MAFIE / IL RICICLAR M’E’ DOLCE. DA TRENT’ANNI

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La ricchezza delle mafie, arieccoci. Per l’ennesima volta i media di regime scoprono l’acqua calda che nel frattempo, col passare degli anni, si sta gelando.

E ancora una volta le forze dell’ordine, stavolta le fiamme gialle, “scoprono” il tesoro delle mafie.

Il paginone Repubblica alza il sipario – udite udite – su “Il capitale delle mafie”. Imperdibile l’incipit: “Il potere delle mafie oggi non si misura con gli omicidi, sempre più rari, o con gli attentati del racket, in fortissimo calo. Per comprendere la vera forza è necessario guardare ad un altro dato: il danaro”.

Peccato che lo stesso concetto, ma in modo molto più efficace, sia stato espresso trent’anni fa da Giovanni Falcone, “seguite il percorso dei soldi e trovate la mafia”.

Prosegue il bla bla: “la mafia è uno dei principali imprenditori italiani”.

Amato Lambert

Peccato che lo stesso concetto l’abbia espresso, in modo molto più colorito, trent’anni fa Amato Lamberti, il mitico fondatore dell’Osservatorio sulla camorra al quale aveva collaborato da giovanissimo Giancarlo Siani: “La camorra è la Fiat del Sud”, sottolineava Lamberti.

Nell’ultimo rapporto elaborato dalle fiamme gialle, viene dettagliato, sono stati chiesti sequestri per quasi 5 miliardi di euro, tra conti correnti, titoli, beni mobili e immobili. Una cifra da brividi, pari allo 0,2 per cento del Pil.

Peccato che si tratti di una cifra larghissimamente sottostimata. Non solo. Ma anche solo ‘virtuale’, dal momento che sanno oramai – o dovrebbero sapere – tutti molto bene che tra il sequestro dei beni mafiosi e la loro confisca passano anni e la cifra finale confiscata è di gran lunga inferiore al valore sequestrato.

Non basta: perché c’è l’immenso problema della gestione di quei beni che finiscono poi allo Stato, incapace di gestirli e che a volte tornano nella disponibilità dei mafiosi, attraverso le solite aste giudiziarie taroccate. Meccanismi perversi sui quali nessuno, a livello politico, si sogna mai di metter mano. Per la gioia di cosche, clan e colletti bianchi.

Già, anche qui un’altra scoperta. La mafia non investe più solo nel calcestruzzo e nei mattoni, ma nelle grandi reti commerciali, nel settore del tempo libero, della ristorazione e in tutto quanto fa liquidità continua, riciclaggio facile, montagne di soldi lavati nei paradisi fiscali, attraverso banche e finanziarie compiacenti o addirittura di proprietà malavitosa. Che poi, col passare del tempo, entrano a vele spiegate nel circuito dell’economia ‘legale’.

Altra grande scoperta, l’invasione delle mafie nel centro nord. Un solo esempio, l’Emilia Romagna, “regione felice – commenta Repubblica – che fino a pochi anni fa si credeva immune dai tentacoli dei clan”.

Sanno anche i bambini delle elementari che l’aggressione delle mafie al centro-nord (e anche all’estero) è cominciata esattamente trent’anni fa, all’indomani della caduta del muro di Berlino.

La Voce nel 1992 scrisse un articolo titolato “cRimini cRimini” circa la partecipazione ad alcuni bandi dell’Ente Fiera di Rimini ai quali aveva gareggiato un’impresa di camorra. Poi un fiume in piena…

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