LUCA PALAMARA / MORO, IL GIALLO DEL TESTE AMERICANO

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Palamara chi? Nella bufera che sta investendo il mondo giudiziario, dal Csmalla Procura di Roma, la figura di Luca Palamaraviene tratteggiata soprattutto per l’inchiesta di Calciopoli e l’esperienza al vertice dell’Associazione Nazionale Magistrati. Ma c’è dell’altro.

 

DA CALCIOPOLI AL VERTICE ANM

Sul primo fronte, spiccano oggi le dichiarazioni di Luciano Moggi, l’ex direttore sportivo della Juve per il quale il pm Palamara chiese una condanna a sei anni, mentre poi il tribunale optò per una riduzione ad un anno e sei mesi.

Si toglie qualche sassolino dalla scarpa, l’allora re del mercato: “Era tra coloro (Palamara, ndr) che ci avevano dato per collusi con il sistema arbitrale: ricordate la famosa ‘combriccola romana’, si trattava di arbitri di Roma che furono poi tutti assolti. Era tra coloro che avevano indicato il mio strapotere condizionante il campionato, mentre non ci fu mai traccia di offerte di danaro, viaggi spesati, né cene luculliane di fine anno per chicchessia. Come invece ci è dato leggere adesso a carico del dottor Palamara, indagato per corruzione: amici, si invertono le cose, da Giudice a giudicato il passo è stato breve. Il tempo è veramente galantuomo”.

Francesco Cossiga. In apertura Luca Palamara e sullo sfondo l’omicidio di Aldo Moro

Palamara “faccia di tonno” – così venne dipinto dal picconatore Francesco Cossiga in una delle sue ultime esternazioni – si lancia a livello ‘politico’ con la segreteria della ANM. Ecco cosa successe. In quelle elezioni di dodici anni fa, le toghe si spaccano e al vertice associativo va un tandem tutto targato Unicost, la corrente centrista. Presidente diventa Simone Luerti, segretario Luca Palamara.

Ma quel timone nelle mani di Luerti dura ben poco, appena qualche mese, da novembre 2007 a maggio 2008, quando è costretto alle dimissioni per una brutta storia che lo vede al centro di infuocate polemiche.

Tutto ruota intorno ai rapporti tra Luerti e l’imprenditore Antonio Saladino, al centro della maxi inchiesta Why Not avviata dalla procura di Catanzaro e condotta dal pm Luigi de Magistris, che proprio per quella bollente e scomoda indagine sarà poi costretto ad abbandonare la toga.

De Magistris punta i riflettori sui legami tra Luerti e Saladino, intessuti soprattutto sull’asse diComunione e Liberazione. Il momento clou è un incontro a tre: Luerti, Saladino e l’allora Guardasigilli Clemente Mastella. E’ la goccia che fa traboccare il vaso. Luerti lascia il vertice ANM e il timone passa nelle mani dell’amico Palamara.

 

CASO MORO, QUELLA TRASFERTA IN FLORIDA

Steve Pieczenik

Ma veniamo adesso a due casi che sono finiti sul tavolo del pm Palamara in servizio alla procura di Roma: i gialli Moro e Alpi-Hrovatin, ferite ancora tragicamente aperte, buchi neri nella storia dell’Italia depistata.

Henry Kissinger

Partiamo dall’uomo che “Doveva Morire”, come è titolato lo storico libro scritto nel 2007 da Ferdinando Imposimato e Sandro Provvisionatoe dedicato al sequestro e all’uccisione dello statista Dc Aldo Moro.

Tutto parte dalle parole di Steve Pieczenik, “la terribile quanto tardiva confessione-requisitoria resa dal braccio destro di Henry Kissinger e vero cuore pulsante del “comitato di crisi” (costituito, all’epoca, dal ministro dell’Interno Francesco Cossiga, ndr).

Una lunga confessione che si può sintetizzare nelle parole dell’uomo dei servizi segreti a stelle e strisce: “Sono stato io, lo confesso, a preparare la manipolazione strategica che ha portato alla morte di Aldo Moro”.

E poi, in modo che più esplicito non si può: “Il prezzo da pagare è stata la vita di Moro. Il nostro è stato un colpo mortale preparato a sangue freddo. La trappola era che loro dovevano uccidere Aldo Moro”.

Negli stessi mesi esce in Francia un’altra intervista choc realizzata dal giornalista Emmanuel Amara, “Abbiamo ucciso Aldo Moro”, in cui il braccio destro di Kissinger spiega per filo e per segno quella orrenda strategia di morte, il progetto di eliminare dalla vita politica lo statista che, con Enrico Berlinguer, stava preparando una svolta politica epocale.

Ma torniamo a Palamara.

Giuseppe Fioroni

Come tutti sanno i vari processi Moro non hanno portato a niente. Così come l’ultima commissione parlamentare d’inchiesta di tre anni fa e presieduta dall’ex Dc, poi Margherita, quindi Pd Giuseppe Fioroni.

Ma alcuni anni fa l’inchiesta venne riaperta, pm Luca Palamara. Che nel 2014 vola addirittura negli States, per la precisione in Florida. Segue una pista da novanta, e già ben tracciata: quella targata Pieczenik. Si tratta a questo punto di raccogliere quando seminato – anche se con ben 7 anni di ritardo – tirare le fila, acquisire altri elementi e impostare un processo finalmente risolutivo, dopo un’agghiacciante, infinita attesa.

 

VERSIONE BIS? OTTIMA E ABBONDANTE

E invece cosa succede? Quel viaggio si rivela un autentico flop. Pieczenik ha praticamente “dimenticato” tutto, fa a pezzi quella ricostruzione, smentisce quasi tutte le circostanze e parla, in sostanza, di depistaggio mediatico. Ai confini della realtà.

E Palamara che fa? Incassa, senza battere un ciglio. A quanto pare non incalza il teste americano, non cerca di sottolinearne le clamorose ritrattazioni, le dimenticanze, una nuova versione che fa letteralmente a pugni con la precedente, evidente segno di una marcia indietro eterodiretta.

Ma scorriamo alcune incredibili frasi dello psichiatra statunitense e al vertice di quel Comitato di crisidi cui facevano parte undici piduisti su dodici componenti.

Il libro di Imposimato e Provvisionato

“L’ordine non era di far rilasciare l’ostaggio, ma di aiutarli e trattative relative ad Aldo Moro e stabilizzare l’Italia”.

“Dovevo valutare che cosa era disponibile in termini di sicurezza, intelligence, capacità di attività di polizia e la risposta è stata: niente. Ho chiesto a Cossiga cosa sapeva delle trattative con gli ostaggi e lui non sapeva niente; in terzo luogo dovevo assicurarmi che tutti gli elementi che negoziavamo dovevano diminuire la paura e la destabilizzazione dell’Italia; quarto, dovevamo valutare la capacità delle Br nelle trattative e sviluppare una strategia di non-negoziazione, non-concessione”.

E la ciliegina: “Ho pensato che sfortunatamente le Brigate rosse erano dei dilettanti e avevano fatto davvero un grande sbaglio. La peggior cosa che un terrorista passa fare è uccidere il proprio ostaggio. Uccidendo Moro hanno vinto la causa sbagliata e creato la loro autodistruzione”.

Felice come una Pasqua, Palamara fa la valigia, lascia la Florida e torna in Procura a Roma. In quel palazzo sempre delle nebbie dove sono ben lieti di prendere per oro colato quella fresca verbalizzazione che fa piazza pulita delle verità precedenti e di archiviare quindi con gran disinvoltura per l’ennesima volta il caso.

 

GIALLO ALPI, CONDANNATE QUEL TESTE PER CALUNNIA

Come sta succedendo, in questi giorni, sempre a Roma, con il giallo di Ilaria Alpi eMiran Hrovatin: si è infatti in attesa delle decisioni del gip, dopo che per la seconda volta il pm Elisabetta Ceniccola e il procuratore capo Giuseppe Pignatone hanno chiesto l’archiviazione del caso.

Ilaria Alpi

Per un filone della tragica vicenda è entrato in campo – toga fra le toghe, almeno una dozzina – anche Palamara.

Si tratta del processo intentato a uno dei testi chiave, Giampiero Sebri, da parte dell’ex colonnello del Sismi, Luca Rajola Pescarini, e dell’uomo d’affari italiano di stanza a Mogadiscio (e ora a zonzo per i paesi africani), Giancarlo Marocchino. Da rammentare che la sagoma di Marocchino ha fatto costantemente capolino in tutti gli scenari: senza che peraltro lo stesso Marocchino sia mai stato neanche sfiorato da qualche grattacapo giudiziario né da alcuna conseguenza di tipo penale.

La vicenda-Sebri avrebbe potuto rappresentare una rottura nello schema: perché Sebri aveva lanciato pesantissime accuse nei confronti di Marocchino e dei Servizi segreti di casa nostra, parlando del ruolo di Rajola Pescarini.

In alcune udienze processuali, in particolare a maggio e giugno 2002, Sebri aveva chiamato in causa Marocchino e Rajola Pescarini, accusandoli di far parte di un sodalizio criminale dedito al traffico di armi e di essere i responsabili dell’agguato in cui vennero trucidati Ilaria e Miran. Così avrebbero “sistemato una giornalista comunista – il senso del j’accuse – in grado di rendere di pubblico dominio l’esistenza di un traffico di rifiuti nocivi e di armi verso la Somalia”.

Giuseppe Pignatone.

A questo punto Marocchino e Rajola Pescarini querelano Sebri per il reato di calunnia aggravata (vale a dire aggravata dall’attribuzione di fatti specifici).

Il pm è Luca Palamara che prende per buone tutte le accuse formulate contro Sebri e chiede una condanna da tre anni e sei mesi. Il giudice, Alfredo Landi, accoglie in pieno l’impianto accusatorio di Palamara e condanna Sebri a tre anni.

Il teste è servito, giustizia è fatta.

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