CONTE E LO SCATTO SU SIRI

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Il primo ministro Giuseppe Conte ha tutta l’aria di quel ciclista-scalatore che, all’inizio della salita, si mette in testa al plotone e fa capire che sarà lui a decidere il ritmo.

Così il primo risultato — sempre che abbia fiato sufficiente e muscoli a posto — sarà quello di sgranare il gruppo, togliere di mezzo le scartine, e affrontare i concorrenti più temibili scattando in continuazione, tagliando loro le gambe, e arrivando al traguardo da solo.

La metafora ciclistica si attaglia perfettamente alle sue ultime mosse. Lo “scatto” a proposito del sottosegretario Siri è stato davvero imperioso. “Se ne deve andare, punto e basta”. A quanto pare neanche Luigi Di Maio si aspettava tanto. Ma Conte ha agito da solo e non come uomo dei 5Stelle. Anche Salvini ha dovuto abbozzare, brontolando ma, tutto compreso, tirando anche un sospiro di sollievo: più comodo fingersi sconfitto, invece di resistere con una pietra al collo. Ci sarà tempo e modo per pareggiare il conto.

Ma il risultato finale di questa tenzone ci restituisce un capo del governo che sovrasta di un buon palmo i due primi vice-ministri. Lo scatto all’inizio della salita ha già creato il vuoto dietro di lui. Ed è il secondo. Pochi giorni addietro la sua presenza a Pechino, per il Forum organizzato da Xi Jinping, e l’incontro con Vladimir Putin, avevano fatto alzare tutti i sopraccigli filo altantici europei e italiani. E, anche in quel caso, la mossa ha avuto, inequivocabilmente, il segno di una decisione personale.Né Di Maio, né Salvini, si sarebbero spinti a tanto. Per le ragioni più diverse, naturalmente. Salvini è tutto teso a lanciare segnali a Washington, che spera alleata nel prossimo scontro con l’Europa brussellese. Di Maio non ha ancora deciso come collocarsi, ma nell’attesa guarda ai “mercati”, che di certo guardano il più forte. Nessuno dei due avrebbe compromesso il proprio — vero o presunto — patrimonio politico, mostrandosi “sgarbato” verso l’alleato-padrone d’oltre oceano. Giuseppe Conte ha premuto su due pedali e ha addirittura approfittato dell’incontro con Putin per mettere a punto una correzione della posizione italiana sulla Libia.

Se tutti commentatori italiani non fossero così distratti dalle dispute casalinghe, si sarebbero accorti che qualche cosa di nuovo sta accadendo. E questo “qualcosa” è il fatto che Giuseppe Conte sta vedendo il traguardo in cima alla salita e vuole arrivarci da solo. E, per arrivarci da solo, deve supplire all’assenza di una politica estera del governo e dell’Italia.

Il traguardo è, come tutti sanno, il 26 maggio. Quale che sia l’esito europeo del voto, una cosa è chiara a tutti. I rapporti di forza all’interno del governo saranno clamorosamente rovesciati: a occhio e croce la Lega di Salvini raddoppierà rispetto al 4 marzo 2018 e il Movimento 5 Stelle dimezzerà le sue percentuali (ed è l’ipotesi migliore per Di Maio & company). Le dichiarazioni di facciata lasciano credere che il governo intende unanimemente coprire l’intero percorso dei 5 anni di legislatura. Cosa che appare a prima vista come ragionevole e vantaggiosa per entrambi. Ma è davvero difficile che la convenienza di Salvini coincida con quella di Di Maio.

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