Compattezza: “unità rigorosa di intenti, di vedute”

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Ci assale il ghiribizzo di andare a caccia di definizioni che rispondano al perché troppi italiani siano stati catturati dal predatore Salvini. Spulciate le  sacre scritture del Devoto e Oli, dizionaristi degni della fama di cui gli si fa ampio credito, eccone in fila alcune: incoscienza, stupidità, folle surrealismo, obnubilazione del comune buon senso, insicurezza, quiescenza al potere, menefreghismo, ignoranza, ingenuità, intolleranza, opportunismo, incoscienza, ottusità. Problema risolto? Macché. Forse all’elenco fa difetto l’assenza della parola “compattezza”. Vediamo.
L’apparente pax interna al Pd, sostenuta dagli zingarettiani, è un sottile paravento che s’illude di nascondere il permanere di un “l’un contro l’altro armati”, che al tempo dei maestri DC di genere si chiamavano correnti e in questa dissennata stagione del dissenso interno ai democratici è lotta intestina, nascosta sotto il tappeto dell’autoconvinzione di essere fuori dal tunnel che ha decimato la consistenza elettorale del Pd: Renzi cova intenzioni vendicative, perché convinto di essere  vittima di complotto dei senatori rottamati; gli esuli a sinistra boicottano i segnali di recupero dem del neo segretario e assestati su un velleitario aventino sottraggono complessivamente due milioni di voti alla sinistra, che Calenda espone al rischio dell’ennesima scissione con un proprio progetto di Pd aperto ai moderati. Zingaretti tace sulla vittoria di un temporaneo sodalizio con Forza Italia alle comunali di Gela e non espelle Lotti, implicato nello scandalo Csm perché a lui fa riferimento una quota  consistente di dem.
In casa 5Stelle non va meglio, quanto a coesione. Grillini non gratificati con incarichi di governo o ruoli di potere in enti e affini, remano contro e sfaldano la roccaforte del vertice, su cui incombe la quinta colonna, apparentemente defilata che fa capo a Di Battista. I puristi della prima ora contestano apertamente le leadership dei dimaisti, Fico naviga in solitaria con venti di sinistra in poppa e componenti dell’esecutivo, con  il vicepremier in testa, spaccano il movimento con il soggiacere permanente al dispotismo di Salvini, premier di fatto, che demolisce uno  a uno i caposaldi del  successo elettorale grillino del marzo 2018.
Forza Italia scivola nel limbo dei partitinio, stressata dalle ultime, patetiche  volontà del suo fondatore, ridotto dall’età, da acciacchi e da reiterati insuccessi elettorali a ex gigante con in  piedi d’argilla, pressato da famelici candidati alla successione, minacciato da sempre più consistenti casi di esodo verso sponde vincenti (Lega-Fratelli d’Italia, Santanchè-Toti)  e rischia di diventare ruotino di scorta della ipotizzata  coalizione di centro.
Coeso è solo lo zoccolo tosto del nucleo leghista nato con i secessionisti della Padania, alimentato dal razzismo nordista dei “ce l’ho duro” Bossi, Calderoli, Borghezio, dalla nausea per la politica di corrotti e corruttori da cui, mentendo, si auto esclude. Marciano spediti, anche  su terreno impervio, i panzer d’assalto del “Prima gli italiani”, “Sicurezza, ordine, sovranismo, pugno di ferro con l’Europa, immigrazione rispedita al mittente, meno tasse per tutti” e perfino il Sud insultato, vilipeso, oscura le ferite da lesa maestà e contribuisce incredibilmente alla compattezza di quello che in  un relativo niente temporale, diventa il primo partito italiano.
Chi ha imparato la lezione?  Per ora nessuno e più che mai il Pd, che alla vigilia del marzo 2018, seduto al tavolo di un arduo confronto con i 5Stelle, non intuì i vantaggi di un accordo, che per riconosciuta autorevolezza avrebbe gestito assumendone la leadership, probabilmente   con il contributo della componente di sinistra del grillismo e tirandoli dentro, con un progetto condiviso, i fuoriusciti dell’ultima ora.
Una più, una meno…Chissà, in controtendenza con le tante e dispersive scissioni, l’ipotesi di un’idea organica di partito che recuperata la storica ideologia della sinistra, riparta dal rapporto solidale con il mondo del lavoro, della  giustizia sociale, del rigoroso rispetto dell’etica, da un movimento con l’obiettivo di un futuro possibile, di priorità per l’ambientalismo e visioni  rigorosamente unitarie del rapporto nord-sud  del Paese, di politici non mestieranti e di un protagonismo europeista paritario: manifesto facile da condividere, ma che incontra subito l’obiezione sull’agibilità. Chi alla guida del progetto, se nel pianeta di Pd e dintorni non c’è il leader a cui affidare un’impresa così ambiziosa e così ardua?
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