deciso di dare la massima diffusione alla documentazione con la quale si evidenziava la responsabilità di Emden come mandante della strage, avvenuta nelle fasi in cui la Wehrmacht stava presidiando la zona del fiume Volturno, punto strategico della linea Gustav. Ebbene, nel corso di una due giorni commemorativa, che si rivelò anche una impeccabile vetrina mediatica, la fascia tricolore affidò la custodia di quel dossier, depositato presso la Commissione parlamentare d’inchiesta sull’occultamento dei fascicoli relativi alle stragi nazifasciste in Italia, proprio all’associazione ‘Storica Caiatina’.

Il Vicolo Cattedrale a Caiazzo (CE)

La decisione adottata dalla giunta ha trovato subito la netta e ferma opposizione anche di illustri storici che hanno partecipato lo scorso 25 giugno alla presentazione del libro “Tra memoria e oblio – l’eccidio di Caiazzo -” di Nicola Sorbo (ex sindaco di Caiazzo e, ironia della sorte, padre della presidente del consiglio comunale Ida Sorbo), tenutasi presso la libreria Feltrinelli di Caserta.

Era presente anche l’attuale sindaco Stefano Giaquinto, il quale, a quanto si apprende, avrebbe ora promesso di rivalutare la tanto contestata intitolazione.

«Gli studiosi presenti alla Feltrinelli, tra cui Pasquale Iorio – rincara la dose Insero – hanno fortemente criticato la scelta della giunta comunale di Caiazzo di intitolare il Vicolo a monsignor Di Girolamo, ritenendo questa decisone ancor più discutibile per l’inoperosità manifestata dallo stesso presule all’indomani della strage di Monte Carmignano». «Quella che appare una vera e propria scelta da parte di Di Girolamo di occultare la strage nazista del 13 ottobre del 1943, in cui furono barbaramente trucidati ventidue persone tra bambini, donne e anziani – aggiunge – è emersa da numerosi lavori storiografici».

Già nel 1990, infatti, gli storici Giuseppe Capobianco e Giuseppe Agnone, autori del libro “ La Barbarie e Il Coraggio”, a pagina 52 riportavano testualmente: «La notizia del massacro si sparge subito dopo l’arrivo degli americani in città, la mattina del 14 ottobre. Il vescovo ne è informato, e lo appunta nel suo diario, il giorno 15. Ma la mattina del 16 ottobre, quando Stoneman viene accompagnato sul luogo del massacro da alcuni parenti delle vittime, i trucidati sono ancora lì, nel più completo abbandono», come si rileva dalla relazione a firma del Colonnello A.G.D. M.F. Grant inviata al quartier Generale della V Armata il 22 novembre 1943.

Sempre lo storico Capobianco, a pagina 25 del saggio del 1990 “La giustizia negata. L’occupazione nazista in Terra di Lavoro dopo l’8 settembre 1943”, scrive: «… in occasione della strage il suddetto vescovo rimase a guardare, non assunse nessuna iniziativa per seppellire le vittime».

E ancora. Nel 2014 Fulvio Canetti, autore del libro “Guerra e Shoa. Frammenti di memoria” scrive: «Il vescovo di Caiazzo mons. Di Girolamo, pur essendo informato della strage, lasciò insepolti i corpi degli uccisi per tre giorni consecutivi, venendo meno ai suoi stessi obblighi religiosi… Questa volontà politica di ignorare il massacro nella masseria Albanese sul Monte Carmignano ha contribuito a far scendere il silenzio sulla storia e a cancellarne il ricordo».

Che il vescovo Di Girolamo avesse occultato l’eccidio, si evince inoltre dal libro di Nicola Sorbo, che, a pagina 37 del suo “Tra Memorie e oblio. L’eccidio di Caiazzo” del 2017, scrive: «Da Parigi Stoneman rivolse ancora un appello alle autorità sovietiche e italiane. Scrisse anche a quelle di Caiazzo, ma la lettera rimase ‘dimenticata’ nell’episcopio, tra le pieghe di un giornale, fino a quando il caso volle fosse ritrovata e, per volontà del vescovo Angelo Campagna, resa pubblica nell’estate del 1988». «Ciò conferma non solo che monsignor Di Girolamo – dice Insero – fu avvisato all’indomani della strage e lasciò i corpi senza sepoltura, ma anche che allo stesso fu inviata una lettera mesi e mesi dopo da Stoneman, lettera  scrupolosamente “occultata” in un giornale consentendo, così, che per quasi cinquant’anni anni sull’eccidio di Monte Carmignano calasse il silenzio e, appunto, l’oblio».

Dure, amare, ma quanto mai vere, infine, le parole scritte da Paolo Albano, pubblico ministero nel processo contro Emden celebratosi innanzi alla Corte di Assisi di Santa Maria Capua Vetere, che portò alla condanna all’ergastolo del nazista, primo caso in Italia in cui un processo per crimini di guerra si è celebrato in un Tribunale ordinario e non militare. Nel bellissimo “La strage di Caiazzo 13 ottobre 1943”, edito nel 2013, scritto a quattro mani da Albano con lo storico Antimo Della Valle, si legge: «Le mani dei carnefici sono sporche di sangue, ma è giusto ritenere che anche chi stese una coltre di silenzio su quell’eccidio e sugli altri tragici fatti di quel periodo si sia altrettanto tinto le mani del sangue delle vittime».

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