LA GUERRA PROSSIMA VENTURA. CON l’IRAN

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Se si prendono alla lettera le parole della Guida Suprema iraniana, l’Ayatollah Ali Khamenei, pronunciate il 14 maggio scorso, si potrebbe stare tranquilli. Esse sono inequivocabili nella loro chiarezza: “Non ci sarà alcuna guerra. La nazione iraniana ha scelto la via della resistenza. Noi non cerchiamo la guerra e nemmeno loro la cercano. Essi sono consapevoli che non è nel loro interesse”.

Parole rivolte al mondo intero, ma anche destinate alla gente dell’Iran, che è sicuramente inquieta per la sua sorte. Il loro significato va comunque interpretato, poiché evidentemente è pieno di molte implicazioni. La prima, attraverso la massima autorità religiosa e politica iraniana, dice che i misteriosi attacchi contro le quattro petroliere nel Golfo Persico non sono di provenienza iraniana. Dunque Khamenei dice: “Non siamo stati noi”. In effetti ciò che sta accadendo ha un’aria molto strana. I danni materiali registrati sono stati del tutto marginali, come se chi avesse organizzato l’impresa volesse soltanto tastare il terreno, o mandare un segnale. La colpa, subito attribuita ai pasdaran di Teheran, proviene da fonti arabe poco chiare e non c’è nessuna prova che i droni siano partiti dall’Iran.Dunque non resta che concludere che “altri”, che non sono l’Iran ufficiale, hanno organizzato la provocazione. Restano però due ipotesi: la prima è che siano state forze (leggi: settori dei servizi segreti arabo-sauditi, insieme a settori dei servizi segreti americani e israeliani). La seconda dice che qualcuno a Teheran non segue gli ordini di Khamenei e di Rohani. Non ci sono elementi per scegliere con sicurezza tra le due versioni. Ma i fatti e le parole parlano abbastanza chiaramente: la retorica di Netanyhau è molto diversa, anzi opposta, da quella usata da Mike Pompeo nel corso dell’incontro recentissimo a Soci con Putin e Lavrov. Ed è molto probabile — poiché non sarebbe la prima volta — che qualcuno, a Washington e a Tel Aviv, stia lavorando contro l’Amministrazione di Trump per alzare al massimo la tensione nel Golfo Persico.

Nello stesso tempo, a rafforzare questa tesi, c’è il comportamento di Teheran in tutta la fase della guerra siriana. Decine di volte l’aviazione israeliana ha attaccato le installazioni iraniane in Siria, uccidendo militari iraniani e siriani. Ogni volta provocando reazioni verbali durissime da parte di Teheran, ma nessun atto pratico ha fatto seguito. L’Iran ha mantenuto una linea decisamente delimitata all’azione contro i tagliagole dell’ISIS e rigorosamente all’interno del territorio siriano. Gli ordini sono stati chiari e sono stati rispettati: aiutare l’esercito siriano e Hezbollah. Se l’Iran avesse voluto schiacciare sull’acceleratore, avrebbe avuto numerose occasioni per farlo. Ma non lo ha fatto.

Khamenei parla dunque all’Europa, dando a Rohani la precisa indicazione di continuare il dialogo con Parigi, Berlino e Londra da un lato, e con Mosca dall’altro. Nello stesso tempo la Guida Suprema si rende conto perfettamente che lo schieramento militare americano attorno all’Iran sarebbe in condizioni — ove venisse attivato, anche per errore o fraintendimento — di infliggere danni enormi e gravi perdite umane alla popolazione, senza contare le ripercussioni economiche mondiali e quelle sul prezzo del petrolio.

Dalle sue parole, che intendono essere rassicuranti in tutte le direzioni, traspare tuttavia la grande preoccupazione sulla possibilità di controllare la situazione e disinnescare tutte le forze in campo. Anche Trump sa (si presume) quali potrebbero essere gli effetti di un attacco israelo-americano-saudita contro l’Iran. Le forze USA non sono in grado di sostenere un impegno militare così gigantesco quale quello che sarebbe necessario in caso di guerra guerreggiata contro un paese delle dimensioni e della forza di Teheran. Trump ha “stranamente” smentito le voci (americane) della mobilitazione di 120.000 soldati USA, aggiungendo che, in caso di reale pericolo, le truppe che metterebbe in campo sarebbero “di gran lunga” più massicce. È poiché di una tale mobilitazione non c’è traccia, ha di fatto rassicurato Teheran, almeno nell’immediato.Il messaggio di Khamenei significa che anche l’Iran ufficiale non prenderà alcuna iniziativa militare e che cercherà di evitare che qualcun altro possa farlo. Del resto non è stato registrato, dai servizi segreti occidentali, che monitorano sistematicamente, le mosse iraniane, alcun segno di mobilitazione delle forze militari iraniane, né alcuna indicazione di allarme speciale dei sistemi di protezione della popolazione civile. Un confronto ravvicinato con le forze Statunitensi non è dunque nelle previsioni di nessuna delle due parti “ufficiali”. Il problema è che, nella partita, non sono le uniche a giocare.

Nella foto l’Ayatollah Ali Khamenei

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